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venerdì 17 marzo 2017

3000 notti di Mai Masri. Non solo un grande film palestinese, ma un "women in prison" d'arte, alla Roger Corman

La regista palestinese Mai Masri
Roberto Silvestri

La vera storia, ambientata negli anni 80 dell'intifada, di Layal (l'attrice Maisa Abd Elhadi), giovane insegnante palestinese di Naplouse, arrestata e condannata a 8 anni per complicità in un crimine dinamitardo non commesso. Il fermo. Il cellulare, inteso come gabbia. L'interrogatorio non proprio di velluto al commissariato. Il processo. I suoi giorni nel carcere israeliano con la tuta blu delle prigioniere politiche terroriste". La timidezza iniziale di Layal.


Il montaggio è serrato, da film d'azione dei corpi e delle anime. Le luci sono buio cella e marrone vomito, come da memoria verista. Ma, un po' come avviene negli interni lugubri e tristi di un film di Pedro Costa, la bellezza con la quale i detenuti di solito illuminano le sbarre e i chiavistelli, i buglioli e i letti a castello, è sempre commuovente. Mani che fuoriescono dalle gabbie fanno tanto Cocteau e gli horror di José Mojica Marins.
Ovvio. La sopraffazione e le offese delle detenute comuni israeliane vigliacche. Le guardione sono dalla loro. L'ora d'aria. Che ritma l'insopportabile non passare mai del tempo. L'avvocato (una donna ebrea) che cerca disperatamente e inutilmente di proteggere la sua cliente. Le prime reazioni unghiute. La diffidenza delle compagne palestinesi "dure e pure". Le prime amicizie. Layal si scopre incinta. Che fare? Layal decide di tenere il figlio come gesto di resistenza oltranzista. Il figlio nasce in carcere e il marito che l'aveva spinta alla delazione opportunista scappa in Canada perché non può aspettare 8 anni... Lei lo lascia. Il conflitto con le autorità del carcere si aggrava. Layal, spostata in una cella solo araba, salva una detenuta israeliana, sua becera nemica, che sta per morire di overdose.


Lo sciopero della fame e delle cucine (già, cucinavano le palestinesi...) in solidarietà con le lotte esterne e l'Intifida. La comunicazione clandestina con il braccio maschile. La rivolta..... La vera violenza e i sadismi micro e macro del carcere sono soprattutto suggeriti, vagano nel nostro fuori campo. Non c'è bisogno di calcare la mano con immagini forti. Per esempio. L'infermeria è quasi decente. I medici quasi normali. Inoltre arriva addirittura dalla Storia che conosciamo l'happy end. In cambio della liberazione di 6 soldati israeliani catturati in Libano vengono rilasciati in anticipo 600 detenuti politic palestinesi.   
Se conosciamo (ma solo noi che siamo stati così privilegiati da poter frequentare festival fuori schema come Cartagine e Fespaco) qualcosa di profondo, partigiano e mai manicheo, sul conflitto israelo-palestinese lo dobbiamo a lei e a suo marito Jean Chimoun (Tal el Zataar, è suo).

La regista, e anche sceneggiatrice, montatrice, operatrice, total filmmaker metà californiana e metà palesinese Mai Masri, una trentina d'anni di documentarismo neomilitante alle spalle,  raccontato per lo più dalla parte dei bambini e degli anziani, i più colpiti dalla guerra, ma anche i più valorosi, ha presentato in questi giorni a Roma il suo magnifico film a soggetto d'esordio, 3000 notti. Non è casuale la scenta del carcere come set (tra l'altro l'edificio è stato trovato in Giordania, un carcere dismesso). Per il suo alto quoziente metaforico. L'autorità palestinese è circondata da mura sempre più alte erette dal paese confinante e debordante. E perché dal 1948 ad oggi un terzo dei palestinesi è finito nelle galere di Tel Aviv. E tuttora sono oltre 7 mila i detenuti. Il 17 aprile prossimo si festeggia proprio il Palestinian Prisoner's Day a Gaza e in Cisgiordania, manifestazione contro il trattamento e le condizioni di detenzione dei detenuti non ebrei, cui sarebbero negate spesso le cure mediche e soprattutto contro la pratica della "detenzione ammministrativa" di sei mesi (rinnovabile) che colpisce presunti nemici dello stato ebraico senza la possibilità di nominare l'avvocato e comunicare con i familiari.    


5 anni di lavoro per realizzare 3000 Notti, grazie a una laboriosa coproduzione tra Palestina, Libano, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Francia, Giordania, Tunisia. Il film è stato Tanit di bronzo al festival di Tunisi del 2016, ed è stato candidato proprio da Amman al premio Oscar 2017 per il miglior film straniero 3000 Layla (che sono proprio le notti passate in cella da Layal) ha già vinto finora 23 premi internazionali, partecipando tra gli altri ai festival prestigiosi di Londra e Valladolid. In Francia è nelle sale dal 4gennaio scorso.


Ma anche questo film, come la quasi totalità  delle opere palestinesi e anche della controcultura israeliana (i film di Mograbi, per esempio), non è ancora stato distribuito nelle sale comuni in Italia. Una proiezione in Francia e una in Italia (addirittura universitaria, a Romatre) sono state annullate per interferenza delle ambasciate israeliane. Come nel suo film d'esordio, il documentario sulle anziane libanesi del sud che applicano la loro millenaria scienza culinaria alla fabbricazione perfetta, nei pentoloni sul fioco, di candelotti di nitroglicerina, ma senza alcuna apologia di violenza, solo apologia di difesa,  Fleurs d'ajonc, anche qui si rende omaggio al coraggio, alla forza interiore, alla determinazione, diciamo pure all'invulnerabilità da super eroine, di queste donne qualunque palestinesi.

Un film pericoloso, dunque, per fortuna (che ha fatto il tutto esaurito in occasione della anteprima all'Archivio del Movimento Operaio e Democratico di Roma, via Ostienze 106 mercoledì 15 marzo). Tutto il grande cinema lo è. Oltretutto è un appassinante, incalzante, commuovente movie, oltre che un film d'arte e d'impegno politico. Che spezza una lancia... Insomma. Farebbe impazzire di gioia perfino Roger Corman. Che se fosse distributore lo distribuirebbe negli States.
Il film infatti fa parte del ciclo "women in prison", specialità cormaniana proprio come il ciclo "nurse movies", e che a sua volta è la costola femminista del più ampio genere "penitenziario in rivolta" (genere nei quali si sono  esibiti solo i grandi: Ylmaz Guney e Hector Babenco, Don Siegel,  Paul Fejos e Frances Marion, Robert Aldrich e Jules Dassin, Cinda Fireston...). Ed è stato uno dei filoni nobili della sua New World negli anni tra il 1970 e il 1980 dell'effervescenza politica più antisistemica della storia nordamericana. Movimento, esplosioni, emozioni, sesso, umorismo e forte supremazia simbolica dell'eroina "sotto controllo" e in rivolta ne sono le caratteristiche forti, sintetizzate da Croman già in un suo film del 1956, Swamp Women, Le donne della palude (1956).
Il format si è solidficato nel corso degli anni attraverso i contributi di cineasti come John Cromwell, Jess Franco, Peter Walker (e il suo fondamentale House of Whipcord, 1974, Gb) filone Ilsa compreso, e variazioni giapponesi, ed è ormai molto rigido, quasi da parodia saffica del ferreo regolamento carcerario (e da metafora della civiltà occidentale che sbandiera valori e etica immacolata che non potrebbe proprio permettersi).


La direttrice della galera, diversamente sadica e quasi sempre nera di capelli, e le sue sgherre, altrettanto virago, con poteri discrezionali piuttosto fuori controllo anche se il set è lo stato di diritto, attuano un preciso piano di divisione delle detenute per far scaricare tra di loro le tensioni che sarebbero, in caso contrario, pericolose per il controllo concentrazionario globale. Per esempio: si mettono nella stessa cella studentesse e proletarie. Detenute palesemente innocenti e coatte brutali. Oppure bianche e nere. Si creano così dentro le singole celle situazioni di controllo piramidale, con esplicite forme di repressione violenta (isolamento, celle di rigore, pestaggi, torture) e sottomissione psicologica e sessuale, gestite dalla direzione che fornisce poi armi proprie e improprie (dai favori di ogni tipo ai coltelli e alla droga) ad alcune "detenute chiave", traditrici e spione, affinché tutto sia sotto controllo e proceda per il meglio. Naturalmente niente va come si vorrebbe e la rivolta, l'evasione, la rabbia scatenata contro ingiustizie insopportabili, esplode.  Per chiunque sia stato in galera sa che questa volta gli stereotipi sono maledettamente cannibalizzati dalla verità vera.


E visto che Mai Masri ha fatto gli studi di cinema a San Francisco si è certamente ricordata, delocalizzando in Israele, dei gioielli cormaniani: Women in Cage di Gerardo de Leon (Rivelazioni di un evasa da un carcere femminle, 1971); The Big Doll House (Sesso in gabbia, 1971) e The Big Bird Cage (1972) di Jack Hill; Terminal Island (L'isola dei dannati di Stephanie Rothman, 1973); Caged Heath (o Renegade Girls,  in Italia Femmine in gabbia, 1974) diretto da Jonathan Demme;   Switchblade Sisters (Rabbiosamente femmione, 1975) di Jack Hill.. Si dirà. Mai Masri non può pigiare sul tasto omosessualità, lesbismo, sadismo spinto e umorismo. Sono fuori dai parametri della interpretazione vigente dell'Islam dominante in Palestina. Ma un grande regista come un grande illusionista sa come fare fessi i fanatici e i bigotti di ogni risma. Quelli che esigono che si occupi dei poveri e dei derelitti, dei carcerati e dei sofferenti perché solo così si è dei sant'uomoni o sante donne. Ma se costoso spiegano perché sono poveri e derelitti, prigioniri e sofferenti, ecco che allora sono comunisti....

domenica 12 marzo 2017

Ritwik Ghatak, l’agitatore del Bengala unito e un film bisognoso di restauro, Ajantrik. Alle origini di "Christine" e di Carpenter



Roberto Silvestri


Il cinema bengalese è il più colto e modernista dell’India. C’è poco Bollywood da quelle parti. E a giudicare dalla lunga stirpe dei suoi artisti-cineasti, tutti profondamente influenzati dallo scrittore e filosofo Rabindranath Tagore, e cioè Satyajit Ray, Ritwik Ghatak, Mrinal Sen, e dei loro allievi Mani Kaul, Kumar Shahani, John Abraham (oltretutto ucciso, a cinquant’anni, per motivi politici), è anche il più impegnato politicamente. Il che non vuol dire che si tratta di un cinema noiosamente a tesi, come si pensa oggi, ma che è capace di «respirare», di avere un rapporto vitale con il tempo, che avanza lentamente, in modo subcosciente. Cioè vuol dire, al di là dei pregiudizi e dei luoghi comuni, come scrisse proprio Tagore, che il cinema come «ogni forma d’arte deve essere in primo luogo veritiera, e poi può essere anche bella. La verità non fa di un lavoro un’opera d’arte, ma senza la verità l’arte non vale nulla».


A Bologna Cinema Ritrovato 2014 sono stati proiettati otto classici del cinema indiano degli anni Cinquanta, bisognosi di restauro, e tra questi Ajantrik, una “love story” estremamente strana, diretta nel 1958 da un cineasta bengalese, Ritwik Ghatak, che era specializzato nella ripresa, in primo piano e in campo lungo del tempo, dunque capace di agguantare nei suoi nove capolavori "aptici" lunghi (più corti e doc) gli spettri vendicativi del passato, di non perdere mai la memoria burrascosa e traumatica del suo paese, l'India, diviso due volte, prima perdendo il Pakistan orientale e poi il Bangladesh, e di trasmetterla. Infatti Ghatak, il “perdente”, il marxista, il brechtiano, è il regista prediletto delle nuove generazioni indiane, anzi di ogni nuova generazione mondiale di filmmaker. L’azione di questo film si svolge a Ranchi, alla frontiera tra Bengala e Bihar. Ma il film è sperimentale. Ghatak è soprannominato il «Godard del cinema indiano».

Ajantrik (1958)
Vediamo perché Ghatak è così godardiano (ovvero materialista moderno) e perché una love story può essere politicamente molto impegnata. Dunque Bimal, tassista bengalese, conduce la sua antiquata vettura (che vediamo nella foto) nella lontana e sperduta provincia del Bihar. Siamo nel 1957. Il paesaggio, soffocato dal cemento, è costantemente brutalizzato da bulldozer, miniere e industrie, come quello del Sorpasso di Dino Risi o di Flashdance di Adrien Lyne.
L’alienazione dilaga tra i suoi compaesani, tutti odiosi. Per fortuna Bimal, tipo lunatico, irascibile e infantile, ama Jagatdal. Solo che Jagatdal non è una donna, non è un uomo, ma è un vecchio macinino. Una macchina Ford, brontolante e “asmatica”. E' il suo taxi. Già, lui si fida, parla, bisticcia, comunica solo con l’auto, che diventa confidente, amica e amante. Anche il “métal hurlant” trema, per l’agonia, ma può sembrare amore. Siamo, dopo un incipit neorealista, alle scaturigini di Christine di John Carpenter. E il finale sarà non meno horror e visionario, perfino blasfemo, visto che prevede una resurrezione di Cristo (è sincretista Ghatak) parallela a quella di un clacson…


Ma torniamo indietro. C’è chi prende Bimal per pazzo, quasi tutti in paese, tranne un bambino, e chi scherza sulla sua ostinata passione per un veicolo così antieconomico, che si rompe sempre e consuma troppo. Ma c’è anche qualche cliente (una giovane sposa, per esempio) capace di comprendere la sua empatia profonda, sia per la macchina sia per la natura. Bimal, come un bambino quando immagina che i suoi giocattoli mostruosi siano esseri viventi, o il nativo di una tribù che adora come un Dio il treno in corsa sbuffante che sfreccia sui binari, dà vita agli oggetti inanimati. Come Bimal è Ghatak: ex scrittore, ex drammaturgo, poi cineasta perché così si può comunicare con molti. Prima vede come è fatto di dentro il “reale”, fosse pure una Ford, e poi inizia a comporre con i suoi pezzi. Ecco che ritroviamo Godard. La donna è donna. Anna Karina racconta un tema in classe, «La mucca»: «Una mucca ha un dentro e un fuori. Togli il fuori e resta il dentro. Togli il dentro e resta l’anima».


Una sequenza da Ajantrik
Intanto arrivano nella zona automobili sempre più moderne, il nostro tassista, prolungando innaturalmente la vita del suo trabiccolo (e qui siamo anche alle origini di Cars, e Lasseter sicuramente lo ha studiato) va contro la Legge, almeno contro la legge del karma e della meccanica. Ghatak è un agitatore. E anche Bimal, c’è dell’ostinazione nella sua rivolta, nel miracolo che pretende, l’eternità per il suo oggetto d’amore. E qualche cosa conquisterà. Un bimbo si è accaparrato il clacson e lo userà come un giocattolo. Bimal piange di gioia. Ha sostituito la legge del karma con quella, umana, del riciclaggio della materia. Vadano a quel paese le tradizioni consolatorie e speranzose. Bisogna lottare, come Bimal. Contro la morte. Anche Ghatak va sempre contro le leggi.
Un suo documentario su Lenin gli fu perfino censurato. Bimal, dopo aver venduto a un tanto al chilo (tranne il clacson) a uno sfasciacarrozze il ferrovecchio Jagatdal, che ha “reso l’anima” definitivamente, scompare tra i riti e le danze della sua infanzia, quando apparteneva alla tribù degli Oraon, ex guerrieri della foresta e poi agricoltori.

La caricatura di Ghatak in occasione di un omaggio al grande regista bengalese
Ghatak, che è prematuramente scomparso a cinquant’anni, nel 1976, a Calcutta – visto che la sua città natale, Dacca, era ormai diventata la capitale di un altro Stato, il Bangladesh – a questo punto parte con la metamorfosi. Trasforma l’opera, da film “live” in cinema d’animazione, ma senza matita né colori. Va avanti, tornando molto indietro, al film animista. Sono le musiche, le canzoni e la danza, i tablas pulsanti ma anche i rumori della ferraglia, il claxon, che intervengono, e gli arrangiamenti del maestro di Alì Abkar Khan, che lo rianimano. I rumori di quella automobile ansimante e asmatica, in fondo, erano quelli ancestrali, dei corni suonati dagli Oraon, la tribù dove Ghatak ha soggiornato per cinque dei dodici anni che gli sono occorsi per terminare il progetto e dove ha girato un bellissimo documentario che fiancheggia il film.


Musiche e danze compiono, più che raccontare o accompagnare, l’intero ciclo della vita: nascita, caccia, matrimonio, morte, rapporto con gli antenati, lotta contro le ingiustizie e rinascita. La legge della vita, la capacità di metabolizzare e amare il diverso, è il tema di questo film. Ironicamente il titolo del film, Ajantrik significa: errore di valutazione. Ghatak, morto in miseria e alcolizzato, è del Bengala più sfigato, quello dell’est (non come l’aristocratico Ray, dell’ovest). In uno dei suoi film successivi, questo è il secondo, a proposito di animare le macchine, faceva sbronzare letteralmente la sua cinepresa, bevendo con lei, irrorandola di alcool. E le raccontava i suoi più intimi dolori e incubi…





Uno dei saggi di Ghatak




Il poster di un altro capolavoro di Ghatak, Subamarekha  (1965)

domenica 5 marzo 2017

GGG, perfino i giganti hanno bisogno delle bambine intraprendenti. E poi Loving, il film che Larrain dovrebbe rivedere. Altri ricordi da Cannes 2016



di Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri






Un poeta delle parole illumina il poeta delle immagini, Steven Spielberg in The BFG (in Italia GGG, Il Grande Gigante Gentile, fuori concorso a Cannes 2016 e da poco nelle sale dopo un giro internazionale non trionfale e incompreso). Roald Dahl, autore del libro omonimo, è alle origini dell'ultima sceneggiatura della rimpianta Melissa Mathison. Sulle tracce di E.T., e della grande scrittrice che lo concepì, il regista realizza, come sempre, le sue fantasie infantili, oltre i dinosauri ecco gli orchi dei miti gaelici che mangiano i bambini, feroci come ai tempi on the road di Ulisse raccontato nell'Odissea che, come si sa, non è stato affatto scritto da Omero, ma probabilmente da una raffinata intellettuale trapanese, che nel libro si nasconde dietro il personaggio di Nausicaa, se è vera come è vera la dettagliata analisi filologica dello scrittore britannico Samel Butler. 
Con la tecnica della (e)motion picture, Mark Rylance (Oscar per Il ponte delle spie) diventa il gigante buono dalle orecchie a sventola, rapitore benefico di un’orfanella lettrice accanita fino a notte fonda. E' lui il Virgilio di questa Odissea d'epoca Brexit (e si sa Spielberg è tra gli ammiratori più sfegatati della cultura inglese, indimenticabilmente omaggiata in Amistad....). O meglio, in questo caso, di quella irlandese perché ogni volta che si parla di amori squilibrati, in senso fisico, nani e giganti, il pensiero va ai Viaggi di Gulliver di Swift e a Freaks di Tod Browning (cognome irlandese)....  




Nella discontinuità stilistica – prima parte notturna e zeppa di gag, seconda luminosa e lirica – il film decolla nelle “distrazioni” narrative, si ferma e fabbrica sogni, come quello di presentarsi a corte da Elisabetta d’Inghilterra, la regina vivente, ma anche incubi, feroci lampi rossi di odio cannibalesco, che ne ricordano altri sui campi di battaglia (Iliade? Salvate il soldato Ryan?), altri di morti in mare (Amistad appunto), bambini che chiedono protezione più che alla regina a Steven Spielberg. 






Verso l'8 marzo Donne in rivolta. Ripensando all'ultimo festival di Cannes. Loute; I, Daniel Blake; Toni Erdman; Peterson; Julieta…. i titoli dei film in competizione erano tutti nomi di persone qualunque, di gente del popolo, pescatori, venditori ambulanti, falegnami, autisti di autobus pubblici, manager ma burattini delle multinazionali, carpentieri, mamme (e, come nel sudcoreano Agassi, cameriere, non campioni di tennis) o padri di famiglia disposti a tutto pur di vedere felice la propria bambina o donna o amante, e che reagiscono con una certa originalità agli accidenti della vita. Ritratti, e non di supereroi o di grandi della storia (anche se finalmente Raoul Peck ha presentato a Berlino un Marx giovane), non parole d’ordine o immagini suggestive o direzioni di marcia da indicare (come la redazione del Manifesto del partito comunista visto che fare Il Capitale. Film ci voleva Eisenstein).



Anche il road movie American Honey, dolcezza americana, della inglese Andrea Arnold è l’istantanea di Star, una diciottenne povera e mulatta che per sopravvivere deve abbandonare casa e lasciarsi andare dietro il primo amore venuto. Che poi fa parte della conventicola simil-comune sessantottina di neo-hippies con amministratore incorporato che va in giro per l’America con un camioncino scassatello per vendere riviste ed enciclopedie porta a porta, innesto che non a tutti piace di arcaici sapori modernisti dentro la contemporaneità horror postmoderna. Sempre una bambina tra i Giganti. E senza cintura di sicurezza.


E anche Mal de pierre di Nicole Garcia (che difficilmente sarà tradotto in Italia “colica renale”, perché il gioco di parole con “mal di cuore” da noi non c’è, anzi difficilmente arriverà da noi), da un romanzone che affonda nella storia della guerra civile spagnola e della incivile aggressione francese in Vietnam, sfronda tutto quel non sia ritratto di semplice ragazza di campagna (Marionne Cotillard).



Come Adele H., Gabrielle è istintivamente incapace di sottostare ai set mentali imposti dalla subordinazione della donna e dà libero sfogo (ma il corpo la punisce, con quei dolori ai reni) alla propria soggettività erotico-pulsionale (tra gli sceneggiatori c’è il critico Jacques Fieschi che ha scritto le sue cose migliori proprio a proposito del cinema sado-masochista). Fosse un uomo, Gabrielle sarebbe normale, anzi una personalità forte, invece la sua ostinazione d’amore, raccontata con la grazia di Mario Camerini, la conduce nei territori dell’allucinazione (anche acustica) e della follia, dove rischiano di finire. Per fornuna vengono  beffati gli uomini che tramano contro di loro, dalle due donne anni trenta che si amano appassionatamente e bunuellescamente (visti gli strumenti erotici che adoperano) e che dominano il film di Park Chan Wook, uno dei migliori di Cannes 69, Mademoiselle (in coreano Agassi).



Loving 
Se invece volete sapere qualcosa del vero decennio di piombo, che si sta replicando in questi giorni nell’America bogotta che inneggia a San Trump, date un’occhiata a cosa succedeva di plumbeo, nell’America wasp degli anni 50, alle persone qualunque che si volevano bene senza badare al colore della propria pelle e di quella altrui. La coppia di Loving (il drammone politico sociale è di Jeff Nichols) viene prima mal adocchiata, poi perseguitata, poi arrestata, poi espulsa dallo stato della Virginia per "promiscuità sessuale" e solo quando due avvocati ebrei, approfittando della benemerita apertura dei Kennedy, arriveranno alla Corte Suprema, avrà giustizia. Le regole, in America, vanno rispettate. Pare siano proprio ben congeniate. Ricordate, tornando a Spielberg Lincoln? Ricordate Tom Hanks perseguitato dai bigotti in Il ponte delle spie?  A chi si appella l'avvocato James Donovan quando è messo alle strette dalla Cia se non alla costituzione e alla legge che garantisce giustizia uguale per tutti, perfino per i comunisti, anzi per i comunisti spie? 

Deve essere uno dei tanti film che Larrain non ha visto e se ha visto non ha capito. Sono troppo pochi gli african-american in Cile. E i comunisti gli hanno liquidati tutti.





lunedì 27 febbraio 2017

Moonlight vince l'Oscar. Non senza qualche piccolo problema tecnico....




Roberto Silvestri



Come Three Times di Hou Hsiao Hsien, Moonlight  è in tre atti. Fanciullezza, adolescenza e maturità. Tre attori diversi. Come se il film lo cominciasse Harold Nicholas in Pie Pie Blackbird e lo chiudesse Jim Brown  di Black Gunn. La storia di Chiron, gracile ragazzo african-american di oggi, timido per natura, che diventa maggiorenne e sopravvive a Miami, nel quartiere invivibile di Liberty City.  Quello dove visse Muhammad Alì, il più delicato dei colossi, e dove, nell’agosto 1968, esplose la rabbia antirazzista (e qui i bianchi sono proprio fuori campo, inesistenti) perché ai neri perfino accostarsi a Miami Beach era proibito.



Tre attori, Alex Hibbert (“Little”, a 9 anni), Ashton Sanders (Chiron, teenager dai sentimenti eretici) e Trevante Rhodes (l’uomo, muscolarmente indurito dal carcere), costruiscono sul dramma di Tarell Alvin McCraney  una “suite di formazione e di resistenza” non lineare e a tratti anche fisionomicamente spiazzante, ma capace di cogliere in azione gli elementi più emozionanti, sensuali, culinari e balneari della complessa Mascolinità nera, in stato d’allarme e pronta alla metamorfosi: “al chiarore della luna ogni nigger diventa blue”. 

Il regista e sceneggiatore Barry Jenkins e l'autore del romanzo Tarell Alvin McCraney
La dolcezza, la gentilezza, addirittura il cuore sopravvivono a tutti i cliché del ghetto-movie o della ritrattistica pittorica di Kehinde Wiley, attraversati scrupolosamente e un po’ distorti: il bullismo scolastico vigliacco; le ‘esecuzioni’ per strada; un padre svanito nel nulla; la crudeltà di Paula, la mamma drogata amata e odiata; la partita di football che il direttore della fotografia James Laxton trasforma in danza; il bagno nell’oceano, che diventa, come il primo bacio sulla spiaggia, esperienza zen; la tempesta ormonale e l’amor fou di Chiron per il coetaneo Kevin (tre attori anche per lui), dal sorriso lascivo; incarcerazioni; tradimenti; la traumatica perdita anche del mentore Juan, lo spacciatore di droga cubano del quartiere che assieme alla dolce moglie Teresa lo protegge e gli insegna a nuotare e cucinare (è Mahershala Ali, in stato di grazia, che sa svelare la femminilità dei John Wayne: dentro il vero macho c’è sempre un micio). “Che cos’è un frocio?” chiede l’intimorito Little a Juan: “è la parola utilizzata per fare del male ai gay”. La ricerca di una identità perduta finirà cin la conquista: c’è del tenero in chi ha coraggio.



L’acido affresco storico sul pastore ribelle Nat Turner, Nascita di una nazione, doveva essere l’antidoto black a La la land, la notte degli Oscar, ma Nate Parker, fatto fuori dalla macchina del sangue, viene sostituito da questa produzione di Brad Pitt (un 12 anni schiavo spostato nel ghetto southern), versione queer di Boyz n the hood, un Boyhood nero pece. Anche se Barry Jenkins, al secondo film dopo un esordio in stile Linklater, imbratta di affondi cromatici-lisergici e ralentì poetici anche indigesti il naturalismo austero di Singleton. E non ha certo potuto contare sulla dozzina d’anni di riprese con uno stesso protagonista, come Linklater. 

Il direttore della fotografia James Laxton
Questa confusione di registri, di corpi e di luoghi comuni a volte davvero strabici, ha inebriato la critica Usa (e infatti il film ha sconfitto La La Land anche se con dopo non poche difficioltà procedurali) e spiazzato quella europea, meno sconvolta dall’escalation di violenza contro i neri e consapevole di quanto le atmosfere dei romanzi di James Baldwyn (Go Tell It on the Mountain, per esempio) contribuiscano a far giocare la cinepresa con gli elementi più volatili dell’animo, gesti, tic, sguardi, rap. 

A proposito di Baldwyn. Il documentario di Raoul Peck su di lui, I’m not your negro, anche senza vincere la statuetta, dà un senso in più, politico-culturale, alla vittoria di Jenkins. E non solo perché racconta lo scontro secolare della comunità african-american per affermare i propri diritti, diventare uguale tra diversi e conquistare pari dignità. E’ stato proprio lo scrittore e intellettuale radicale la vittima preferita degli strali lanciatigli durante le lotte del 68 non tanto dai colleghi bianchi (e Norman Mailer soprattutti) ma proprio dall’ala più maschilista e “armata” della controcultura nera. Se andiamo a rileggerci il saggio di Eldridge Cleaver in Anime in ghiaccio ci renderemo conto di cosa voleva dire essere nero, gay e rivoluzionario proprio tra i rivoluzionari dell’epoca.   Rispetto a loro Mahershala Ali rappresenta l’evoluzione della specie. Come nel passaggio tra Sonny Liston e Muhammad Alì.


Naomi Harries
Alla fine il film ha vinto tre statuette. Miglior film (i produttori sono Brad Pitt, Sarah Esberg, Dede Gardner, Andrew Hevia, Jeremy Kleiner, Tarell Alvin McCraney, John Montague, Veronica Nickel, Adele Romanski), sceneggiatura non originale (Barry Jenkins) e attore non protagonista(Mahershala Ali) 
Suicide Squad oscar per il trucco


































Nella lista dell'Academy Awards anche due italiani che vincono per il migliore make-up, Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini, insieme a Christopher Nelson per Suicide Squad. Per i costumi vince Animali selvaggi (Coleen Atwood). Montaggio sonoro Arrival (Sylvaine Bellemare). Sonoro e montaggio Hacksaw Ridge (O'Connell e Gilbert), Viola Davis di Barriere vince come migliore attrice non protagonista, Il Cliente di Farhadi come migliore film straniero, Piper di Barillaro come migliore corto d'animazione; Zootropolis di Moore-Spencer-Howard miglior lungometraggio di animazione; Il libro della giungla migliori effetti speciali ; The White Elmet di Einsiedel è il migliore documentario corto; Sing di Deak è il migliore corto live o soggetto; Manchester by the sea vince due statuette: a Casey Affleck come miglior attore e a Lonergan per la migliore sceneggiatura; infine le sei statuette di La La land: a Damien Chazelle per la regia;  Raynolds-Wasco per la scenografia; Linus Sandgren per la fotografia; Hurwitz per la migliore colonna sonora e per la migliore canzone (City of Stars) e Emma Stone come attrice protagonista.






domenica 26 febbraio 2017

Notte degli Oscar. Fuocoammare ha già vinto, anche senza statuetta




Roberto Silvestri 


L'allora primo ministro Matteo Renzi lo distribuì in blue-ray ai 27 colleghi d'Europa. Meryl Streep ne ha fatto una promozione formidabile. I critici londinesi lo hanno premiato come miglior documentario dell'anno. Così l'Europa. 
Anche se perde questa notte non si può dire che Fuocoammare, questo piccolo film di 114 minuti a colori, già insignito dell'Orso d'oro 2016, non abbia comunque già vinto la sua scommessa, e conquistato artisti, colleghi, critici, politici e grande pubblico. Infatti è uscito dappertutto, proprio come succede alle opere (qui nascoste) di Michelangelo Frammartino e a pochi altri cineasti italiani: in 23 nazioni, Giapppone e Hong Kong compresi. Per ora.
Ma cosa ha di speciale? Possibile che sia solo stato merito del buon uso di una videocamera, la ARRI Amira, che permette di catturare tutte le sfumature del buio, perfino senza il lume di candela usato da Kubrick per restituire il 700 senza elettricità di Barry Lyndon
Sarà perché, dopo lo spettro di Fellini evocato da Sorrentino, il mondo è stato riconquistato dalla "classicità-neorealista delle immagini belle, misteriose e commuoventi" di Gianfranco Rosi, come scrive The Guardian? O è per quello che ha scritto Hollywood reporter: "dove il giornalista sparisce, ecco che arriva Fuoammare".... Perché il cinema dimostra di avere occhi che penetrano perfino dentro i corpi, le rocce, i suoni, le acque e l'invisibile indicibile?

In pieno Mediterraneo, a un passo dalla Tunisia, nelle terre lontane e nei mari che solcò Ulisse, l’isola di Lampedusa, 200 chilometri a sud della Sicilia, 6000 abitanti, è l’avamposto della cattiva e della buona coscienza europea. 
In 14 anni quel mare è diventato il cimitero assurdo per 24 mila cittadini sprovvisti di visto. Centinaia di migliaia le persone accolte. 400 mila negli ultimi 20 anni. I pescatori pescano come da secoli, in barca o, in apnea, e staccano ricci dalle rocce. 
Un dottore (Pietro Bartolo) non si abitua all’orrore. Dentro e fuori il suo studio medico. Tra i superstiti, divisi in classi, i più poveri arrivano ustionati e soffocati. Gli schiavisti di una volta rispettavano di più la merce. 

Le donne del luogo spiegano il senso delle canzoni popolari, che una radio trasmette, con dedica. La marina militare si ferma a 20 miglia dalle coste libiche… Il corridoio umanitario è proibito dall’Europa. Esistono anche i crimini di pace. Non ci si può esimere dal darne testimonianza filmata, per quanto insostenibili siano certe immagini. E' l'alta lezione morale lezione recentemente traghettata da Ciprì e Maresco.
Il malessere di un dodicenne dal nome biblico, Samuele (Samuele Pucillo), è come la metafora di tutto questo. Non respira bene, ha paura del mare, ha un’occhio pigro, odia l’inglese e ama appassionatamente solo la fionda e il desiderio di vedere meglio e diventare maturo. Lo farà anche l’Europa? Che, come lui, gioca intanto alla guerra. Samuele nel frattempo cresce e diventa amico intimo degli uccellini nei boschi…Capispo trasformava tutti gli uomini che le si avvicinavano in porci e bestie feroci. Non si sa mai.


Il poster tedesco del film
Il “cinema del reale”, molto storpiato e strattonato rigeometrizzato perché non diventi un'ideologia estetizzante (e ciò irrita solo i fondamentalisti della critica), rovescia la formula del cinema commerciale (rubandogli però tutti i pregi): utilizza il procedimento documentaristico - rigorosamente senza voce fuori campo a spiegare e addomesticare ciò che si vede - che permette una conoscenza approfondita e microscopica di un territorio.  Suscita così una narrativa emozionale densa e non convenzionale, una drammaturgia raddoppiata dall'intevento attivo, anzi disputante, dello spettatore. E scodella sullo schermo (il cinema non è stilizzazione radicale di tipo teatrale) personaggi della vita di tutti i giorni, con effetti strepitosi di naturalezza. Edoardo Bruno direbbe che "abbatte la prigione della realtà, il cinema del reale, allargando i confini del reale sino al margine bianco dei sogni". Quattro fonici catturano ogni sussurro di quegli spazi e Jacopo Quadri al montaggio crea l'effetto visuale heavy metal, una potenza crescente implaccabile e implacabile.
Il lieto fine è catturare il sapore autentico di un luogo (il procedimento che adotta Jim Jarmush in Paterson, parodia del cinema-film-commission) . Non riprende la grafica dell’eroe che supera prove di fuoco quasi insuperabili e indifferenti al set, via via sfruttato, per arrivare all’happy end. 

Esperto in geografia emozionale e tra i migliori esponenti di questo genere, Gianfranco Rosi dopo l’India, Ciudad de Juarez, il deserto californiano, il raccordo anulare di Roma (che gli è valso un Leone d’oro) ha girato a Lampedusa un anno intero. L'idea questa volta non era stata sua ma, di Carla Cattani, la funzionaria che smista con perizia i nostri film in tutti i festival del mondo, e da anni. Ma di tempo in tempo un film popolare su commissione (coproduzione Rai Cinema, Arte, Cinecittà: Del Brocco e Palermo, ma anche i francesi, Oliver Pére, Martin Saada) si può trasformare in una miracolosa visione da "commissario del popolo" (la mitica figura di tutela e controllo dal basso del Soviet Supremo, cancellato da Stain e trasformato in spionaggio del basso). Non sarà un caso se i grandi cineasti italiani, da Alessandrini a Fenech, da Cardinale a Rosi (nato ad Asmara, Eritrea) siano  nati fuori dallo stivale? 
Ed è nel centro d’accoglienza provvisorio  che il film trova il suo punctum, quando cattura un indimenticabile oratorio nigeriano per voce solista inglese e coro yoruba che riassume, in pochi minuti, la tragedia del mondo.  

ps. il titolo si riferisce non solo a una vecchia canzone siciliana, che il dj di una radio pirata trasmette e che raccontava i bombardamenti alleati del 1943 contro il porto di Lampedusa, e le fiamme che lampeggiavano nel buio: Che fuoco a mare che c’è stasera. Ma ovviamente anche ai pescatori che raccontano il pericolo del mare e ai migranti. 


Notte da Oscar. Cinema d'animazione al Kubo

Mariuccia Ciotta

L'Oscar 2017 per il miglior film d'animazione è conteso da Zootropolis (Disney), Oceania (Disney), La tartaruga rossa (Francia, Belgio Giappone), La mia vita da Zucchina (Svizzera, Francia). E da Kubo e la spada magica (Usa), che, nello scarso interesse del box-office, ha già vinto due statuette d'oro “alternative”. Kubo è stato premiato, infatti, dal National Board of Review, l'Oscar di New York, e dalla British Academy Film, l'Oscar britannico, mentre concorre per l'Annie Award, l'Oscar del cinema d'animazione Usa, con tre nomination.
Opera di grande bellezza visiva e spirituale per la ricetta fusion nippo-americana, Kubo fa dell'antica stop-motion una tecnica futuribile in un'altra fusione sinestetica con il digitale dal risultato clamoroso, il movimento fluido dei“burattini”, fotografati qui 145.000 volte.
La metamorfosi prende forme iperboliche organico-inorganico-macchina in un trionfo di ali, pellicce, piume, uccelli di carta e mostri dell'immaginario vicino a Miyazaki.
Kubo e la spada magica, titolo storpiato dall'originale Kubo and the Two Strings, le due corde dello shamisen, strumento musicale giapponese, una specie di liuto che accompagna il teatro Kabuki, è una fantasmagoria di origami viventi, un viaggio verso le tenebre e ritorno di un bambino giapponese accompagnato da un padre-scarabeo e da una madre-scimmia.
Il piccolo samurai-musicista incontrerà nel percorso verso la mutazione e la paura, il pericolo e la vittoria, due zie mascherate da ombre e uno zio-drago sedotto dall'immortalità. Un'originale famiglia assassina, il Giappone avido di ultrapoteri, disposto a sacrificare la generazione dei giovani artisti sognatori.
A bordo di una nave costruita con le foglie (altro che lego) rosso cangiante e le sue vele dispiegate dentro la narrativa fiabesca del Far East, Kubo è un haiku di 101'. Un film che vanta il più grande personaggio animato a passo uno, uno scheletro gigante costruito in 19 mesi di lavoro pezzo per pezzo, più grande del gigante del fantasma del Natale presente di Dickens/Disney e del teschio di cristallo di Spielberg.
Un film imparagonabile ai modesti, arretrati titoli d'ultimo cinema d'animazione - compresi quelli candidati all'Oscar - e impossibile da concepire per una major (troppo alto il rapporto tempo-costo), confrontabile solo con la fabbrica disneyana delle origini quando, tavola dopo tavola, una schiera di disegnatori, animatori e inchiostratori plasmava storie e personaggi. Infatti, a produrre Kubo è la Laika Entertainment di Travis Knight (figlio del boss della Nike) studio specializzato in stop-motion e arrivato al suo quarto film, dopo Coraline (2009), ParaNorman (2012) e Boxtrolls (2014).




sabato 25 febbraio 2017

La nuova ricchezza degli Appennini. Quattro giornalisti e il loro primo scoop. I migrati di Francesco Paolucci



Benito Marinucci come Sergio Zavoli

di Roberto Silvestri 

Fare i turbanti per chi fa chemio
I migrati. Lavoratori immigrati dal sud e dall’est del mondo e disabili in stato d’allarme si incontrano comunicano e discutono in Italia. Per la prima volta. In un film che ha avuto  la sua anteprima mondiale alla 25ma Biennale d'arte di Osijek, in Croazia "Borders of visibility", con una menzione della giuria.
L’iniziativa, appoggiata dalla Rai, dai giornalisti del Tg2 e in particolare da Angelo Figorilli (che adesso torna negli Stati Uniti per racocntarci un pezzo di America Trump) è della Comunità XXIV Luglio, volontari aquilani che svolgono attività di assistenza, ricreazione e formazione diurna di ospiti con problemi fisici e mentali (tra l'altro dal terremoto del 2009 lavorano in un prefabbricato dopo che la loro sede storica è stata dichiarata inagibile). Davide Sabatini e Letizia Ciuffini, della Comunità 24 luglio, si sono occupati della produzione del film.
Gli ospiti, che tornano a dormire a casa, si ritrovano ogni giorno, assistiti da volontari e partecipano a corsi di recitazione, fotografia, teatro, giornalismo, ma anche semplicemente pranzano tutti insieme, organizzano visite guidate e cose del genere.
Contadini provetti
Tra le altre visite quella di un lontano 24 luglio quando molti di loro per la prima volta nella vita andarono al mare. E dal mare arrivano in questi anni molti cittadini in cerca di aiuto. E non arrivano tutti quelli che sono partiti dalle loro case…. 
Se due grandi forze si incontrano, scontrano e uniscono per cambiare il mondo, o almeno i loro mondi, e partendo da soggettività diversamente in rivolta, neppure le mura di Gerico riescono a fermarle.

Non lasciatevi ingannare, poi, dalle cattive abitudini o dagli sguardi addomesticati.
Handicap e disabilità sono parole che soprattutto nel mondo post industriale hanno sempre meno senso, perché non è più la fabbrica a regolare eugeneticamente ritmi e gesti millimetrici di produzione. Gli operai quei contenitori giganteschi e putrescenti di zombie asserviti al montaggio in catena, li hanno definitivamente rasi al suolo. Lingotto è quel che è oggi grazie alla vil razza pagana che terrorizzò come fosse più un mostro che uno spettro dal ’69 al ‘79. Nel mondo del lavoro immateriale di oggi non è la meritocrazia perfomativa ripetitiva e sotto servitù che conta, ma il lavoro cognitivo a 360 gradi, la performance inventiva che assoggetta robot a robot e ne crea di nuovi. Inventiva sociale che meriterebbe salario di cittadinanza subito e per tutti, comunitari, extracomunitari e brexitcomunitari (non come urla il leader dei neonazionalisti del M5S) e non lavoro di cittadinanza, quell’incubo minacciato da Renzi e dai suoi critici di sinistra e estrema sinistra. Chi è abituato al dribbling della mente e del corpo, invece, si incontra e allea molto facilmente con chi è costretto ai dribbling quotidiani per scavalcare dogane, predoni, agenti calcisitci e burocrazie di ogni tipo. Lo vediamo perfettamente in questo film. Inoltre.   



E’ la ricchezza dei migranti che fa paura, non la loro debolezza. La loro bellezza, eleganza, energia radiante, non la loro fragilità (confrontate i corpi che scendono dal barcone o dal gommone, pur provati, con i toxic avenger spesso adiposi di chi li avvolge in coperte) che terrorizza il patetico razzista. La strapotenza, interiore ed esteriore, morale e fisica. Un manifesto pubblicitario incontrastabile per la transculturalità è questo I migrati. Rispetto ad altri documentari simili (quello bellissimo di Domenico Distilo, per esempio, Inatteso, 2005) non è la rabbia o il risentimento contro il bizantinismo istituzionale e la durezza concentrazionaria dell’Europa ad essere radiografati e esposti alla pubblica indignazione. Quel che si mette in risalto qui è proprio una  doppia mancanza di risentimento. La voglia di aprire capitoli altro. L’egemonia dei profughi politici stranieri e degli outsider nostrani. Stupefacente.
Quella forza che fa rischiare la vita a uomini donne e bambini perché solo il viaggio omerico (nel senso dell’atto dovuto al richiedente asilo, perché clandestini siamo noi se li aspettiamo a casa col ghigno di Trump) può strappar catene, persecuzioni, carestie prodotte da chi sottosviluppa da almeno 5 secoli le loro terre. Ma anche quella vis multifamiliare che connette la maggioranza dei profughi afroasiatici a chi resta a casa, in Camerun, Gambia, Senegal, Nigeria, Burkina Faso, Gabon, Costa d’Avorio, Bangladesh, Pakistan, Siria…. Una rete più potente di ogni social network. Una bomba atomica spirituale d’immane potenza, come fu quella delle nostre famiglie pugliesi, friulane, siciliane, toscane, campane, calabresi che protessero il ciclo dell’emigrazione italiana non solo in America e Nord Europa nel secolo scorso, ma anche in Africa. Ricordiamoci che in Tunisia c’erano più italiani che francesi. E non era nostra colonia.   Non ci credete che è questa strapotenza che terrorizza? Eppure vediamo in un attimo degli esuli politici del Bangladesh giocare a cricket. Se fossimo un po’ più scaltri, e trattassimo meglio i richiedenti asilo, potremmo oggi contare su una squadra transnazionale di cricket da sei nazioni e che tremare il mondo fa come West Indies o Pakistan. Invece. Addirittura a Lecce ricordo che li hanno cacciati dall’ex campo sportivo Carlo Pranzo dove si allenavano indiani e pakistani, per fare un parking. E poi i leccesi si meravigliano perché hanno perso contro Matera l’occasione del secolo. Essere capitale della cultura. Ci vuole un po’ di cultura odierna per meritare la cultura passata rigogliosa della Lecce barocca.    
Benito Marinucci al centro
Dunque è un Tg2 Dossier davvero speciale quello va in onda tra poco, oggi 25 febbraio alle 23,50 su Raidue, visto che l’emittente cattolica Tv2000, diretta dall'ex Rai Ruffini, in miracoloso accordo distributivo, replica alle 19.05 di domani. Il giovane filmmaker Francesco Paolucci ha diretto un’inchiesta giornalistica estremamente strana, I migrati. Frutto di un incontro tra professionisti della comunicazione (operatori, fonici, musicisti come Francesco Conatoni e Tommaso Ciotti) e quattro loro allievi addestrati a far domande, col taccuino in mano, come quelle dei giornalisti più saggi, che sembrano inguaribilmente ingenue e invece sono quelle più illuminanti e alchemicamente corrette. I 4 reporter trascinati dal più grintoso di tutti, Benito Marinucci (gli altri sono Barbara Fontanazza, Gianluca Corsi, Giovanni Diletti) girano in piena estate su un pulmino per i paesi dell'Appennino che hanno accolto i migranti, dalle Marche al Molise, all’Abruzzo. E qualcuno di quei villaggi sarà, dopo, anche terremotato per ringraziamento. Fanno domande agli ospiti, agli uomini e alle donne che hanno trovato lavoro e a chi lo sta cercando, alle comunità che li accolgono, ai paesani in piazza, non tutti sempre altrettanto entusiasti e curiosi come i nostri moschettieri, e discutono tra di loro. “Come fanno senza la loro famiglia? Come faranno a girare per l’Italia questi ragazzi senza passaporto? Non potranno trovar salario, casa… E poi sono musulmani. Che vuol dire? Perché fanno il Ramadan?".
Poi arriva la sequenza delle donne. Bellissime. Elegantissime. Coltissime. Affascinanti. E quel frammento coordinato da Barbara Fontanazza vale tutto il film. Quando avviene il contact. Di testa. Di pansia. Di cuore.