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mercoledì 6 luglio 2016

I 5 preti (cristiani) piu' sexy della storia del cinema

di Roberto Silvestri e Mariuccia Ciotta *

La madre non e' solo il capolavoro di Pudovkin. E non e', esplicitamente, un horror, anche se il titolo e' identico a quello di uno splatter uscito nel 2013 e prodotto da Guillermo Del Toro. E non e' neanche Mia madre di Nanni Moretti. E' invece quasi il remake di Proibito, un melodramm rusticano del 1954 nonche'  l'opera prima di Mario Monicelli, distribuito da Raicinema due anni fa. E' un film sulla tensione erotica, dunque intrisa di istinti di morte e vitalissimi sensi di colpa, tra un giovane prete bello e innamorato, ma non solo di dio, e Agnese, una donna ricca e bellissima (erano Mel Ferrer e Lea Massari nella versione degli anni 50) che ama quel prete irraggiungibile. Non basterebbe la fine del celibato e permettere il matrimonio etero e omosessuale ai sacerdoti cattolici? Non e' cosi' semplice. Anche se eviterebbe una serie di orribili violenze e altri crimini che stanno distruggendo la reputazione della chiesa di Roma. Comunque. Insegna la saga Twilight che piu' l'oggetto del desiderio e' inarrivabile e proibito, sia esso un prete cattolico o un vampiro o un nuovo coniuge (adesso la Chiesa tollera il divorzio, ma raccomanda astensione sessuale totale), piu' la passione si scatena.... La Madre in questo caso - niente incesto, non e' l'amante del Padre
inteso come prete - e' il terzo personaggio di un quartetto passionale freudiano tipico (l'altro e' Dio), cioe' proprio la mamma del sacerdote, che vigila, anche troppo, gelosissima - ma e' un fardello della cultura latina - affinche' lui non devii (troppo) dalla retta via. Ma altre ombre complicano la scena. Si puo', pero', delocalizzare e rendere metafisico, quasi astratto, un testo sanguigno e passionale, radicato cosi' profondamente in una terra e in un tempo specifico e speciale come la Sardegna di un secolo fa? Per farlo bisognerebbe ritrovare un tessuto di situazioni e di personaggi tipici, e sganciarsi dal maschilismo post grande guerra, contro cui il romanzo a cui si ispira il film, gettava
invettive, sarcasmi e maledizioni. Non e' facile. Ma e' la scommessa, anzi la missione impossibile, del regista del film, Angelo Maresca, marito dell'ex Monella Debora Caprioglio, ora molto pia, ci assicura, che per la sua opera prima (presentata al Taormina Film Festival 2014) non ha scelto, come il mercato impone, di misurarsi con la commedia giovanilistica, frivola e scanzonata, ma addirittura con un dramma della fede. E' vero che, grazie a papa Francesco, e' diventato di moda il film di argomento religioso, trattato anche con una certa non chalance. Da Si accettano miracoli, di Alessandro Siani, a Il Paradiso per davvero, di Randall Wallace, con un pastore protestante allibito davanti al figlioletto che, uscito dal coma, racconta com'e' il
Paradiso, con dovizia di particolari davvero conturbanti (ma non di numeri da giocare al lotto); e dalla miriade di film prodotti in Usa dai fondamentalisti cristiani a La ricostruzione dell'argentino Juan Taratuto, dove quel che si ricostruisce, nella tierra del fuego, e' l'identita' e la serenita' di un vedovo in frantumi, diventato odioso e poco racccomandabile, perche' ha perso l'adorata moglie, dopo 3 anni di agonia per cancro, e l'artefice di questo trionfale miracolo e' una famiglia “normale” che lo adottera', perche' solo la famiglia normale e' alla base del consesso umano e che senza di lei c'e' il vuoto, il gelo, il nulla e l'abisso.
Testo di partenza e di ispirazione del film di Monicelli e di Maresca, invece, e' La madre, il romanzo, adorato da D.H. Lawrence (verista o decadentista? Il dibattito prosegue) della scrittrice sarda, e premio Nobel 1926 (proprio quando Pudovkin giro' la sua Madre), Grazia Deledda. Ci immaginiamo faide di famiglia nel nuorese, canne al vento, bordelli alla Cipri' e Maresco e il melodramma
fiammeggiante, che sempre di un amore impossibile e insaziabile tratta, e invece ci troviamo in piena asettica Roma di oggi, davanti all'architettura algida dell'Eur fascista e razionalista, statue virili e nude, ma che piu' vestite di sentimenti patriottici e di vettismo spirituale di cosi' non si puo' (se non a Pretoria, durante l'apartheid). Il film potrebbe essere muto. Pochi i dialoghi. Ma questo lo collega a Deledda, e al cinema dei suoi tempi. Vittorio Omodei Zorini, il direttore dell fotografia (20 sigarette) affonda l'Eur (spazio fantasy per eccellenza di Petri e Antonioni, Fellini e Titus) dentro un impasto azzurro-argento che trafigge le ossa come le melodie minimaliste e isteriche in cerca di
quiete di Francesco De Luca e Alessandro Forti, e come si faceva nel cinema muto per indicare un esterno giorno rassicurante. E anche l'appartamento di Agnese e la chiesa di don Paolo (dello scenografo Massimiliano Nocente) sono cosi', trasparenti, tutte vetrate e aperture, esterni puri, quasi bianco-neri. E invece e' lo spazio (fallocentrico, attenti ai colonnati) del peccato. E' proprio li, nella parrocchia, nella casa alto borghese di lei, quasi alla vista di tutti, che avvengono gli accoppiamenti carnali sacrileghi, improvvisi, sudati e diabolici. La madre, Maddalena, viene soffocata invece da ombre scure, a retrogusto ocra caravaggiano, che Griffith avrebbe usato per gli interni-notte, per il
dubbio e per l'inferno claustrofobico e spirituale, per lo scoppio barocco delle
contraddizioni e delle allucinazioni. Invece queste tenebre, questo quasi nero zeppo di incubi e di fantasmi, e' il regno della casa e della pace, della limpidezza, della grazia di dio. Il dark per i buoni e il bianco immacolato per i cattivi, come insegno' Eisenstein. Se non si vuole essere banali.
Don Paolo, il parroco, che sembra un perfetto soldato di dio, tanto da sedurre perfino i giovinetti piu' sensibili della zona che vogliono “diventare proprio prete come lui”, e' uno Stefano Dionisi, l'ex partigiano Johnny, sempre ottimo nel sostituirsi ai copioni, quando c'e' da colmare di ambiguita' i vuoti di una sceneggiatura che disdegna la spiegazione psicologica (tra gli sceneggiatori c'e' anche Stivaletti). Anche se il tasto omosessuale non se la sente di spingerlo. Sua madre Maddalena, molto devota a dio, e' l'attrice di Almodovar Carmen Maura che non nasconde la sua origine spagnola e, nel film, umile e plebea, un passato tragico di ragazza quasi madre sempre sfruttata, un matrimonio infelice... E neppure la sua ossessionante onnipresenza nella vita di Paolo. Possessivita',
spirito protettivo e morbosita' sono le sue grandi qualita'. Il difetto e' una sottomissione atavica all'uomo, e in particolare al vecchio parroco morto, “maiale e sacrilego davvero” che continua a inseguirla e perseguitarla dall'oltretomba minacciando di contaggiare anche Paolo e di corteggiarla in eterno. Intanto Agnese (“deciditi: me o dio”) minaccia di svelare pubblicamente, dall'altare, la sua relazione scoop ai fedeli... E Paolo, a questo punto, vede davanti a se' uno squallido futuro da maschio italiano.
Come ci spiegava Alberto Lattuada, il fascista vero dell'epoca Deledda era quello che si vantava: “Sono andato a casa e ho fatto un figlio poi sono andato al casino poi sono tornato a casa e ho fatto un altro figlio”. Il maschilismo era l'emblema piu' preciso del potere fascista, fatto per tirannizzare. Burruano, l'ex parroco, ne da' un ritratto davvero accurato e pregnante, in una sola scena. “Per trovare davvero la fede e' necessario allontanarsi il piu' possibile da dio”, e' il suo consiglio. Era la falsa morale del fascismo. L'abbandono dell'umilta' per il culto dell'eroismo, l'esaltazione della forza piuttosto che dell'onesta', l'orgoglio contro la semplicita'. Malattie dello spirito che stanno ancora deformando la
psiche europea malata. Meglio starne alla larga, ci consiglia prete Paolo. E se avesse solo sbagliato amante?

I cinque preti piu' sexy della storia del cinema


1. Richard Chamberlein in Uccelli di rovo (serie tv del 1983, Australia) di Daryl Duke. “The Torn Birds” e' il vero spartiacque del genere erotico-talare. Prima soprattutto allusioni e desideri frustrati... La ricca latifondista aussie Maggie Cleary (Rachel Ward) si innamora a prima vista, e insegue per quattro puntate, quasi sempre respinta, un ambizioso prete irlandese, padre Ralph de Bricassart, inviso alle alte sfere e sbattuto per questo agli antipodi, che ha gia' conquistato il cuore della sua anziana zia, Barbara Stanwyck. Grazie ai soldi della sua eredita', Ralph diventera' un pezzo grosso della Chiesa. E anche il papa' di un bel bambino, futuro prete. Anche se non conoscera' la verita', da Maggie, se non nell'ultima puntata. Frase celebre di Maggie: "E va bene, vattene, scappa dal tuo dio. Ma sono sicura che tornerai da me. Perché io ti amo più di lui".


2. Jean Paul Belmondo in Leon Morin prete di Jean-Pierre Melville (1961). Una performance sottile e sensuale quella della super star francese alle prese con un personaggio difficile, quello di un sacerdote francese desiderato da tutte le donne di un piccolo villaggio normanno sotto l'occupazione nazista. La piu' implacabile ed efficace delle corteggiatrici e' agnostica e comunista, Emmanuelle Riva, e lo costringe, anche nel confessionale, a destreggiarsi ai confini della fede. E oltre. Grazie a Melville ne uscira' indenne. E a fede rafforzata. Anzi sara' incrinata per sempre la sicurezza laicista della Riva. Dal romanzo di Beatrix Beck.

3. Roberto Citran in Il prete bello di Carlo Mazzacurati (Italia, 1989). Nel 1939 a Vicenza, a guerra di Spagna finita, don Gastone, ex cappellano militare, fascista convinto, organizza spettacoli benefici, circondato da un gruppetto di signorine senza marito in palese ammirazione, come Immacolata, che per lui stravede e che è l'anziana padrona di un grande caseggiato. Quando affitta un appartamento in quel palazzo la bella prostituta veneziana Fedora, don Gastone non potra' resisterle, costi quel che costi. E' un maschio italiano, prima che un prete, no?

4. John Mills in Il coraggio e la sfida di Ward Roy Baker (Gb, 1960). Dal romanzo di Audrey Erskine Lindop. Un prete cattolico irlandese prende possesso della parrocchia in un villaggio messicano oppresso da una banda di prepotenti. Dirk Bogarde, tormentato e isterico, vestito in pelle nera, lo seduce molto piu' di Milene Demongeot, espulsa via via dalla dinamica della reciproca attrazione che s'instaura tra i due uomini e che li portera' a morire insieme. La donna e' la diabolica tentatrice (vedere il suo impeto, quasi necrofilo, sul suo letto di morte). Ma gli uomini no, nella Bibbia non c'e' scritto cosi' chiaramente. I
bambini, poi....

5. Mel Ferrer in Proibito (Italia, 1954). Stava per sposare Audrey Hepburn, ed era al massimo della bellezza, dell'anitpatia e della arroganza Mel Ferrer quando fu coinvolto nell'esordio di Monicelli, vagamente ispirato a Grazia Deledda, ma soprattutto alle faide nel nuorese che avvenivano in quel periodo. Comunque resta il fatto che Lea Massari si innamora di lui e cerca di strapparlo a dio, inutilmente. Anche perche' Mel Ferrer che voleva cambiare la sceneggiatura, la trattava malissimo. Luciano Emmer lo doveva girate
con Mastroianni e Bose'. Ma per ragioni censorie si preferi' annacquare la sceneggiatura con altri scritti di Deledda e darlo a Monicelli. “Mel Ferrer era un disastro. Ne venne fuori un film senza senso” assicura Suso Cecchi D'Amico. Pero' incasso' molto.

*pezzo pubblicato su Pagina 99 nell'agosto 2014

Eli Wallach, il cardinale di Hollywood, a due anni dalla morte

di Roberto Silvestri


E' morto a 98 anni il cattivo piu' affasciante del cinema moderno. Ma forse neppure il ruolo di villain perfetto lo caratterizza. Era molto di piu'. Infatti.
C'e' il buono, c'e' il cattivo e c'era Eli Wallach. L'attore
nordamericano, morto ieri a 98 anni nella sua casa di Manhattan,
dopo oltre 70 anni di intensa carriera teatrale, cinematografica e
televisiva - che molto deve anche alla formidabile scena italiana
degli anni 60 e 70 - possedeva infatti un dono speciale, davvero
originale, ingigantito, sul grande schermo, da una sublime tecnica
microgestuale.
E non era certo la “bruttezza” a definirne il tipo, per
quanto interiore, come nel classico di Sergio Leone. Se ne resero
conto tanti registi di qualita', che lo veneravano, da John Huston a
Richard Brooks, da Don Siegel a William Wyler, da Skolimowski a
Polanski, fino a Clint Eastwood che lo ha voluto di nuovo complice,
come ai vecchi tempi del western spaghetti, in Mystic River.
Wallach rendeva complessi, sconcertanti e pieni di sfumature destabilizzanti
personaggi di insuperabile immoralita' e disumanita'. Per quanto
fosse mafioso, bandito, ladro, assassino, pedofilo, trafficante di
droga, e perfino “The Freeze”, uno degli acerrimi nemici di un
Batman del 1966, il mega-caratterista Wallach era un professionista
del crimine 'charmant', non solo vivo, reale e umano, ma seducente,
e in maniera scandalosa. Certo, il Metodo aiutava. Da allievo di
Stanislavsky e Lee Strasberg sapeva come rappresentare,
esteriormente, i traumi piu' nascosti, i piaceri colpevoli eimisteri
dell'inconscio. A John Sturges strappo' il permesso di indossare una
sciarpa di seta, di cavalcare un bel destriero e di sbandierare due
denti d'oro per caratterizzare, indelebilmente, il suo bandito Calvera.
Mai uno stereotipo o una caricatura venivano scarabocchiati da
quegli occhi intensi e penetranti, radianti ambiguita', astuzia,
sarcasmo, sadismo e giocondita' infantile, istintiva e pre-morale...
Per questo c'era anche piu' gusto nell'annientarlo. E non era facile. 
“Eli era una combinazione adorabile di furia e scaltrezza”, come ha
scritto il critico e storico del cinema statunitense Richard Schickel.
In un western-spaghetti cercarono invano di impiccarlo ben 4
volte...Bisognava inventare altre generazioni di 'buoni' per abbattere
le sue creature maligne, di nuova concezione - non piu' come i cattivi
maneggevoli della tradizione classica di una volta, da Fernando
Sancho a Jack Palance, da Richard Boone a Henry Silva - ricorrendo
magari a Clint Eastwood, il giustiziere spettrale venuto dall'oltre
spazio. E per tutte queste qualita' L'Academy nel 2010 conferi' un
Oscar onorario a Eli Wallach. Anche perche' quello vero e proprio lui
l'aveva buttato via nel 1953, quando preferito da Fred Zinneman a
Frank Sinatra per il ruolo di Maggio in Da qui all'eternita', disse:
“no, grazie” e invece sali' sul palcoscenico, senza peraltro mai
pentirsene, per un allestimento di “Camino real” diretto da Elia
Kazan.
Presenza fissa della tv americana, tra tv movies, show e serie (in Our Family Honor interpretava un boss mafioso), vinse un Tony
per The Poppy Is Always a Flower, fu adorato soprattutto sulla
scena di Broadway, che lo premio' nel 1951 con un Tony Award per La rosa tatuata di Tennessee Williams, e di off-Broadway, dove
trionfo' nel 1946 con This property is condamned dello stesso
drammaturgo gay e decadente, Williams, con al fianco una giovane
attrice irlandese dai capelli rossi di nome Anne Jackson, che divenne
sua moglie dal 1948 in poi. Un coppia fedele anche sulla scena,
particolarmente affiatata nell'allestimento dei classici di Ionesco (Il
rinoceronte
), Murray Schisgal, come Luv o The Typist and The
Tiger,
Jean Anouilh (era il generale francese di Waltz of Toreadors) e
del teatro yiddish (Cafe' Crown di Hy Kraft). A teatro prediligeva
ruoli di piccoli uomini qualunque, irritati e incompresi.
Ma sono i ruoli cinematografici, piu' incisi e fiammeggianti, che lo
hanno reso celebre nel mondo. E anche pericoloso per la censura. In
particolare quando Elia Kazan, fresco di delazione contro i comunisti, e dunque intoccabile, irrito' tutti i reazionari d'America, la
chiesa cattolica e anche il critico del New York Times Bosley
Crowthers, realizzando, da un dramma ad alta suggestione carnale di
Tennessee Williams, “il piu' controverso film degli anni 50”, o come
lo defini' Time Magazine “il film piu' sporcaccione e moralmente
repellente mai distribuito nel normale circuito di sale degli Stati
Uniti”. Kazan volle Wallach (dopo il rifiuto di Marlon Brando) per
impersonare il personaggio piu' conturbante e dionisiaco,
l'immigrato siciliano Silva Vaccarro che seduce una minorenne
bionda del sud, lolita sposata a un ricco proprietario terriero,
frustrato sessualmente, ma ancora vergine e ritardata mentale (Carrol
Baker) in Baby Doll (1956), che resta il film preferito in assoluto da
Wallach (e che gli valse un Globo d'oro). Quella devastante bomba
d'immaginario, metafora dell'incestuoso e esangue razzismo sudista,
contribui' allo smantellamento dell'ormai inservibile e bigotto codice
Hays. L'interpretazione di Wallace che resta invece la piu' alta,
sovversiva e sottovalutata a livello critico e' quella del sicario
Dancer in The line up (1958) del liberal-radical Don Siegel (a
seconda dell'umore giornaliero), un giallo in bianco e nero che in Italia usci' con
il titolo Crimine silenzioso. Traffico di droga a San Francisco.
L'organizzazione nasconde la cocaina nei bagagli di inconsapevoli
turisti, che poi vengono derubati e assassinati uno a uno. Ci pensa
Dancer alla parte sporca del mercato. Con un sadismo talmente
estremo e consapevole da svelare via via come sia mostruosa l'intera
logica capitalistica basata sull'ottimizzazione del profitto con ogni
mezzo necessario. Non a caso perfino il piu' perverso e sadico dei
killer, come Dancer, alla fine non puo' che ritrovare un briciolo di
umanita' e ribellarsi a un meccanismo cinico e astrattamente
criminale, assassinando il 'grande capo', anzi scaraventandolo giu' da
una balaustra con tutta la sua sedia a rotelle, dopo che gli ha ordinato
la condanna a morte di una ragazzina colpevole di aver scambiato la
cocaina trovata nei suoi bagagli con dell'ottima, paradisiaca, cipria da trucco.
Tanto perfetta da averla usata proprio tutta tutta.... Questa volta la
metafora e' ancora piu' radicale. E sara' la censura critica e il
"politicamente corretto" a nascondere questo capolavoro noir nel
dimenticatoio. Piu' ricordate invece le sue interpretazioni western: il
bandito messicano Calvera dei “Magnifici sette” (1960) e soprattutto lo sdrucito Tuco, the ugly, quasi un giocattolo malvagio sprizzante
energia insana di Il buono, il brutto e il cattivo (1966) che fu
certamente della trilogia dei “dollari” di Sergio Leone quella che
incasso' di piu' in tutto il mondo, fu utilizzata da Bob Kennedy nella
campagna presidenziale per definire e inacidire i suoi avversari
politici, e' entrata nelle antologie per il duello a tre finale e ispiro'
anche il titolo dell'autobiografia di Wallach The Good, the Bad and
Me: In My Anecdotage
scritta nel 2005. In questi quattro lavori
Wallach allargava la fenomenologia del Male, ne facevano danzare i
chiaroscuri contagiando i personaggi, anche piu' 'immacolati', con
potenza virale. E forzava i confini di cio' che consideriamo 'umano' o
degno comunque di compassione cristiana. Sara' che la fede ebraica
di famiglia lo obbligava a fare i conti con una griglia di
comandamenti etici molto piu' analitica delle altre religioni, anche
laiche, con quegli oltre 600 divieti, e dunque anche con un culto
del dettaglio peccaminoso piu' perverso. In molti film indipendenti
Wallach fa non a caso il rabbino. Indimenticabile, per esempio, in
una commedia femminista troppo dimenticata, Girlfriends, di
Claudia Weil (1978).
Wallach, che era nato a Red Hook, il quartiere sul mare di Brooklyn,
tutto italiano, almeno allora, nel 1915, tranne la sua famiglia ebrea
polacca, e che si e' laureato in storia e arte a Austin, Texas, dove era
amico e compagno di corsi di Ann Sheridan e Walter Cronkite, e ha
studiato alla Neighborhood Playhouse School of Theatre di New
York, e' stato capace di cancellare, tra drammi teatrali molto adulti,
Baby Doll e i western spaghetti - girati con Tessari, Colizzi e Sergio
Corbucci dopo il litigio con Leone e alcuni incidenti di set estremamente pericolosi - la dicotomia bene/male perfino nel cinema
hollywoodiano, cosi' permaloso dei suoi standard e del suo canone
scientificamente commerciale. Basti ricordare Gli spostati di Huston,
con la collega di Actors Studio Marilyn Monroe (1961); Lord Jim di
Richard Brooks; Come rubare un milione di dollari e vivere felici di
William Wyler (1966) e il suo Don Altobello, il boss mafioso
avvelenato col dessert in Padrino parte III di Coppola (1990). Lo
stereotipo manicheo che illumina l'eroe e sprofonda nelle tenebre il
maligno antagonista, lui l'ha reso non solo meno banale, ma proprio
inefficace. “Voi forse non avete mai ucciso una mosca in vita vostra?
Ebbene e' un omicidio, no?”. Verrebbe proprio da intonare in suo
onore quell'antica e blasfema canzoncina romanesca che sbeffeggia
gli ipocriti e che in fondo era, del western di Leone, la morale
profonda: “E' morto un Cardinale che ha fatto bene e male. Il mal
l'ha fatto bene, e il ben l'ha fatto male”.


Una monografia su John Wayne. E un suo western che piu' rosso non si puo'

di Roberto Silvestri

Dal 1949 al 1975 un attore che veniva dall'Iowa, Marion Robert Morrison, e' entrato nella classifica dei dieci divi (uomini e donne) piu' amati e pagati di Hollywood, e in 19 anni su 26 e' stato tra i primi 4.
Ombre rosse, Fort Apache, Rio Grande, Un dollaro d'onore, Sentieri selvaggi e L'uomo che uccise Liberty Valance sono solo alcuni dei suoi capolavori sempre verdi. Questo cinegenico corpo “magico”, grande ed espasivo in tutti i sensi, bucava lo schermo maneggiando quattro espressioni con virtuosismo impareggiabile e sottile. Vi ricordate l'esperimento di Kuleshov? Una stessa espressione, al cinema, montata differentemente, puo' esprire tutta la gamma emozionale concepibile. Non c'e' affatto bisogno dunque di muovere la faccia e roteare occhi e sopracigli, per essere un grande attore cinematografico, semmai bisogna mettere a posto le mani...e scegliere il copione e il regista giusto.
Su questo piano Wayne non sbaglio' molto. E divenne il simbolo, in tutto il mondo, di bellezza, mascolinita' e senso del dovere ed e' diventato una leggenda dello schermo anche perche', con la complicita' di Walsh, Ford e Hawks, ha trascinato il western ai livelli piu' alti dell'arte cinematografica.
“Quest'uomo colpisce la nostra attenzione al di la' dei valori narrativi di un film”. Parola di John Ford. Credo che perfino i nativi d'America e i vietcong abbiano tifato, colpevolmente, per John Wayne (1907-1979), sul grande schermo. Jean-Luc Godard spiego': “Non si puo' non odiarlo ferocemente, per
esempio in Sentieri selvaggi, perche' il suo Ethan e' un mostro razzista. Ma non si puo' non amarlo follemente quando, nello stesso film, Ethan solleva dolcemente la nipote "contaminata" dai Comanches, Nathalie Wood, decide di non ucciderla piu' e supera se stesso e tutti i suoi orrori mentali, in un solo
gesto”. In L'uomo che uccise Liberty Valance, Wayne colpisce a morte, ma alle spalle, il cattivo, Lee Marvin, smitizzando centinaia di falsita' western e spiegando la differenza tra realta' e leggenda, la sola che poi “andava stampata”.
Il mito John “Duke” Wayne si rafforza nel tempo, a quasi 40 anni, ormai, dalla morte. Anzi siamo ormai al di la' della mitologia, all'icona. Incorporando alti valori spirituali, onesta', come coraggio, integrita' e combattivita', questa fortissima personalita' schermica - mai in difficolta', se con le donne
piu' sfrontate e spavalde di lui ma non solo – ambizioso e individualista assoluto, ma a suo agio nello spirito di corpo, fino a farsi odiare per lo sciovinismo militarista e imperialista di Berretti verdi, e' diventato sinonimo di “America”, dell'idea che l'America ha di se stessa. E che il mondo ha dell'America.
Pero' nel 1957 Wayne, al culmine della carriera, spiego': “Il ragazzo che vedete al cinema non sono io. Io sono Duke Morrison, e il nomignolo l'ho rubato al nostro cagnolino di famiglia, Airedale. Non ho e non avro' mai la personalita' di John Wayne. Certo, lo conosco, sono uno dei suoi piu' attenti studenti,
vorrei diventare come lui. Ma vivo fuori di lui”.
Insomma a Kirk Douglas che lo stuzzicava continuamente chiamandolo John, lui neanche rispondeva finche' in un party hollywoodiano ironizzo' sui personaggi, “finocchi senza spina dorsale” come Van Gogh, che Kirk amava impersonare.
Una meticolosa e autorevole biografia, John Wayne The Life and Legend, di Scott Eyman ci fa scoprire meglio queste contraddizioni ela differenza tra “Duke” Morrison e John Wayne, un personaggio inventato, strato dopo strato. Seguiamo Duke dalla natia Winterset alla californiana Glendale, da star del football all'Usc al primo grande successo, The Big Trail, dall'incontro con il “padre sostituto” Ford fino all'invenzione di quella “camminata da giusto” ai matrimoni a The Shooting del liberal Don Siegel dove ci racconta la sua ultima battaglia contro il cancro.
Il libro di Eyman, uscito ad aprile del 2014 e' gia' un best seller. Certo, non fara' cambiare idea a chi odia o ama incondizionatamente Wayne, se non riesce a far coesistere le due cose, il giustiziere e il servo del maccartismo. Anche se
scoprirermo parecchi lati segreti della sua personalita', come una insospettata competenza nella letteratura inglese del 700-800 e una particolare passione per la poesia o il terribile dolore provato alla morte del suo grande amico, un altro grande reazionario, l'attore Ward Bond. Non mangio' piu' per settimane e dimagri' di 10 chili. Eyman e' un professionista della biografia: ha scritto
su De Mille e Mary Pickford, Bergman e Ford, Lubisch, Louis B. Mayer e Robert J. Wagner. Ma ha conquistato con questo librone di 600 pagine frutto di lunghe conversazioni con parenti e amici di Duke, perfino i critici piu' esigenti, come Peter Bogdanovich (“ci introduce nella sua vita, nella sua morte e nella sua leggenda in modo cosi' preciso e piacevole”). Patrick McGillighan lo pizzica pero' su un aneddotto dimenticato. Wayne contribui' alla cacciata di molti rossi di Hollywood e questo Eyman lo dice. Ma dimentica di fare due nomi, Sam Ornitz (uno dei “dieci” arrestati perche' comunisti) e Bernard Vorhaus, rispettivamente sceneggiatore e regista di Three Faces West, del 1940, un no budget della Republic. Ebbene se cercate un western antifascista e antinazista di Wayne, che piu' rosso non si puo', eccolo. Ma il biografo qui tace.

Voglio un'arena estiva di qualunque tipo......


di Roberto Silvestri e Mariuccia Ciotta


L'acuta massima di Billy Wilder 'uno spettatore in sala puo' essere anche stupido, ma una platea e' sempre un genio', credo possa essere applicata anche alle arene estive. Che il nostro clima mediterraneo offre come piacere impermeabile alla moda. E che sono in interessante metamorfosi. Una platea, molto meglio se ibrida e creola, perfino con occhialetti 3d, grida all'unisono che “il re e' nudo”, anche se i giudizi sul re, “mi piace” - “non mi piace”, variano a seconda dei gusti. La bufala non passa mai inosservata a un raduno di filmgoers.
Comunque sconsiglio di allestire in casa un “Imax private Theater”. Non solo perche' in Italia non c'e' neppure quello pubblico, di Imax (che poi sarebbe uno schermo gigantesco cono immagini in altissima definizione). Non solo perche' se lo puo' e vuole permettere solo Arnold Schwarzenegger e i suoi 25 amici. Il costo e' infatti da nababbo arabo (oltre 2 milioni di dollari). I muri di casa devono essere, poi, assiro/babilonesi: lunghezza 30 metri, altezza circa 26. Inoltre e' esoso l'affitto di film, opere liriche ed eventi sportivi in diretta, in quasi contemporanea con i templi della visione gigantesca in 4K e del suono in dolby 7.1 digital surround, o in Power Point, ancor piu' viscerale e perfetto. E poi le partite dell'europeo viste in Imax o in 3D non aggiungono ancora molto alla visione tradizionale.  
Ma nonostante la definizione visiva e sonora divina e l'aria condiziata a manetta (non esiste in realta' l'arena Imax) il vero piacere estivo e' piu' imperfetto, di gruppo effimero e a cielo aperto. E' il momento dell'incontro e dello scambio con gli sconosciuti, i diversi, gli stranieri. A Roma, come a Los Angeles, in sperdute localita' di villeggiatura e' di grande moda, organizzare proiezioni, per 30 persone al massimo e nel cortiletto di casa, di film eccentrici, avulsi, underground, scomparsi dal grande giro, presentati in contesti colti e in simultanea con esposizioni d'arte, istallazioni, conferenze. 
In California si pagano 7 dollari e gli aventi diritto sulle pellicole non protestano, perche' sono proprio loro che, di solito, a introdurre i film. Per chi preferisce i target misti e piu' folti consiglio visioni (di crescente successo) in arene itineranti, che si spostano nelle location cinematografiche piu' celebri della storia. Il gruppo romano del Labirinto, molto prima che le film commission nascessero, ne e' stato il precursone, compilando cartine geografiche dell'immaginario che collegavano piazza dei Consoli, con la torretta medievale di Questi Fantasmi di Pietrangeli, alla via dove Anna Magnani viene trucidata dai nazisti in Roma citta' aperta di Rossellini. Stabili, invece, altre arene costruite gia' come set cinematografici, che simulano luoghi 'esotici' o grandi civilta' scomparse.
E' vero che l'estate e' il momento dell'anno di massima disattenzione e distrazione, quando ci si gode un riposo meritato e “a copertura totale”, ma la particolarita' estetica del piacere schermico tollera anche, anzi provoca e scavalca la distrazione. Valvola di sicurezza per non essere sopraffatti dalla gigantesca quantita' di informazioni e suggestioni che ogni film contiene, e che i pop corn, i vicini vocianti o con la testa altrove, i cellulari al lavoro, l'alzarsi continuo degli spettatori per andare alla toilette o a bere, o la risata inquietante di uno spettatore in prima fila, nel silenzio generale del dramma, non fanno che perfezionare.
La mania crescente di mangiare, nei cinema a 5 stelle, con il tavolino e tutta la batteria di forchette e coltelli, aggiunge poi complicazioni di soundtrack non indifferenti. Eppure c'e' una verita' nel detto: “il pubblico ha sempre ragione”. Anche se viene bombardato dalla pubblicita' invadente e dall'imperialismo dei blockbuster, la moltitudine vede cose che sfuggono anche ai piu' acuti analisti e critici. L'Estate romana di Nicolini, che accostava i film, anche quelli piu' diversamente classici, ai capolavori architettonici o urbanistici dell'antichita', come la basilica di Massenzio, l'arco di Costantino o il circo Massimo, non solo rispose con il divertimento collettivo alla strategia degli anni di piombo che ci voleva soli e chiusi in casa davanti alla tv, ma creo' una feconda sinergia e sovrimpressione tra epoche, classi sociali e modelli di immaginario (alto e basso) fino a quel momento conflittuali e inconciliabili. E' vero che scandalizzo' non pochi antichisti. Ma lancio' la moda di proiettare i film dove meno te lo aspetti, anticipando l'uomo solitario che se li vede nella sua mano, i film, gironzolando per il mondo. Perfino quando la scelta dei film non e' ne' originale ne' stravagante ne' sovversiva, come nel caso (limite) dei ragazzi del cinema America, che almeno salvaguardano un tesoro pubblico che sta per essere dilapidato dalla gentrificazione, e dunque possono permettersi tutto, l'arena estiva trasforma e rimodella le immagini che vediamo semplificando la ricezione se sono oscure, tranquillizzandoci se sono paurose, ridicolizzandole se sono autenticamente trombonesche.Una moda recente di squisita natura anglosassone sta portando nelle notti di mezza  estate, al cinema, molti cittadini che non vanno in vacanza "fuori mura". E cosi' la notte si va a vedere un classico muto o in bianco e nero, preferibilmente, al cimitero. Facendo picnic tra la lapide di Clifton Webb e quella della famiglia Fairbanks. Basta contattare Cinespia per avere il calendario degli eventi, "Hollywood Forever Cemetery", 6000 Santa Monica Blvd, Los Angeles, CA 90038.

Los Angeles. Una mappa per soli cinefili

di Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri

In un racconto degli anni 50 di Richard Matheson, un focolaio virale epidemico, partito da Hollywood e allargatosi a macchia d'olio, "infetta" il mondo. La devastante passione per il cinema, i divi, il western, l'happy end, la serie z e il beach movie, trasforma tutti gli esseri umani anche quelli piu' rispettabili (perfino della esclusiva specie umana "Fofi") in cinefili losangelini che, muniti di sacchi a pelo, attendono, in lunghe file, l'uscita del nuovo blockbuster per divorare secchielli di pop corn conditi col burro. Non si puo' certo perdere la prima di The Blob o di Nerve...Il fatto e' che non siamo dentro un Arc Lights di Babylonia, ma a Bombay, Johannesburgh, Mosca e perfino a Manhattan.
Come se tutti vivessero ormai a Westwood, nella piazza magica di Los Angeles dove si fronteggiano il Fox West Coast Village Theatre, costruito da Percy Parke Lewis nel 1931, con la sua svettante torre al neon, e il Bruin Theatre di S. Charles Lee, dalla concava facciata, che dal 1938 lo affianca nelle prestigiose e glamour 'premiere', con star affascinanti, in trionfo sul tappeto rosso.
In quel racconto di Matheson (per chi non se lo ricorda e' l'autore di Tre millimentri al giorno, Io sono Helen Driscoll, del ciclo Poe per Corman e di Duel) rievocava, serissimo dietro la satira, decenni di scontro sociale, anche aspro, tra fondamentalisti cristiani e societa' civile, per conquistare il diritto a un immaginario scatenato, utopistico e libero (dalla censura) ogni giorno della settimana (la 'santa domenica' per molti anni significo' i cinema chiusi per legge) e per tutti le eta', i sessi e le pelli (contro le sale razzialmente apartheid).
E' fantascienza, quell'epoca. Anche le Cadillac si godevano il doppio spettacolo al Drive in. Nell'estate del 2014, nonostante i crescenti prezzi del biglietto, si registrava infatti un calo di oltre il 50% nel box office rispetto all'estate 2013. Dal 2002 sono ben 200 i milioni di biglietti in meno venduti.
Matheson affianco' con quel racconto il 'canto del cigno' di un certo mondo del cinema e prefiguro' la nascita dell'era blockbuster. Dagli anni 60 agli anni 80 l'intera struttura del consumo cittadino di film, con sale nel centro storico da tre, quattro, cinque, perfino seimila posti, e poi con le seconde e terze vsioni, sarebbe scomparsa, sostituita dai multiplex nei mall dei sobborghi, prima, periodo Guerre stellari, e poi dai megaplex, da 20 sale (piu' ampie) in su, periodo Titanic, che oggi controllano il mercato intasandole quasi tutte con lo stesso kolossal Marvel in 3, a orari sfalsati, e rosicchiando il 40% dei profitti grazie alla vendita di junk food.
Infatti l'epidemia foto-chimica, e poi digitale, continua e 'si aggrava', nonostante la fine delle pizze da 35mm e la loro sostituzione con i file e la teletrasmissione satellitare delle copie.
Solo che il contagio, per lo spettatore, si trasmette ora via i-phone, e raggiunge forme acute, critiche e perfino illegali come scaricarsi da casa le novita' e le serie tv via internet ancor prima che escano in multisala o in tv e 'sezionare' i classici dello schermo (e le novita') su You Tube, Netflix, Facebook e Google, collegando il tutto a superbi apparati domestici, gli home theater in alta definizione e riproduzione iperdolby del suono.
Videogames e Oculus Rift (gli occhiali, ora perfezionati e acquistati da Facebook, che ti spediscono dentro la realta' virtuale di un videogioco) completano l'opera.
Certamente il delirio individuale supera la febbre collettiva. Anche perche' frequentare le obsolete sale cinematografiche del centro cittadino (ammesso che esistano ancora, e poi dove parcheggiare a meno di 20 dollari?) o gli asettici megaplex fuori citta' (che solo i teenager in moltitudine sanno come trasformare in luna park) e' sempre piu' scomodo e meno gratificante.
Comunque Hollywood, che gioca bene con i computer, continua a produrre, spacciare e saggiare le immagini 'diaboliche' che contagiano il mondo. Transformes 4 non solo e' stato il piu' grande incasso americano in Cina di tutti i tempi ma ha quasi superato, nel primo week end, a Pechino e dintorni, perfino il box office domestico Usa. In fondo il racconto di Matheson, ripubblicato poco fa da Fanucci nei 4 volumi di Schock!, vedeva giusto e prevedeva, con acume, il nostro presente. Un presente, pero', che deve un'altra volta essere rivoluzionato. Non e' stato ancora scoperto, infatti, l'antidoto anti virus-cinema. Neppure
l'Iphone Film Festival sta dando risultati di rilievo, nonostante il riuscito ossimoro, e il cinema sta contagiando pericolosamente, per stile e staff, il mondo dei videogame e delle serie tv. Per ridare glamour alla visione collettiva, pero', per concepire, in altro modo, il piacere del grande schermo, che e' singolare e collettivo insieme, le sale vanno ripensate e ridisegnate. Con un occhio al futuro da inventare e con un occhio al passato da far rivivere. Era l'intuizione dell'Estate Romana nicoliniana, oltre che dell'impresario del Kansas Stanley H. Durwood (il visionario inventore di Amc, American Movie Theater Chain, la catena di sale che lancio' l'aria condizionata quando pochi se la potevano permettere, e che oggi e' di proprieta' cinese, proprio come l'Inter). Presente, futuro, passato, uno dentro l'altro. Megaplex a tema (“Grecia, Roma, Egitto,Persia... luoghi che raccontino storie” come afferma il proprietario del Muvico Egyptian di Hanover, Maryland, Hamid Hashemi). E rubare ai vecchi pionieri del cinema, per esempio a William Castle, qualche idea da baraccone ma ancora fertile. Gli States, cresciuti di 40 milioni tra il 1978 e il 1995 avevano bisogno di ingigantire le proprie sale di cinema, rimpicciolite nell'epoca multiplex, e di moltiplicare gli schermi (oggi quasi 40 mila, di cui 606 'drive in', da 20 mila che erano nel 1987, di cui 2000 drive in), in Italia sono meno di 1000. Ai mega televisori, per quanto in alta definizione e al plasma siano, si puo' rispondere solo superandoli per gigantismo, comodita' delle poltrone e tecnologia (come gli schermi Escape del modello di sala iPic, come vedremo) o officiando di nuovo qualche rito nel Grande Tempio Sacro (che magari ti offra, in 4DX, anche la diretta dal Metropolitan Opera: come Massenzio in estasi davanti al Napoleon pre cinemascope di Gance con l'orchestra dal vivo). Senza rinunciare al gusto per la scoperta di sentieri dell'immaginario dimenticati, rappresentate dalle fertili salette undergound. Non e' un caso che uno di questi gioielli appartenga a Quentin Tarantino, che ci fa volare indietro nel tempo, nei suoi film ma anche nei suoi cinema. Perche' un uomo di successo e' “chi ha reso il mondo migliore e la gente che ci vive piu' felice, non il piu' ricco e potente”, come spiegava un pioniere dell'esercizio, Marcus Loew nel 1918. Vediamo dunque come Los Angeles si e' attrezzata cosi' alla grande sfida.

iPic theater di Westwood (10800 Wilshire Blvd)
E' la prima classe del “sogno schermico” in 3d (con occhialetti differenziati, per esempio per Trasformers). Con ampia lobby, eccellente per gli appuntamenti, ristorante e cocktail-bar annessi, e servizio in sala, durante la proiezione, previsto (e non sempre gradito, soprattutto se mangiano i vicini).
Garage gratis per 4 ore. Le poltrone, giganti, sono anche reclinabili e munite di comodi tavolini. L'aria condizianata e' a palla, ma ci sono ampie coperte calde per tutti.  La struttura e' da anfiteatro romano, come la catena Arc Lights, l'altro cinema vanto di Ellei. L'idea venne nel 1968 a un esercente belga, Joost Bert, del Kinepolis Group. Era molto piu' comodo in un paese multilinguistico (francese, fiammingo e olandese) dominare il grande schermo senza la testa in su per
due ore e leggere i sottotitoli senza le ingombranti testone davanti. La configurazione 'a scendere', giudicata troppo costosa dagli esercenti, dopo 20 anni, e' diventata legge. Esistono 12 iPic negli Usa. Il circuito italiano The Space, un po' li ricorda per le proiezioni a evento speciale di opere e balletti. Lo schermo, Escape, e' simile al Cinerama, ti avvolge e la definizione 4DX non solo e' imbattibile ma prevede effetti speciali come profumi e odori (gia' sperimentati da Disney alla prima di Fantasia) o poltrone che vibrano in collegamento con scene di film che prevedono sommovimenti tellurici, pioggia, nebbia, tifoni. Insomma e' stato perfezionato il sistema che William Castle utilizzo' artigianalmente nel 1959 per The Tingler, come ci ha ricrodato Joe Dante in Matinee.

The New Beverly Cinema (7165 West Beverly Boulevard).
Quentin Tarantino dal dicembre del 2007 ha rilevato un cinema storico nella zona ebraica di Faifarx, costruito negli anni venti per il vaudeville, che si era poi trasformato in night club, sala porno e grindhouse con spettacoli “totally nude” dal vivo, prima di tornare, dal 1978, il tempio dei classici americani ed europei grazie a Sherman Torgan, morto nel 2007. Tarantino sta dilatando e oltrepassando i contorni del concetto di 'film d'arte', attirando il pubblico piu' sensibile al cinema commerciale stracult. “Finche' saro' in vita e finche' saro' ricco – ha promesso - proiettero' in questa sala ogni giorno due film in 35mm”. Non sono accettate carte di credito. L'Istituto italiano di
cultura, preso in contropiede, ne ha copiato, qualche estate fa, la parte italiana della programamzione (con i poliziotteschi di Sergio Sollima e gli horror di Fulci).

The Cinefamily (611 N Fairfax Ave, Los Angeles, CA 90036)
Era la storica sala dove si proiettavano i muti da Chaplin a Potemkin. Dal 2007, programmata da tre cinefili scatenati, e' diventato un centro vivo di cultura, non solo cinematografica. Comici dal vivo, concerti live, eventi speciali mixed media affiancano classici del 'silent cinema', film sperimentali, documentari proibiti,
retrospettive di tendenza (Jerry Lewis, Cassavetes, Zulawski, Jim Henson...) e festival (cartoon, rock, horror filone: “pijama party”). Il locale (piccolo, frikkettone, con bei divani comodi e molto contesi in prima fila) si caratterizza per gli eventi che coinvolgono i cineasti di persona. Per esempio Sion Sono era li' a discutere del suo Noriko's Dinner Table e William Friedkin ha presentato di persona uno dei suoi film preferiti, The Texas Chain Massacre di Tobe Hooper, per festeggiarne il restaurato e la presentazione a Cannes 2014.

El Capitan Theater (6838 Hollywood Boulevard, Los Angeles, CA)
Per vedere le prime dei film Disney non c'e' posto migliore di El Capitan, una sala costruita in stile spagnolo coloniale (ma indianegggiante negli interni) un anno prima del dirimpettaio Grauman Chinese Theater (quello delle mani dei divi immortalate nel cemento). Qui Orson Welles ando' nervosamente alla prima di Quarto Potere. La compagnia Disney compro' la storica sala, e rimoderno' tutto, alla fine degli anni 80 e nelle vicinanze ha colocato uno strategico Disney Store (che negli ultimi anni deve essere stato affidato a un incapace perche' non c'e' quasi mai nulla di autenticamente disneyano da acquistare).

Billy Wilder Theater at Hammer Museum (10899 Wilshire Blvd. Los Angeles, CA).
L'universita' pubblica di Los Angeles (Ucla, da non confondersi con quella privata Usc) dispone di una bella sala all'interno del Museo Hammer (il piu' progressista della citta'), per proiettare il suo immenso patrimonio di pellicole e di programmi televisivi. Il calendario di questa estate prevede un lungo omaggio a Kirk Douglas, per festeggiare i 100 anni dell'attore e regista hollywoodiano di origine russa, una rassegna di film sulla guerra civile spagnola, una retrospettiva Maurice Pialat e un focus sulla casa di produzione di Chicago, Kartemquin, che da 5 decadi produce documentari radicali (tra i suoi fondatori Gordon Quinn e Jerry Blumenthal. Il 13 agosto 2016 verranno presentati i recenti restauri di due classici del periodo noir, Leave her to heaven di John M. Stahl (1945) e Nightmare Alley di Edmund Goulding (1947).

Graumans Egyptian (6712 Hollywood Bldv. Los Angeles CA. 90028)
e Max Palevski Theatre at the Aero (1328 Montana Ave.Santa Monica CA. 90403
Sono i due cinematografi pubblici della Cineteca Americana specializzati in classici (Peckinpah, Milius, Spielberg, Hellman, Lubitsch...) anche stranieri (Godard, Tati. Leone, Rozema...) e film di genere (horror, c'e' anche un Joe D'Amato questo mese). Il primo ha due sale, di 618 (l'Egyptian) e 80 posti (la sala Spielberg). Il secondo costruito nel 1939 in stile art deco per gli operai della Douglas Aircraft affinche' si appassionassero ai documentari di guerra che arrivavano dai fronti europeo e asiatico, ma poi restaurato di recente, e un po' acambiato, e' di 425 posti (ho visto anni fa il restauro, affollatissimo, del Gattopardo). Il biglietto costa 11 dollari ma bisogna anche pagare il parcheggio (12 dollari). Per l'estate 2016 di notevole nel 75esimo anniversario Quarto potere di Orson Welles (il 15 luglio) e, nello stesso giorno, l'omaggio al regista di cinema bis Alfredo Zacarias (The bees, 1978, e Demonoid, 1981) e il 16 luglio in copia restaurata in 4K Little Annie Roonie (1925), capolavoro con Mary Pickford diretta da Wiliam Beaudine. Il 28 luglio documentario del nostro Ferdinando Vicentini Orgnani, Un minuto di silenzio (2015). All'Aero in programm tra gli altri, quattro film di Budd Boetticher, Man from now e Buchanan rides alone (1958), con Randolph Scott il 21 luglio e Bullfighter and the Lady (1951) e Ride Lonesome (1959) il 24.

Nuart (11272 Santa Monica Blvd Los Angeles CA.) 
Qui, dove da sempre si proietta ogni sabato sera The Rocky Horror Picture Show, e dove e' stato appena proposto il doc su Frank Zappa Eat that question,  il 5 agosto prima losangelina del nuovo film di Barbara kopple, Miss Sarah Jones sulla cantante, versione femminile di james Brown, osteggiata dall'industria discografica perche' "troppo bassa, troppo nera e troppo grassa", siamo nel regno del cinema d'essai losangelino, caratterizzato dalla particolare attenzione al cibo e alle bevande. meno pop corn e piu' vino rosso e tacos. E' nato nel 1974 ed e' il punto di riferimento per tutti quelli che vogliono vedere film no Hollywood, stranieri soprattutto. E poi cartoni animati fatti strani e documentari.E' annesso al cinema un videostore famoso per le t-shirts con i nomi dei registi stampati sopra (Bela Tarr, Fassbinder, De Palma, Lynch, Bunuel...) e perche', assieme a Vidiots, che invece e' a Santa monica, Pico Blvd 302) noleggia cose davvero rare e introvabili.

Cinemarama Dome 6360 Sunset Boulevard Los Angeles CA.
Costruito nel 1963 nell'epoca d'oro del cinema antitelevisivo, quando La conquista del West veniva proiettato in cinerama, e quando Arch Oboler propose i suoi primi avveniristici film in 3D di prima generazione, e' caratterizzato dalla sua forma semisferica, composta da 316 esagoni e dalla vicinanza di un Arc Lights (il primo della metropoli). Il prezzo del biglietto qui e' pi' alto, sui 16 dollari, ma il proiettore Kinoton non disdegna i 70mm e lo schermo ha una curvatura di 126 gradi. Il suono e' perfetto e anche i film brutti sono degnamente rispettati. Lo ha rilevato in anni piu' recenti e rilanciato Randal Kleiser (Grease), uno che viene da Usc.


lunedì 4 luglio 2016

I Beach movies dalle origini ai giorni nostri



Roberto Silvestri

“Ogni generazione – come diceva George Orwell - è convinta di essere più intelligente della precedente e più saggia di quella successiva”. La mia, quella attorno al 68, e' un blob ancora indecifrato (certo i vecchi li amava, come Mao e Debord, e i giovani pure, visto che sarebbero durate un decennio le lotte). Chissà come sarà questa, dei ventenni di oggi, che, interrotta d'incanto l'occupazione di Wall Street,  è nuovamente attratta, o forse spinta, verso l'esodo, il viaggio on the road, l'avventura oltre i confini mentali vigenti e i piu' disincantati dei desideri. E, anche, verso un ritorno al mare, alla spiaggia, al party di notte tra le dune, alla bici e forse anche al beach movie. Filone fiorente, una cinquantina di film commerciali a basso costo, perfetti per i drive in estivi, che fiori' nell'America kennediana, appena uscita dall'incubo nucleare e dal puritanesimo bigotto che aveva incupito l'epoca maccartista. Il movimento di liberazione dei teenager  nacque li'... divertendosi. La piccola casa di produzione Aip chiamo' il regista televisivo di Lucy ed io, William Asher che invento' una coppia canterina chimicamente capace di produrre una “molecola” tutta differente ed efficace, certo anche un po' ridicola e camp (quella particolare sensibilita' che sa trasformare in serie le cose frivole e viceversa). Lui 24 anni, Franckie Avalon, lei 21, Annette Funicello, un cantante piu' femminile del solito e una creatura disneyana piu' che androgina, circondati da adolescenti bellezze, in bikini e palestrate. Nessun genitore tra i piedi. Il loro nemico Harvey Lambeck, capo subumano e inetto di una gang di Hell's Angels, non avrebbe mai potuto fermare i loro piani, musica rock, danza, surf, flirt... Beach Party,  Muscle Beach Party, Beach Blanket Bingo,  Bikini Beach e How to stuff a Wild Bikini, bassi costi alti incassi, furono successi color pastello dagli occhiali rosa. Certo. C'è anche bisogno di fantasia, rifugi, paradisi artificiali a basso grado di assuefazione, guai se non ci fossero i sogni!
Cosi' oggi, quando sceglie i film da vedere, la nuova generazione di teeangers e di ventenni, ipotizza altre via di fuga dal presente. Transformers 4, l'età dell'estinzione, lo dice il titolo stesso, ama poco lo status quo, ed è per questo un tipico beach movie del XXI secolo, anche senza mare, costumi da bagno e tavolette da surf. E poi il surf come si sa e' uno sport invernale piu' che estivo.... C'è la musica, metallara pesante, da Super Tir.  Ma, soprattutto, basta vedere l'ingresso trionfale della sua starlette bionda, Nicola Peltz, sulla jeep con gli amici, reduci da un Muscle Beach Party che, fuori campo, si è svolto sicuramente come prequel, immaginiamo, più appassionante del sequel (a giudicare dal volto progressivamente annoiato della stessa Peltz, via via che la grande battaglia verrà scatenata).
Ma il mare è proprio sparito dal cinema contemporaneo, non come ai tempi di Bond-SeanConnery o del ciclo beach israeliano di Pop Lemon. E anche dall'immaginario contemporaneo degli adolescenti. Tranne nelle forme “regredite” di fontana o di piscina. O associato a minaccia, tempesta, pioggia, uragano, horror. Gli zombies giustizieri dell'ultimo film di George Romero arrivavano dal mare... Pier Paolo Pasolini, irritato anche lui dalla supponenza di certi giovanotti (sono sempre supponenti e hanno sempre torto i giovanotti) disse una volta: “Ma cosa credete di fare? Ma chi vi credete di essere? Noi abbiamo visto il mare, voi non lo vedrete mai più”. Il mare ai tempi di Pasolini si poteva ancora raggiungere in 40 minuti dal centro di Roma. Adesso provateci. E quando ci arriverete troverete - a Ostia o a Fregene, così come a Santa Monica o a Malibu – un fondo non limpido e l'acqua inquinata....e Mafia capitale.
Fino agli anni 70-80, invece, Un mecoledì da leoni, costoso come un flop di lusso, Summer lovers e Blue Lagoon bersioni marine di Grease, ancora costituivano per i teenager la prova dell'esistenza del Paradise Now acquatico ed ecologicamente perfetto, e, per metafora, di un territorio immaginario liberato, di una scogliera dei desideri realizzabili, in perfetta autonomia rispetto agli ordini familiar-istituzionali. Poi il mare - Point break lo dimostra - è rimasto solo specchio, testimone di altro, agonismo, antagonismo, metafora politica...
In America, dove dollari e lavoro ricominciano a circolare, l'attrazione fatale del momento è per l'immaginario degli anni Ottanta, che volle dire proprio ritorno ai fifties, ai Cinquanta, al decennio dell'America Felix, della serena operosità, della fiducia, della speranza, del divertimento e, appunto, in finale di decennio, dei beach movies. Quelli che dal 1959 coinvolsero sulle battigie californiane, avvolte e avvinte dal rock'n'roll, dalla ribellione e dal sesso adolescenziale, vecchi attori cari come Vincent Price, Peter Lorre, Mickey Rooney, Bob Cumming, altre che Buster Keaton, i figli d'arte, come Nancy Sinatra e Beau Bridges, e registi dal futuro exploitation piu' impegnato come Roger Corman e Hershell Gordon Lewis. Gli yuppie più nostalgici adoravano quel primo decennio edonista, e portarono in trionfo perpetuo Grease, il beach movies honoris causa del 1978. Il ritorno, recente, di Frankie Valli in The Jersey Boys e della sua vocina bisex da controtenore, adorata in Grease, non e' casuale.
Con i surf, il rock, le sostanze psicotrope e poi con gli artisti di strada muniti di skateboard, si criticava sotto traccia la prepotenza colonialista, lo sfondamento ripetuto e continuato della Frontiera. I surfer non vogliono forse essere risospinti verso terra dalle onde, soprattutto dalle più gigantesche? Quel che gli skateboarder e i biker cercano a Los Angeles non e' evitare gli ingorghi e il caos di un traffico metropolitano che paralizza la “città delle auto”, ironizzando con perfidia crescente sui lati sempre più grotteschi di una espansione paralizzante?  Scudi stellari spirituali, quei film adolescenziali, che Quentin Tarantino giustamente ricalibra nei suoi doppi grindhouse pieni di sostanza culturale e politica indiretta, ma imbastiti di sesso, umorismo, alcool, movimento e  gioco d'azzardo, con frammenti di delinquenza giovanile, horror spinto, rock'n'roll, motociclisti, bad girls, giochi erotici, college, hippies in rivolta e dialoghi sporcaccioni.  “Tutte diozie”, sentenziava il New York Times, il quotidiano dei poteri cinematografici forti. Ma Andy Warhol, nel 1965, non puo' resistere al beach movie e gira My Hustler, regalando al genere anche una maggiore e esplicita disinvoltura omosessuale. 
La controcultura balneare 1963-1966 aveva avvertito: non e' tanto Felix l'America. E non lo sarà. Ed ecco il cinema a produrre digitalmente e in 3d un Male sempre più raccapricciante, la paura, l'incubo, l'apocalisse nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. Super eroi contro Super Malvagi. Uno sforzo che ci ha dato anche grandi film, non solo horror. Proprio perché, come diceva perfino Malraux: “Il cinema non è un'arte. E' un'industria che ha modificato il concetto stesso di arte”. 
Ma solo i surfer, come gli antichi pescatori polinesiani pacifisti a cui avevano copiato le tavole, indicavano una risposta alternativa rispetto ai marines - e introversa, non interventista - alla crisi economica. Non furono ascoltati. E fu anche Vietnam, Cambogia e Laos... I surfer divennero poi, provocazione dopo provocazione, Sds, Simbionesi, Freaks come Frank Zappa, Weathermen e Black Panthers. E i loro nemici giurati, gli Hell's Angels sulle Harley Davidson, che in ogni beach movies provocavano risse e bloccavano senza successo i concerti e le danze, si sarebbero trasformati poi nei nuovi Kkk della cronaca tragica, nei generali Westmoreland e nei massacratori di My Lai e nei baruti dell'Isisi. A  Berkeley comparve, un bel giorno, la scritta: “Chi è il baby di Rosemary? E' Richard Nixon”. Polanski, l'inventore del “diavolo” fu costretto alla fuga. Surfer nazi must die (1987) di Lloyd Kauffman (Troma Dinasty) ha sintetizzato in un'ora e mezza e scodellato ai posteri la forza sovversiva di quelle immagini. Estate non e' solo divertimento.
Così oggi, per le strade di Los Angeles, vediamo dilagare la moda dei super short bianchi delle ragazze, proprio come quelli di Leggy Leigh Snoden in Hot Rod Rumble (1957) o di Mamie Van Doren in The beat generation (1959), due teen movie da culto pre-beach che anticiparono Berkeley e le rivolte. La mania del “chi mi ama mi segua”, quel celebre di dietro pubblicitario in denim jeans, è ormai global.
Tutto questo non equivale a riflusso e disimpegno, come non era solo evasione la disco music della Febbre del sabato sera di Travolta. Aguzzare gli occhi è necessario,  assumere rispetto ai “segreti generazionali” non il metodo critico e non inquisitorio, simile a quello dello scassinatore che appoggia l'orecchio e aspetta con calma il clic che aprirà la combinazione. Interessante, a questo proposito, ricordare il riaffiorare oggi del film musicale retrò, prima e attorno al rock, la biografia di Jimi Hendrix,  quella dei Four Seasons di Clint Eastwood e quella di James Brown, prodotto da Mick Jagger e in uscita in questi giorni e Eat that Question su Zappa.
Spring breakers di Harmony Korine in uno dei più pregnanti e lucidi beach movies degli ultimi decenni (i Vanzina di Miami Beach ne hanno fatto una timida parodia obliqua), ha avuto il merito di anticipare i tempi. Niente mare, infatti, piuttosto piscine che scatenano ogni pulsione di vita e di morte, in un romanzo di formazione, dell'americano comune sul denaro come fenomenologia del potere.

lunedì 20 giugno 2016

Neon Demon, vampire a Hollywood. Un film “trash chic” di Refn






di Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri


Un film sul mondo della moda, agenti, modelle, fotografi, a Los Angeles?! Non a Parigi o a New York o a Milano? Bé Los Angeles è l’anello di congiunzione tra moda, apparati industriali dello spettacolo, scienza plastico-chirurgica e resto del mondo. E i suoi spazi vuoti sono più enigmatici. E poi siccome dietro a ogni donna di talento c’è un uomo, Liv, la moglie di Refn, non voleva andare a vivere a Tokyo e così il marito regista è stato costretto a cambiare film e la felice coppia se n’è andata in California. 


Ma questo film europeo, a basso costo, doveva sembrare un film ad alto costo, di lusso. Come fare? A volte basta un costumista che anticipa i tempi dell’alta moda e con poco fa magie (Erin Benach), uno scenografo dagli occhi dorati e amicizie luculliane (Elliott Hostetter) e una direttrice della fotografia che sa scolpire sui corpi degli attori (e in questo caso delle tante modelle e modellacce) luci e ombretti dolci, plastici o vellutati. Per aggiungere un tocco d’alta cosmesi in più, Refn ha chiesto al mago delle lenti anamorfiche di costruirgli un obiettivo apposito, il Crystal Express, che impedisse gli alti costi di post produzione per rendere le immagini glamour come quelle delle riviste di moda o degli spot pubblicitari più costosi (Refn nel 2012 ha diretto Blake Lively in uno spot per un profumo Gucci). Insomma un film girato in purezza. Come fosse un monovitigno. Il monovitigno è la purezza (immagino che il film sia un diadema immateriale regalato all’adorata moglie di Refn, sempre Liv).


La purezza è quella qualità interiore (e sinistra) che trasforma la bellezza in qualcosa di superiore, un fard invisibile che distrae la perfezione, offusca la regolarità, insomma, come sosteneva Kraus, imbruttisce un bel po’ e rende un viso e un corpo regolarissimo, imperfettamente unico. Di primi piani su donne adorabili, pure e trascendentali, e striate di bruttezza, di elementi decostruttivi, non ne mancano, griffati Dreyer o Hitchcock (Falconetti, Grace Kelly). Raccontare cos’è questa grazia e come è potente, con le immagini, ha sempre un alto quoziente di difficoltà. Ma qui si narra addirittura di come l’intelligenza di una donna mobiliti tutti i vizi che si raccolgono nella grazia femminile. Siamo dunque sul concettuale. Sul terreno subliminalmente horror di un film glamour, alla moda. La missione impossibile è: si può fare un film di genere horror senza mettere in scena l’horror o senza una (s)cena esplicitamente horror? Le quattro donne qui scrutate (il copione è strabico: firmano Polly Stenham, drammaturga britannica, e Mary Laws, scrittrice americana), la protagonista Jesse, la dragonessa Ruby (Jena Malone), Roberta Hoffman, la direttrice dell’agenzia (Christina Hendricks) e Bella Heathcote, scavalcano tutte la soglia della bellezza radiante e “impossibile”, quella delle potentissime star della moda da scuderia Gucci, YSL, H&M, Dior, Hennessy… Non è un caso che, per la prima volta, il regista del film preferisce firmarsi come una marca di profumi, NWR. E ci conduce a braccetto nei paesaggi Vogue Home dove tramano le donna vampiro, le donne licantropo, le donna cannibali e le donna Narciso che divorano se stesse tanto si adorano allo specchio.
Il demone al neon, The Neon Demon, è, in particolare, Jesse, una bionda modella minorenne che viene dalla provincia (Elle Fanning). Dallo stato dell’ex presidente Jimmy Carter, la Georgia, precisamente. Gioca, da perversa istintiva, la carta della purezza, fisica e morale, per conquistare i piani alti della celebrità e mettere ai suoi piedi Los Angeles. Dal motel scalcinato e inquietante di Pasadena arriverà presto alle villone con piscina di Malibù, incantando fotografi e stilisti alla moda e sbarazzandosi dei suoi amici artisti, più puri e naif. La sua folgorante ascesa, tra bellezze tutte ugualmente private di anestetismi, scatena però gelosie e lussuria, omo ed eterosessuali. Finalmente si prendono per il culo coloro che ancora usano la parola buonismo come se fosse una pessima astuzia etica invece che una tecnica di comando di affascinante complessità. Non dimentichiamo che Elle Fanning per preparare la sua parte ha visto e rivisto i due film più importanti mai dedicati alle bambole perverse: Valley of The Dolls di Mark Robson e Beyond the Valley of the Dolls di Russ Meyer (che ne è la gigantografia doppiamente lussuriosa).

E infatti. Perfino Keanu Reeves, il Jack padrone del motel, si trasformerà nel Norman Bates di Psycho per possederla (e non ci riesce)...e Jena Malone, che è Ruby, il personaggio più enigmatico e sinistro del film, fa il make up ai cadaveri e anche di più, e se la porta a letto. Inutilmente. Le divine sfuggono ai lubrichi mortali. E Elle Fanning è costruita un po’ come una diva del silver screen. Non è umana è solo “nitrato d’argento”. E’ mummia, ricalco digitale.  
Lei, infatti, non vuole imitare le altre mannequin, in nulla. E le altre modelle in crisi, da Bella Heathcote (nel film Gigi) a Abbey Lee (nel film Sarah), non troveranno altra maniera per imitarla, e sopravvivere nel jet-set, che divorarla. In senso letterale. Cos’è una top model, infatti? Un fuoco d’artificio che dura pochi istanti folgoranti e intanto pianifica, via Botox, altri grandi giochi di poteri. Deve entrare al più presto in metamorfosi molecolare. E poi se lo diciamo in francese, nella parola “mannequin” (frammenti di una donna, aggiungeva Jerry Schatzberg) si evoca sempre un po’ l’odore pesante del maschio, oltretutto chino, o della statua irrigidita da grande magazzino….Orrore.
Sexploitation o meglio menstrual-horror con necrofilia, senza un solo grammo di leggerezza e umorismo, sulla Croisette, in occasione della prima mondiale. E scandalo tra i cinefili. Refn sempre danese è. A proposito del vuoto di crasse risate. Ma. Mai sentiti tanti fischi a Cannes come quella mattina. Buon segno. Un film che divide. Torna a Los Angeles dopo il verboso Drive, mal copiato da Driver di Walter Hill, il cineasta Nicholas Winding Refn, diventato dopo Lars von Trier (ora alle prese con un serial killer movie) il danese che esporta più film nel mondo e ha dato una smossa trash-chic all’intera industria nazionale. Questo incubo ad aria condiziata è un po’ più autobiografico, come abbiamo detto. Ma anche per altri motivi. C’è come una sedicenne dentro Refn. E anche un pastore luterano, scandalizzato dalla “Metropoli della Paccottiglia” (come descriveva Kenneth Anger la Babilonia del cinema) almeno quanto Debord dalla Società dello Spettacolo. Refn non imita superficialmente il cinema di genere, come si dice (a Cannes ha presentato Terrore nello spazio di Mario Bava iperrealisticamente restaurato, segno che i suoi gusti, a iniziare da Walter Hill sono più che eccellenti). Ma, con fare adolescenziale, tratta Hollywood, il filone carcerario, il dark honkonghese e perfino lo psicothriller all’italiana di Argento e Lenzi, come giocattoloni da rompere e far funzionare altrimenti. Buon procedimento. Con Cliff Martinez al posto di Ennio Morricone, a costruire grumi sonori inquietanti e seducenti. E Matthew Newman (piuttosto materico e pesante) a inventare controtempi di montaggio heavy metal che irritano qualunque amante della battente ritmica di un seriale tv. Insomma siamo davanti a sequenze tutte uguali tutte ugualmente accurate, belle e orpellose, come in una sfilata di moda. Spalle larghe e tette giganti a parte - The Neon Demon preferisce i full frontal piatti  delle lolite - potremmo essere capitati proprio dentro un porno-movie, noiosissimo ma delirante, di Doris Wishman, la risposta femminile negli anni 60 e 70 a Russ Meyer. Più che in un Lynch, un De Palma, uno Schrader, un Cronenberg, un Hitchcock, un Aronofsky, un Argento…