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mercoledì 20 settembre 2017

Classici dimenticati. Don't Come Knocking di Wim Wenders. Requiem per Sam Shepard






Roberto Silvestri



Sam Shepard in The Right Stuff 

Per ricordare Sam Shepard, nei giorni tristi perché ci ha lasciato anche Harry Dean Stanton,  forse basta ricordare uno solo dei suoi film. Per esempio Don't come knocking. Non bussare alla mia porta. Regia di Wim Wenders, bella e invisibile. Film tedesco d'America, fu in gara a Cannes nel 2005. 

Sam e Jessica Lange

Una buona storia, con il plot costruito dai personaggi, e non viceversa, sul vuoto di paternità nel mondo d'oggi (che potrebbe abolirla per legge)... Un uomo ricco e famoso, Howard Spence, attore di western, e da sempre solitario, a sessant'anni e qualcosa può decidere di diventare socievole, e per questo si mette in marcia, cambia giacca e stivali, si apre all'on the road e al caso, torna molto indietro nel passato, per costruire un altro futuro... Howard si chiama, e fa rima con «coward» (codardo), le urlerà il suo ex grande amore ritrovato. Era tanto grande, quell'amore che fu interrotto per paura, per evitare, chissà, il dolore di una fine insostenibile. Resta però un figlio cantautore con band, da qualche parte. E se ha il caratterino del cowboy individualista celibe, sarà difficile farli comunicare. L'elaborazione del dolore sarà affidata a una canzoncina e a un coro. Tra artisti ci si intende di più che tra civili...

Sam Shepard in Don't Come Knocking
Ma non parlerà il film per caso della difficile eredità per un ragazzo tedesco del secondo dopoguerra di una seconda patria, gli States,  inconoscibile e incomprensibile, non priva di charme seduttivo? Gli attori sono più che perfetti, Jessica Lange, Tim Roth, Sarah Polley e Eve Marie Saint, George Kennedy... immersi ognuno in un mondo di segni tutto proprio (soprattutto un «nativo» armato di pistola, irriducibile nel dissotterrare l'ascia di guerra) e non sempre decifrabili.

Sam e Sissy Spacek
Immagini stupende, poi, di Franz Lustig, pensate già per il televisore al plasma e il 16:9 e per essere competitive con i campi lunghi di Rio Bravo e Ombre rosse (ha vinto il premio per la migliore fotografia europea dell'anno). Ma Joseph Biroc le avrebbe amate molto, perché nitide ma inquietanti. Come se Corman avesse avute tre settimane di tempo in più nelle riprese per ritoccare ombre e focali. Una ventina i riferimenti colti all'iconografia del passato, classica e del crepuscolo, da Hooper a John Sturges, dalla main street intatta, inizio secolo (scorso), negli stati del «middle», che in realtà non esiste più ma grazie ai mall-center post moderni oggi stanno rifiorendo, alle vecchie automobili verdi pastello e tutte curve, agli alberghi cadenti e screpolati simili a Million Dollar Hotel, alle cineroulotte e agli altri non luoghi (nel senso di non ancora usurati dal cinema): la cittadina di Butte (in Montana), perché Dashiell Hammett la chiamò Poisonville in Red Harvest; e l'altro centro abitato di Elko, Nevada, dove si mangia un'ottima cucina basca e l'eroe ritrova le sue radici dimenicate, una madre che non gli ha insegnato le buone maniere e le origini dei suoi sensi, «spiritati» e onnivori (e qui Shepard sembra in trio con Warren Oates e Harry Dean Stanton). Ma anche Moab, segnale fordiano forte del paesaggio primordiale della lotta epica, ma non «malboro dipendente» (e dunque intossicato) come la Monument Valley.


Quelle piccole, autobiografiche cose che misteriosamente riescono a dare al tutto un tocco di verità e allo stile un marcato retrogusto europeo, da premio Phoenix, da Strasburgo Found (ma il film non lo ha vinto). «Mi ha salvato il rock», disse Wim Wenders, ma, una volta salvo, fu Hawks e Walsh e Tashlin a praticare la respirazione bocca a bocca per non fargli mai più venire la voglia di farla finita. Un cineasta della modernità critica, però, ha qualche strumento di analisi e combattimento in più, studia ossessivamente lo sguardo come violenza subita quotidianamente nelle nostre città, la paranoia dell'essere scrutati ovunque da occhi non indifferenti, misteriosi, ostili e indiscreti...


Tutto questo conduce il film all'elogio finale del toccare virtualmente, del toccarsi per capirsi, ma attraverso le immagini non la carne, in una sorta di manifesto per un «cinema osteopatico» più realista ancora perché non statico ma dinamico.

E la musica di T-Bone Burnett ovvero del country cool rok a tutto spiano (più Cassandra Wilson)... Insomma: cosa possiamo pretendere di più da un film del sabato sera? Non è sempre il momento della rottura epocale, di un Nel corso del tempo che dichiarò finita la contestazione generale e iniziata l'era del narcisismo in crepuscolare stato d'allarme. Anche il clima da L'ultimo spettacolo, o da Il temerario o da film serio come ne facevano ancora negli anni 80 Walter Hill, Don Siegel o Sam Pechinpah, entra in questo parco a tema sull'America oggi.

In fondo i vent'anni passati da allora, dal primo al secondo Bush è stato meglio non viverli insieme e si sono cancellati da soli. Forse nessun film li ha saputi combattere, non come Capra e Ford, che riuscirono a zittire reazionari e fanatici durante il New Deal. E tra poco Rumsfeld ne chiederà la rimozione ufficiale dalla storia del cinema.

Don't come knocking, non bussare alla mia porta, o «Non disturbare» è l'ultimo film di Wim Wenders, un omaggio ai drammi ambientati nel rude Montana di Sam Shepard, l'unico corpo cowboy credibile della modernità. Infatti i western non li producono più. Parto lungo, budget imponente, si iniziò nel 2002, poi stop per il no budget Land of Plenty che non è bastato a fermare Bush jr. e poi altri soldi, altri partner, altri «colori aggiunti». Come dice Wenders, però: «come per un buon vino è bene che un buon film invecchi un po' più a lungo». Shepard, ora che il suo viso da sempre perfettamente fordiano è segnato dalle rughe come quello di Harry Dean Stanton, come era quello di Warren Oates, è anche il protagonista e il co-sceneggiatore di questo Paris, Texas del XXI secolo. Dunque dopo venti anni (lo stesso intervallo che dà Jarmush a Bill Murray perché gli umani si diano da fare arrivati al crepuscolo), un divo del cinema, inguaribile dongiovanni, cento yard di coca e rye whiskey a fiumi ("Perché Warren Oates ami così tanto il Messico?". Perché lì la birra non costa niente, per noi") dice basta a tutto, mentre è su un set nel deserto, diretto da George Kennedy, prende un cavallo e scappa, prosegue a piedi, poi in autobus, poi trova la mamma che non sentiva da un secolo e che le dice che da qualche parte c'è un figlio suo riapparso dal nulla. Via all'inseguimento, trova ex fiamma e figlio, oggi rocker languido e poetico, ma non è facile ritessere fili così invecchiati, mentre lui stesso è oggetto di un doppio inseguimento, una giovane bionda con le ceneri di mamma in braccio (figlia ignota numero due) e un assicuratore paranoico ma curioso, ingaggiato dai produttori del film per riacciuffare la star svanita. Manette, via col set. Dietro sulla macchina di papà Gabriel Mann ora insegue. Forse è un bene che non tutti usino la pillola. L'integralismo è degli altri. E se lo tengano.









Quando l'insulto migliora il rapporto tra i popoli. Il bel film di Zaied Doueiri alla Mostra di Venezia



Roberto Silvestri

C'è Rachid Bouchareb, decano dei cineasti algerini di Francia, specialista di film da festival e non sempre scevro da compromessi nel raccordare coraggio e confezione standard, tra i produttori di L'insulto, il bellissimo film libanese di Zaied Doueiri, in competizione alla Mostra di Venezia e in questi giorni a Roma nell'ambito della selezione dei film più interessanti del Lido. L'attore libanese di origini palestinesi Kamel el Basha, esordiente al cinema ma illustre performer teatrale, ha vinto per il suo ruolo (Yasser, come Arafat) la coppa Volpi come miglior attore del festival. La maniera con la quale riesce a controllare la dinamite che ha nel cuore quando il suo nemico gli urla in faccia: "Sharon avrebbe dovuto uccidervi tutti voi palestinesi a Sabra e Chatila!" ma si rifiuta di riferire l'offesa in tribunale, per non raddoppiare l'orrore, resterà in effetti nella storia del cinema. E nella storia.

Il regista libanese Zaied Doueiri

I compromessi sono di casa in Libano, visto che il governo è sunnita, gli hezbollah vigilano, Israele preme, la Siria (prima) pure, l'economia ristagna, ora rischiano pure il fracking (veleno per il turismo), ma ben tre ministri sono maroniti (nonostante i continui assassinii dei leader falangisti, da Pierre Gemayel ad Antoine Ghanem). 
Però il giovane regista di West Beirut, perseguitato in patria dal tribunale per accuse da teatro dell'assurdo (Doueiri è stato appena assolto da uno strano crimine: aver girato in Israele alcune sequenze di un film precedente, The Attack e avrebbe rischiato un'altra denuncia se avesse risposto in conferenza stampa al Lido alla domanda di un giornalista di Tel Aviv! In Libano Grillo ha già vinto?), ha il dono raro di uno sguardo graffiante e ironico, mai manicheo, e di una comunicativa franca, da commedia italiana. E anche questa volta utilizza i suoi studi americani per dare spazi e tempi giusti, e dialoghi shockanti, a un film bello come i "Perry Mason". Mettendoci dentro pure un pizzico di indiretta autobiografia.  
  
Kamel El Basha (Yasser) in tribunale con Diamand Abou Abboud (l'avvocatessa)

Toni, un meccanico fanatico, militante del partito falangista cristiano (una sorta di fascismo alla rumena, di chi si sente completamente circondato dai musulmani come dagli slavi, e reagisce di conseguenza) e Yasser, un palestinese, capo cantiere dalle squisite qualità umane e professionali, si azzuffano in tribunale, e per ben due volte, perché, per “futili motivi” ma in un crescendo di furore emotivo, il palestinese (maltrattato per razzismo), ha offeso pubblicamente il libanese, gli ha anche spezzato due costole con un pugno e avrebbe messo a rischio la vita sua, di sua moglie incinta e della bambina, secondo la denuncia all'autorità giudiziaria. Sembrerebbe spacciato, il profugo, ma.... 

I futilli motivi, in situazioni storiche particolarmente complesse, come il rapporto tra gli "odiati profughi palestinesi" (come sentiamo urlare in un comizio d'apertura della destra, che imita stile e modi di Netanyahu in Israele descritti da Gitai nel film sull'assassinio di Rabin) e i libanesi  - dopo quel che è successo a Sabra e Chatila e durante la furiosa guerra civile tra musulmani e cristiani maroniti, nascondono fratture razziali, antichi odii pronti a riesplodere per un nonnulla e perfino giganteschi rimossi razziali. La causa incendia le due comunità. 

Adel Karam nel ruolo di Toni e Rita Hayek
Ognuno ha una sterminata fila di soprusi e massacri da rivendicare. Certo, i palestinesi di più. Ma Yasser non vincerà la causa per questo. La vince perché una giovane avvocata (di sinistra), l'attrice Diamand Abou Abboud, smantellerà una a una le prove a suo carico, battendo sul suo stesso terreno tribunalizio l'avvocato di Toni, cioé suo padre (di destra), Camille Salameh.  Il film processuale è un genere drammatico nobile, ma rischia spesso di ricorrere a trucchetti di scrittura perché obbligato a ricorrere a continui colpi di scena e rovesciamenti di fronte. Qui più si va avanti, invece, e più ci addentriamo meglio nella storia del Libano. Non mancheranno agghiaccianti materiali di repertorio su massacri commessi dai palestinesi contro villaggi cristiani. In particolare si ricorda il massacro di Damur del 20 gennaio 1976, quando l'Olp e il Movimento Nazionale Libanese per rappresaglia uccisero 500 persone vendicando le 1500 assassinate due giorni prima dai Guardiani dei Cedri di Camille Sham'un. Toni, in braccio al padre, è uno dei sopravvissuti di Damur....Che appena ascolta, all'inizio del film, il capocantiere parlargli con accento palestinese e chiedergli di entrare in casa per aggiustare un tubo dell'acqua sul balcone che disturba i passanti, lo caccia con modi razzisti e si prende in faccia un meritato  "stronzo!" pubblico. 

i due nemici 
Si scoprirà così l'origine dell'ossessione politica di Toni, così come i motivi della radicalizzazione di Yasser, cresciuto come altri 300 mila esuli in una baraccopoli poverissima tra il disprezzo di metà libanesi e i missili israeliani in cerca di leader Olp....  

Adel Karam
E più si impara dal passato più si capisce che in Libano sarebbe indispensabile un processo, alla sudafricana, di verità, riconciliazione e perdono. E che questo può cominciare solo quando si riuscirà a affrontare le questioni private individualmente, attenendosi ai fatti, come avviene qui, senza coprire i propri errori nascondendosi dietro l'onore, la patria, i sacri legami di sangue e di comunità e la superiorità storica della propria fazione da difendere con ogni mezzo necessario. Toni e Yasser regolaranno la faccenda tra di loro, parallelamente e clandestinamente, rispetto al processo e al putiferio dei media, e sapranno riconoscere reciproche nobiltà e comuni errori pavloviani.  Tra un "noi siamo di origine fenicia, dunque questa terra è nostra e non degli invasori arabi" e "anche noi siamo stati espulsi dalla nostra terra e i fenici mediterranei dovrebbero trattarci come fratelli non come inferiori"  

martedì 19 settembre 2017

Innamorarsi della Laguna Nera. The Shape of Water, mai Leone d'oro fu più meritato




Roberto Silvestri

Sarà merito anche dell'imprevisto successo dei giovanissimi vecchi Corbyn e Sanders se oggi, a comunismo reale morto e sepolto, Pinewood e Hollywood fabbricano high concept movies dove gli eroi sono lavoratori delle pulizie specializzati in cessi (vedi anche Downsizing) o comunisti. E non russi dissidenti o visceralmente anti-Partito, ma proprio cittadini sovietici che ancora credono nella Rivoluzione e nell'uomo nuovo (ed eccentrico). Ora i film dell'Occidente li dipingono belli e affascinanti e non più torvi e subdoli "ti spiezzo in due". E, con amore, lottano, festivi, insieme a noi. 
Spielberg è stato il primo ad accorgersene (e in un certo senso anche Nolan che gli ha preso in prestito il protagonista del Ponte delle spie, Mark Rylance) e Guillermo Del Toro subito si affianca. 


Guillermo del toro con Sally Hawkins e Octavia Spencer

C'è in giro così tanta carenza di pensiero laico che sappia sprigionare spiritualità e magie non castranti, ma liberatorie, che al Lido il film è stato accolto da applausi scroscianti prima che Annette Bening (e la sua giuria) lo facessero poi addirittura vincere. Si dirà. Come è possibile visto che c'era uno Schrader sontuoso e un sorprendente Insulto? Probabilmente ha giocato il fatto che la Mostra presentava curiosamente anche la versione in prosa dello stesso film. Insomma c'è urgenza di ritornare agli anni 50 e 60 e alla guerra fredda. Sarà per colpa del Russiagate, o del nervosismo nord coreano. 


Una immagine di Warmwood di Errol Morris

Ma anche il bellissimo docu-serial tv di Errol Morris Wormwood, in oltre sei ore racconta proprio la produzione super segreta e sintetica, tramite LSD, sempre in epoca di scontro Usa/Urss, di persone-mostro lisergiche, simili al fantastico uomo pesce ricreato da Del Toro. In questo caso non si racconta un Mito, ma si svela ciò che la Storia patria ha a lungo nascosto. L'orrore di un esperimento non riuscito che doveva rendere le spie americane, trattate a LSD, capaci di resistere a ogni interrogatorio, in caso di arresto, senza parlare perché la sostanza fa dimenticare tutto quel che si conosce. E viceversa un trattamento all'LSD di spie sovietiche catturate e costrette a spifferare tutto. Vittima di questi esperimenti pericolosi (Frankenheimer vi alludeva in The Manchurian Candidate, non a caso rifatto da Demme, colpevolizzando però i rossi), proprio un simpatico e patriottico ricercatore, gentile padre di famiglia, che esce dai laboratori con il cervello spappolato e, per paura che dica cose che non deve, viene "suicidato" da una finestra d'hotel, per superiori interessi nazionali, proprio come capiterà al povero Pinelli non tanti anni dopo. Morris gioca a più livelli. Film documento, film di finzione con attori, tra questi giganteggia Peter Sarsgaard, film-saggio sul giornalismo investigativo visti i circa 60 anni di inchieste e processi da parte dei familiari, e del figlio in particolare, per stabilire la verità intricatissima del caso coperto da strati e strati di documenti top secret. 


Peter Sarsgaard in "Warmwood" 

The shape of Water, versione poetica di quell'intrigo, è il titolo del nuovo film di Guillermo Del Toro, il regista messicano di Cronos, Hellboy, Il labirinto del fauno le cui tonalità fantasy sono sempre sorprendenti e spesso volutamente indigeste. Il pubblico va scosso. Scandalizzato. Qualche fiala di anti-normalina è ciò che lo infastidisce di più. L'happy end a doppie canne poi darà il colpo di grazia. 


Esterni in studio. Il cinema 

Questa volta il cineasta di Guadalajara che adora Disney ed è stato recentemente consacrato al Lacma di Los Angeles da una mostra delle sue opere (anche grafiche) e del suo ricco immaginario visivo e letterario dark e gotico, parte con la complicità della sceneggiatrice Vanessa Taylor (Il trono di spade) da Il mostro della laguna nera (film di Jack Arnold, variazione acquatica del tema della Bella e la bestia) e ne fa un sequel che è un po' storico, un po' horror, un po' politico e un po' romance, molto cinefilo e perfino molto musical (scena tap dance con parodia di Lalaland compresa). 
Sally Hawkins si allena nella tap dance
La Creatura è leggermente abbellita e un po' trasformata. Assomiglia più a un lottatore di wresting dalla strana divisa squamosa, e quasi quasi viene da pensare a El Santo, il lottatore sovversivo delle periferie di Città
del Messico, sempre dalla parte degli ultimi. Il comunista in questione, invece, è lo scienziato-spia che lo ha studiato e scoperto e che parteciperà alla liberazione del “Mostro” che a un certo punto non interessa più agli Usa nè all'Urss. Perché sia il Pentagono (è proprio kubrickiano, o peggio aldrichiano, dal punto di vista del quoziente di repulsione, il suo repellente rappresentante) che il Cremlino hanno deciso di ammazzare, per vivisezionarne il corpo i primi e impedirglielo i secondi. 


Il mostro e lo schermo 

Ma l'amore, la forze più gentile e potente dell'universo, fermerà la mano assassina di entrambi. Certo uno scienziato negli horror o nei film di fantascienza è da sempre, per stereotipo, dalla parte delle Creature, perché il suo compito è proprio quello di introdursi/ci nell'ignoto. Ma questo scienziato è anche un artista, è l'alter ego di Del Toro. Il libro di appunti e disegni amazzonici che consegna al laboratorio, è proprio uno dei bellissimi libri-opere d'arte, con disegni e calligrafia di Del Toro esibiti al Lacma. 


L'incontro acquaceo 

I diversi, i dimenticati, i servi, gli sguatteri, gli esclusi, i perdenti, i rossi, i licenziati, i gay, i neri, e cioé tutti i cittadini che stanno per essere espulsi dal paese perché considerati clandestini, in questo film non sono oggetto di consolazione. Ma lottatori vincenti.  Hanno un altro passo. Sono imbattibili perché il loro ritmo è tap dance, imprevedibile, ipnotico, versione Nicholas Brothers più che Fred Astaire. 
La forma dell'acqua è in realtà una favola con doppio happy end, che non si racconta, ambientata nel 1962 durante la crisi missilistica cubana, mentre astronauti americani e cosmonauti sovietici si contendendono il primato nello spazio e la vittoria morale della guerra fredda tra Kennedy e Kruscev. Una eccezionale quantità di materiale televisivo e cinematografico d'epoca, con fantastiche clip prese dai musical di Betty Grable, Rhonda Fleming e Alice Faye, così come di oggetti iconici dell'epoca, dal modello tal dei tali della Cadillac alla fonovaligia, dal Diner razzista al manganello elettrico anti sommossa nera, vengono trasformati dall'occhio di Del Toro da rigatteria nostalgica del modernariato in coprotagonisti animati di una love story che è addirittura un omaggio e un rovesciamento di un altro film mitico (e per molti imbarazzante), Splash di Ron Howard



E' umana la donna che potrebbe seguire il mostro della laguna nel suo mondo acquaceo, non Tom Hanks che decide di diventare sirenetto, girando al contrario la ruota dell'evoluzionismo. L'amore scatta anche qui tra due alieni, paria della società. Elisa (una Sally Hawkins spettacolarmente dimessa), solitaria donna delle pulizie in un laboratorio governativo di massima sicurezza, aiutata solo da una collega african-american che ha la forza della natura di Octavia Spencer, e la Creatura, catturata nel Rio delle Amazzoni, una sorta divinità locale, maltrattata dai militari nel film come un alieno clandestino nelle mani di Salvini e Grillo, da Michael Shannon, l'addetto fascistoide alla sicurezza, uno degli attori contemporanei capace di dare a ogni ruolo di cattivo fascino e charme maligno. Sarebbe una perfetta Volpe nel prossimo progetto di Del Toro, Pinocchio. Il contatto avverrà tramite un disco, un po' di cibo, un po' di tenerezza. Chi è abituato ai serial tv dove cattivo cattivo mangia cattivo buono rischia la crisi di nervi. Qualcuno pensa che ci sia dell'LSD irreversibile che vaporizza fuori dai nostri maxischermi domestici.

Ex Libris di Wiseman. Anche se tutti i libri diventeranno presto oggetti da Museo .....




Roberto Silvestri  *


Incredibili variazioni di montaggio su una struttura formale e un procedimento di ripresa e di alto dinamismo spaziale sempre identico, che articolino un'idea. Proprio come fanno i film high concept a Hollywood...
Dal 1967, influenzato dal "cinema diretto" (registrazione simultanea di suono e immagine, oggi  con il numerico una norma, ma un tempo no), da Grierson e Rouch (ma sessantottino come van der Keuken e Depardon), Fredrick Wiseman, 87 anni, 41esimo film, ha scelto di dedicare a New York il suo quinto lavoro, esplorare il metodo del cinema-saggio e sincronizzare questa volta tre ore (197' per la precisione) di immagini e suoni, per scoprire qualche verità vera sulla storia della “New York Public Library” nelle sue tre sedi di Manhattan, Bronx e Staten Island, una delle più grandi biblioteche al mondo. E si è gettato nei suoi labirinti e segrete e sale di lettura gigantesche per scoprire su come funzionano oggi questi gioielli, aggrediti dalle nuove tecnologie informatiche e dalla minaccia (sempre in agguato) di tagli pubblici ai fondi necessari per sopravvivere. L'idea è che questa istituzione, secondo una antica tecnica di combattimento del New Deal, può reggere la competizione senza svendere la sua natura comunicativa gratuita, non a finish lucrativo verticale, anche nell'era del Nasdaq, del mercato borsistico elettronico.


Non sempre infatti si eleggono politici che ci difendono dalle avide manone della finanza e delle big company. A volte si scherza troppo, e ci si ritrova giocondamente con un pericolosissimo Trump capace di chiudere istituzioni essenziali solo perché non danno profitti immediati.. Anche se la maturità capitalistica degli States ha saputo quasi sempre (maccartismo a parte) ben gestire commercialmente la cultura (i contenuti sono preziosi per il mercato, sono l'oro della società dello spettacolo) e poi la sede centrale della Public Library (public a metà, come ci spiega il film) è proprio prestigiosa e sembra intoccabile: è quel maestoso palazzone simile a una reggia, con ampie scalinate protette da giganteschi leoni eisensteiniani, che tutti i turisti conoscono e che chi non è ancora andato a Manhattan ha ammirato in tv o al cinema: Newsroom, Law and OrderSex and the City; Colazione da Tiffany, Spiderman 1 e 3, Ghostbusters, Prizzi's Honor, Finding Forrester, Il caso Thomas Crown, Chiamami Bernardo, Quiz Show, per nominarne solo alcuni degli oltre 50 "ospiti" di questa superattrazione metropolitana. La spesa pubblica Usa per la cultura è, in percentuale, molto più alta rispetto all'Italia. E' sempre bene ricordarlo a chi si consola a forza di sbeffeggiare le "americanate".


Già. Luoghi superstar. Negli ultimi anni Wiseman per continuare a lavorare con il suo metodo (dai tempi lunghi) ha avuto bisogni di luoghi turisticamente sempre più "forti" che potevano favorire la chiusura dei budget attraverso interventi istituzionali o misti (l'università pubblica di Berkeley nel 2013, il Crazy Horse nel 2011, l'Opera di Parigi nel 2009, l'Assemblea Legistativa di Stato dell'Idaho nel 2006, la Comedie Francaise nel 1996...).


Paradossale no? Il più libero e indipendente dei cineasti nordamericani è quello che viene più sovvenzionato dallo stato. Anche se le sue opere non sono mai agiografiche, si occupino di licei, sistema giudiziario, prigione, ospedale, manicomi, polizia, esercito, scienza, religione, problemi di quartiere, assistenza sociale, scuole per ciechi, moda, commercio, violenza domestica, istituzioni del tempo libero (Racetrack, Zoo, Aspen, Central Park). E non c'è bisogno di ricordare la famosa censura al suo primo film, il carcerario Titicut Follies (1967) durata fino al 1992. Film così, alla Foucault, in Italia non te li farebbero nemmeno girare. O il suo rifiuto di continuare un film se la sotuazione scelta pretendesse di mettere voce sul lavoro durante le rirpese o in sede di montaggio.


Anche perché per andare in un carcere e saper cosa fare per non essere infinocchiati dai direttori tipo Eddie Albert in Quella sporca ultima meta, bisogna, come Wiseman, avere una certa preparazione culturale alle spalle. Diciamo che per Wiseman il cinema è la prosecuzione dell'insegnamento universitario su scala più ampia. E' stato infatti docente alle università di Boston e Brandeis in diritto criminale, diritto di famiglia, medicina legale e psichiatria. La differenza tra il suo progetto enciclopedico e quello di Rossellini è tutto qui, senza per questo avere una esagerata predilezione per i cineasti più accademici.


Torniamo negli spazi della Public Library. Certo non ci racconta come si entra in epoca di terrorismo e di sicurezze accentuate. Però.
Wiseman come al solito ti conquista subito, da eccellente giornalista sportivo, fin dal primo "paragrafo". Interroga bibliotecari alle prese con il web, dove e come diffondere i tesori custoditi nei suoi giganteschi edifici; "spia" gli amministratori in riunione, quando pianificano i nuovi investimenti e gli impiegati che spiegano il rapporto tra finanziamenti pubblici e privati ma negano gentilmente al telefono il prestito e la visione della versione originale della Bibbia di Gutenberg "ci scusi, signore, non è proprio possibile!". Cattura interventi radicali di poeti, storici, saggisti del cinema e maghi della cibernetica invitati a tenere conferenze. Tra questi frammenti, uno è particolarmente interessante. Si tratta di uno studioso dell'Islam nell'Africa occidentale che ha scritto un libro sulla partecipazione attiva dei musulmani nelle prime lotte antischiaviste in Senegal, anticipando di gran lunga i filantropi inglesi del XVIII secolo. A proposito di primati fasulli dell'Occidente. Maledizione non troviamo indicazioni del libro né dell'autore neppure nei titoli di coda. Non si fa pubblicità qui.


Wiseman non fa “documentario documentaristico”: fiancheggia una istituzione in mutazione fertile conoscendo bene il suo funzionamento e obiettivo. Centro culturale vivo, transculturale e aperto alle arti performative, non deposito sterile (e, nel maccartismo, censorio ma questo si sa inutile ricordarlo?) di libri e audiovisivi. Servizio sociale pubblico che offre alla comunità strumenti informativi e aiuti lavorativi finché il capitale privato sarà copioso, ma sotto controllo. Un patrimonio iconografico unico, inoltre, nato più di un secolo fa, di cui gli artisti americani (Andy Warhol soprattutto, ma tanti tanti altri) beneficiano da 100 anni. E ne vediamo gli esiti.


Wiseman si smarca così dalle accuse fatte al cinema diretto di enfatizzare troppo la capacità della realtà di raccontare da se la propria verità. No, bisogna avere un criterio. Il suo più che cinema del reale è macchina desiderante un "mondo realmente rovesciato"  come intitolava Fulvio Baglivi una monografia edita dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Roa. Non fare domande in libertà, ma saper dare risposte in anticipo che modifichino il reale. Anche se si èp convinti che un film non serva a nulla, e la realtà è immodificabile. Comunque. Non girare o gironzolare a vanvera.



Il cinema-verità, nato negli anni 60 grazie alle nuove tecnologie leggere (camera 16 mm, magnetofono Nagra) che permettevano di girare in esterni con una certa comodità audiovisuale, teorizzava riprese improvvisate a grande forza d'urto  a-grammaticale e non più teste parlanti prestigiose e inamidate intervistate in studio. E anche far dialogare le persone comuni per strada e non concepire più il documentario come solo sociale, strettamente legato al lavoro, ma anche ai temi più vasti delle relazioni umane. Pasolini, per esempio in Gli italiani e l'amore, piegò il cinema verità a una sorta di cinema-documento approfondito, giansenista (come suggeriva Edgar Morin)  cioé non purificato artisticamente, con immagini con maggiore valore emozionale perché restituite allo stato bruto, perfino goffe e fortemente soggettivo. Wiseman cerca di socializzare le sue competenze creando un punto di vista singolare-collettivo o  individuale-comune attraverso un forte rispetto etico per l'intera struttura e per tutte le articolazioni di sistema.

Fredrick Wiseman nella Public Library 
Alla Mostra di Venezia quest'opera, che non è evidentemente di argomento sportivo, ha ricevuto il premio Fair Play assegnato tra ifilm in competizione a quello che più favorisce la promozione dei valori di lealtà, rispetto delle regole e insofferenza rispetto a ogni discriminazione fisica, sessuale, religiosa ed etnica. In fondo lo scopo del film, e l'idea forte che ha portato Wiseman in questo centro culturale vivo, è che solo dall'educazione libera e gratuita possono nascere cittadini tutti uguali "ai blocchi di partenza".




*NEL CORSO DELLA MANIFESTAZIONE VENEZIA A ROMA IL FILM EX LIBRIS DI FREDRICK WISEMAN VERRA' PROIETTATO IL 19 AL CINEMA GIULIO CESARE E IL 20 AL CINEMA EDEN  

Così muore una stella. "Nico 1988", tra farsa e tragedia.

La vera Nico dei Velvet Underground 


di Roberto Silvestri 

Nella sezione competitiva di Orizzonti della mostra di Venezia, anteprima mondiale di una cupa (ma applaudita e premiata) produzione italo-belga, Nico, 1988, terzo lungometraggio della "millennial" Susanna Nicchiarelli, studi in filosofia, Csc e set morettiani che viene proiettato durante "Venezia a Roma" il 19 e il 20 settembre 2017 prima di uscire regolarmente nelle sale.

Trine Dyrholm, Nico 1988
All'attrice e cantante danese Trine Dyrholm (premiata a Berlino per una satira, altrettanto acida, dei sessantottini, La comune di Vinterberg) e che ha scritto negli occhi la paura (e quasi la noia) infinita che prova nel sentire e figuriamoci rifare come performer il gothic rock, Nicchiarelli ha assegnato la missione impossibile di travestirsi, anche vocalmente, da Christa Paffgen che al grande regista Nico Papatakis copiò il nome d'arte e la passione per una vita spericolatamente rivoluzionaria.


Nonostante una certa epidermica, fisiologica, lontananza dal suo personaggio, di sovversiva star tedesca-newyorkese sul viale del tramonto, Trine esegue quel che Margherita Buy richiedeva a tutti i suoi attori in Mia madre di Nanni Moretti (e nessuno la capiva). Si tiene cioé "al fianco" del suo personaggio. Come fosse il suo aiutante di sostegno. A volte troppo duro, a volte troppo sentimentale. E qui è programmatica parola d'ordine della regia. Niente sentimentalismi.


Susanna Nicchiarelli 
Non è più una gag morettiana, questo porsi "accanto" al ruolo e in fondo anche al film (realizzato da una troupe così poco "nordica" ma in giro per il nord Europa). La chiave interpretativa del rapporto, distanziato e critico, di una attrice e cantante (e di una cineasta) con un ruolo che si ritiene impossibile incorporare (nonostante sforzi vocali sovrumani, più Trine si avvicina al sound di Nico più ne è lontana anni luce) e con uno spazio-tempo così ingombrante e a "prova di proiettile" (troppo mitico per essere demitizzato), permette al road movie di Nicchiarelli di raccontare, giudicare, spiazzare la memoria e decostruire qualche luogo comune, romantico o plumbeo che sia, solo indirettamente. O come si ama dire oggi tra i postpolitici, ideologicamente. Stare a lato, a fianco, non vuol dire forse suggerire (e lo si dice esplicitamente in una sequenza del film) che in fondo negli anni di Warhol Nico stava dietro, era insignificante, solamente bella col tamburello. Certo aveva tanta ironia. E l'harmonium di Ginsberg. E il magnetofono di Sakamoto con l quale registrare le magie della realtà. E una forza poetica e nichilista (saper costruire dalle macerie che non hai provocato tu, questo è nichilismo) degna di Weldon Kees. Ma Nicchiarelli non cuce tutto questo. Lascia allo stato di imbastitura. Chi sa sa.

Nico e Andy Warhol
La missione era riuscita invece a John Turturro, che era sempre a lato del suo io  stupefatto nel set di Moretti, anche se non comprendeva bene cosa significasse, ma proprio per questa libertà usciva fuori dal suo personaggio e poi vi rientrava danzando, ed era capace di sprigionare energie e produrre emozioni collettive. Musica. Dava anima al film, visto che la cineasta (gravata da non pochi problemi esistenziali e familiari) era incapace - apparentemente -  di dare.


Un attore interessante della giovane generazione, James Franco, nel suo romanzo autobiografico-saggistico Il manifesto degli attori anonimi  spiega in cosa consiste questo star accanto al ruolo:"Per avere il dentro, c'è sempre bisogno di un fuori. Più prediligi il dentro, più la gente sta fuori. Entra, ma non viverci. Stai da entrambi le parti". Il contrario di quello che fa, estremizzando il dentro, Jim Carrey con Andy Kaufman. Trine invece sta molto, molto, fuori. Anche troppo.

Susanna Nicchiarelli (a destra) e Tryne Dirholm
Il film così racconta in maniera punitiva per lei, Nico, e per noi (concerti-fiasco, sterotipi da rock-movies, antipatiche interviste radio...) solo gli ultimi due anni di vita e di opere (e di decadenza fisica) della bellissima ex modella e musa di Andy Warhol e dei Velvet Underground, che dal 1969 al 1979 partecipò al fianco di Philippe Garrel alla grande avventura del cinema francese sovversivo. Come attrice, ma non solo, anche come sceneggiatrice. Doppiamente creativa. Come ci racconta Augusto Illuminati nella sua recente monografia. E quei pochi bellissimi fiocchi di footage che Nicchiarelli ha ottenuto da Jonas Mekas e ce la mostrano come era.

Nico a Anzio

Di questa fiammeggiante parte della sua vita, gli anni settanta ribollenti, compresa la creazione di un capolavoro dell'epoca, La cicatrice interieure, summa di quella sensazione di sconfitta generazionale irreversibile che passa, per gli storici americani e per noi tutti, come il decennio delle "Lost Illusions",  c'è però solo un acido accenno da parrocchia nel film: “ci facevano solo di lsd in tutti quegli anni” e una battuta, sul palco, che è il titolo del film che Garrel le dedicò dopo la rottura della loro relazione: “Non sento più la chitarra”. Che qui diventa la resa di una artista che non ha più nulla da dire (con sottinteso: senza John Cale e Lou Reed niente Nico. Il che non combacia per esempio con apprezzamenti musicali fatti da Battiato a tutto favore di Nico).


Chi conobbe e frequentò Nico, infatti, senza psico-complicazioni dovute al fatto che fosse "sua madre", invece, anche poco prima dell'incidente mortale di bicicletta a Ibiza, durante gli anni di Manchester, e dei tour a Anzio (la parte più curiosa e viva del film, con frammenti quasi da Grifi) e a Praga con il manager Richard, cioé i musicisti e i  giornalisti specializzati, la stimavano e adoravano sia dal punto di vista artistico che umano più di Susanna Nicchiarelli, che deve troppo forse (motivi di copyright?) ai ricordi, giustamente neri e distorti, del figlio Ari (di Alain Delon, mai riconosciuto) che fu per lungo tempo abbandonato da Nico e affidato alla educazione dei genitori di Alain Delon. Certo non è il figlio più affettuoso che si possa trovare.

Insomma la vita di Nico non sarebbe stata affatto scombinata, scombinato è semmai il modo in cui è stata trattata dal mondo politico e discografico dominante nel decennio ottanta e anche un po' questo modo di raccontarla senza sfumature, con sotto plot (spasimanti, dj, avvocati, padroni di casa, polizia segreta ceca, manager...) incapaci di circondarla di vera sostanza stupefacente, eppure descritti con compassionevole simpatia. Forse la colpa è della cattiva qualità delle canne di oggi. Ma senza una certa dimestichezza con le sostanze psicotrope si rischia di fare un film su Nico tipo: "vuoi firmare contro la droga?"


Il signor Rotpeter. Lezioni di umanità dalla scimmia di Kafka


Marina Confalone
Venezia a Roma: il film di Antonietta De Lillo è in programma il 19 settembre al cinema Eden, ore 22,30

Mariuccia Ciotta *

Chi è Rotpeter, fronte bassa, corpo peloso, abiti da professore, essere in divenire che sembra il frutto di un'evoluzione a metà tra Darwin e Bergson? Kafka dà un cervello pensante alla creatura mostruosa ma questa volta non la nasconde, ributtante, sotto il letto, anzi la fa salite in cattedra nel racconto Una relazione per un'Accademia pubblicato nel 1917, e che ha ispirato il mediometraggio di Antonietta De Lillo, Il signor Rotpeter, ideato dall'autrice di Il resto di niente insieme allo scrittore-regista Marcello Garofalo.
Il testo praghese si trasferisce a Napoli materializzato nel corpo prismatico di Marina Confalone che muta a ogni istante in una performance stupefacente, lo sguardo e i gesti in bilico tra natura selvaggia e coscienza di sé, tutto nell'avvincente monologo orchestrato tra un'intervista con voce off e lezione universitaria.
Il signor Rotpeter racconta di come passò dallo stato di scimmia a quella di essere umano, senza troppa soddisfazione. Persiste in lui la nostalgia di una vita libera, lasciata solo per trovare “una via d'uscita” quando lo schiusero in gabbia e fu costretto a imitare smorfie e tic dei suoi carcerieri, villain ubriaconi. Nozioni elementari, degrado necessario. Qualche anno dopo, 1963, Pierre Boulle riprese l'idea della scimmia filosofa e della regressione umana, conseguenza di egoismo, sopraffazione del più debole, avidità.
De Lillo compone quadri carichi di fascino, il lungomare napoletano che scorre sullo sfondo mentre il signor Rotpeter passeggia tra bancarelle e turisti, quasi un mister Hyde in pieno sole, personaggio già sperimentato da Marina Confalone sul palcoscenico. Facile per lei che viene dal teatro delle maschere, eppure incantevole per chi guarda il passaggio dall'interno di una casa dall'arredo esotico all'aula dell'università Federico II dove l'attrice napoletana si dondola con il suo gilè a righe, grugnisce e declama parole alate sul mondo tutto da rifare, e che offre ai “nuovi nati” lo zoo, ovvero il “posto fisso”, o il Varietà, luogo a rischio dove si finge d'essere qualcun altro. Ma il signor Rotpeter sospira e sogna di trovare una “via d'uscita” dalla civiltà degli uomini.

* da Alfabeta.2