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giovedì 1 dicembre 2016

Sully, l'happy end dell'11 settembre




Mariuccia Ciotta

L'oca del Canada è un grande uccello elegante dalle piume bianche e nere, un migratore che insidia i cieli americani e che il 15 gennaio 2009 s'infilò, insieme al suo intero stormo, nei due motori dell'airbus A320, volo 1549, della Us Airways provocando il blocco dei reattori. In sovrimpressione, Tom Hanks alias capitano Chesley “Sully” Sullenberger vede sfilare tra i grattacieli dei Manhattan, nello splendore dei cieli azzurro fluorescente dell'Imax, altri “stranieri” alati, quelli dell'11 settembre 2001. Otto anni dopo, l'allarme provocato dall'incidente gettò i newyorkesi nel terrore di un nuovo attentato, tutti videro l'areo saettare a quota bassa sullo skyline, la città piena di fumo e di sirene urlanti, le strade bloccate, il delirio...
Sully diretto da Clint Eastwood diverge dall'azione spericolata che celebrò il capitano, e scarta il genere catastrofico - anche se le immagini del disastro scorrono in un loop ipnotico - e si concentra sul suo soggetto preferito, il non-eroe spezzato in due. Così in True crime, Million Dollar Baby, Gran Torino, American Sniper... Il Dirty Harry che viola il regolamento poliziesco o aeronautico e getta via il distintivo.

Trentacinque secondi per decidere se attraversare il fiume nel West Side di New York e atterrare al Teterboro Airport o a Newark nel New Jersey, tornare indietro all'aeroporto LaGuardia da dov'era partito o ammarare nell'Hudson. Altezza 2800 piedi a sfiorare i tetti delle case, tre minuti e mezzo dopo il decollo, Sully e il suo copilota Jeff Skiles (Aaron Eckart) si lanciano sulla pista d'acqua e salvano i 155 passeggeri a bordo.
Sully non è un film sull'uomo solo al comando, tanto meno sull'eroe - chi salva gli altri a sprezzo della vita - ma è un film corale, sul potere dell'umanità al lavoro, una massa in convergenza attiva, vigili, sommozzatori, elicotteristi, 1.200 membri del squadre di primo intervento, sette traghetti che trasportavano 130 pendolari e che accorsero intorno all'aereo galleggiante e salvarono tutti in 24 minuti. Una sequenza alla Frank Capra.
Una folla solidale in un film come It's a Wonderful Life si chiama popolo, mentre chi interpreta le sue peggiori pulsioni si chiama populista. Quindi che c'entra Clint Eastwood, si chiede Le Monde, con Trump? Forse, sostiene il critico Jacques Mandelbaum, nella sua bella recensione, si tratta di un “doloroso enigma”, il Clint regista di un “sottile e luminoso Sully” e la sua adesione cieca al partito repubblicano. Come se fosse ancora ai tempi di Lincoln.
Certo è che il suo 35mo film, il primo girato in digitale, scavalca l'individualismo del cavaliere solitario venuto dall'adilà, e orchestra il coro dell'America che solo unita può salvare e salvarsi.

Tratto dal libro autobiografico di Sullenberger Highest duty (sceneggiatura di Todd Komarnicki) e illuminato da Tom Stern, direttore della fotografia dei titoli più recenti di Eastwood, Sully ha in più lo splendore della scenografia di James J. Murakami, autore tra l'altro di Lettere da Iwo Jima. Un film dall'inedita espansione visiva. L'impatto sull'Hudson e le panoramiche dall'alto replicano la vertigine di The Walk di Robert Zemeckis, moltiplicate dalle visioni di Tom Hanks, perduto nell'incubo di un possibile errore che avrebbe spinto l'aereo a schiantarsi sui grattacieli. Flash back del capitano coraggioso che nello specchio si vede kamikaze, e si crede un-american. Sully subirà un “processo” in stile maccartista intorno al quale si concentra il film che gira su un asse vero/falso, un dormiveglia allucinatorio popolato di fantasmi, 2996 morti allora, 155 vivi oggi.
Il National Transportation Safety Board chiamerà Sully a rispondere delle sue azioni, con una schiera di foschi giudici seduti sugli scranni, inquadrati secondo l'iconografia dell'inquisizione anni '50. L'aereo, valore 150 milioni di dollari, si poteva salvare, sostiene l'agenzia investigativa, l'atterraggio in aeroporto era possibile. Ma la simulazione digitale non calcola le emozioni. Il tempo per virare pensieri e velivolo appartiene solo all'essere umano. Niente pilota automatico. Gli automi alla guida sono freddi calcolatori inebriati di manuale e di algoritmi.

Eastwood, umanista in formato Arri Alexa 65mm, però, non tira colpi alla modernità, lui ragazzo del secolo scorso, ma si interroga sull'”arte di ricostruire la realtà”, il cinema, e si allinea agli sperimentatori dell'immagine-tempo. I 35 secondi di Sully sono necessari, così come le sue proiezioni mentali nella stanza dall'albergo in dialogo telefonico con la moglie (la stupenda Laura Linney, già con Clint in Absolute power e in Mystic River) scandito da ossessivi “ti amo”. Sospensioni temporali. Giochi per distrarre il tempo e aggirarlo. Non ci sarà un inizio, un centro e una fine, il flusso circolare intreccia la storia e il suo riflesso. E nel delirio di una tragedia probabile, scorre anche l'umorismo negato al cinema-algoritmo-senza ritmo. “Cosa cambieresti se dovessi rifarlo?” chiedono al copilota, e lui “Lo rifarei a luglio”, gelido l'Hudson in gennaio, e ancora, “L'unico modo per decollare in orario da LaGuardia e decollare dal JFK”, sorrisi ai margini con una esilarante visita al David Letterman show.
Tom Hanks, “medaglia della libertà” appena ricevuta da Obama, chiama nel film i 155 passeggeri, “non uno di meno”, e Eastwood, che lavora con lui per la prima volta, lo alterna all'immagine del vero Chesley Sullenberger, attorniato dai veri sopravvissuti, non solo numeri, ma volti, ad evocarne altri senza nome sprofondati in acque lontane.
Sully suona il requiem alla paura, e dopo il lungo shock delle Twin Towers, è l'happy end collettivo di New York.
Aaron Eckart, il vero Sully, Clint Eastwood e Tom Hanks


lunedì 21 novembre 2016

Su "Dottor Strange" e "The Young Pope", i film del momento


Roberto Silvestri
Tilda Swinton mette ko Benedict Cumberbatch
Dottor Strange e Young Pope. Sono usciti contemporanea due oggetti non identificati, spettacolari ufo dell'immaginario, uno in sala di lunghezza normale uno per via satellitare di dieci ore, quasi alla Lav Diaz, diversamente lisergici entrambi, ma più simili di quanto non sembri (e non solo per il successo internazionalmente decretato). Anche se di religiose trattano entrambi. Di dio, di riti, di Potere temporale e di tentazioni diaboliche, addirittura di Papa e di Illuminato Supremo,  di religione d'Oriente e d'Occidente. Con la leggerezza del fumetto, e ricco di combattimenti a grafica danzante, il primo; o con la solidità del gesto smitizzante che inanella pomposamente gag strampalate ma stipate di poesia, il secondo (nel quale però Jude Law fa una gustosa caricatura facciale di Buzz Lightyear, "verso l'universo e oltre", cioé dell'astronauta Pixar di Toy Story). Si diceva un tempo che non esisteva film italiano senza un prete e un cane. Il primo film infatti è nordamericano e il secondo italiano a metà. Via i cani e al loro posto un numero spropositato di preti e prelati, di suore e missionarie, tutti baroccamente vestiti. Segno della coproduzione internazionale. E di un quoziente di difficoltà alto, non fosse per Nanni Moretti e Ron Howard che hanno imposto da tempo, al centro della meditazione contemporanea, il filone Papa e anti Papa. L’attore italiano Silvio Orlando accanto alla Diva di Hollywood Diane Keaton e a Jude Law e addirittura a James Cromwell senza il sio porcellino Babe ci permette di scalare su su su fino al cielo dello star system. Tutto ciò che di immateriale sembra esservi, ma a cui si accede attraverso il corpo, la lingua, il grosso neo sulla guancia destra, la facezia, la fisicità, il gesto (l'apertura delle braccia verso il cielo, o le dita che producono elettricità quantista e buchi neri spazio-temporali), la materia, ascesi compresa, perfino la cacca, le formule scritte, e anche la fede, che è terragna. Basta vedere, dal campo di calcio, l'estasi rumorosa e canterina del tifoso sugli spalti. E ammirare l'amore eterno, fanatico e sconfinato per certi colori... Fede Assoluta Collettiva. E orizzontale. Non sempre è così. Le religioni istituzionalizzate hanno gerarchie ferree, dogma, capi, sudditi, etichette, vestali, nemici da inquisire e impalare. La chiesa ortodossa russa e la sua omofobia sbandierata non è certo seconda al fondamentalismo cristiano, ebraico, buddista, induista e islamista...E visto che papa Francesco ci ha davvero abituati al politicamente sconcertante, ecco che un film lo fiancheggia e un altro ne resta sinceramente scandalizzato.

Uno scrittore milanese morto giovane e geniale, Alberto Episcoli, che pubblicò Festino & Destino nei primi anni 70, mi raccontò, alla metà degli anni sessanta una barzelletta su un futuro Papa degli anni 2000, Uranio Primo, ex gesuita naturalmente, che aveva deciso di rivoluzionare la chiesa, in crisi di consensi, officiando in basilica messe con donne nude stile Otto Muhl. Però cominciò davvero a infastidire i benpensanti, non solo musulmani, solo il giorno in cui pubblicò l’enciclica Porcus Deus. Quella barzelletta è un po’ l’incipit di entrambi questi film. Il sogno del giovane papa che immagina di rivolgere ai fedeli un salute scandaloso, così come quel laicismo ateo, e quella sguaiataggine da magnate alla Trump, sbandierato dal neoliberista dottor Kildare-Strange, sono segnali chiari. In questi film di nichilismo si tratta, “il più inqietante di tutti gli ospiti”, come diceva Nietzsche, ma anche quello cinematograficamente più appeal, per lo show business. Un nichilismo politicamente antiistituzionale, il primo, e “quietista”, più filosofico e anti barricadero, il secondo. Si può infatti mettere in discussion ogni principio di autorità e rifiutare senso alla vita se mossi da due impulsi diversi. Quel che esiste non vale niente, mi delizio nell’abbattere ogni modello di società. E’ Il Caligola di Camus.  E il dottor Strange il cui imperative morale, essere libero, va al di là dei limiti biologici, e le cui fantastiche acrobazie sembrano per una volta convincenti. Il nichilismo quietista (che è di ogni artista) rifiuta la realtà perché non vale niente, ma vi riconosce valore e sensatezza, solo che crede di conoscere altro, vuol portarci al di là di essa. E’ quell che Sorrentino chiama “l’immaginazione al potere”, l’unica cosa buona del 68, il resto – aggiunge e sintetizzo – immondizia, se non criminalità”. Dimenticando che immaginazione al potere non era solo la fantasia geniale che premise ai redattori di Strage di stato di non essere rapiti e uccusi dai servizi deviate, dormendo ogni notte in un posto differente, ma quella che il Potere aveva già ben immagazzinato e gli premise di incriminare Negri e Sofri come i responsabili dei più aberranti delitti, Moro e Calabresi. L’immaginazione al potere, secondo I sessantotttini era già il teorema Calogero.  
Dottor Strange
Quel che è interessante infatti è proprio questo. Che entrambi i film funzionano perché superano, quasi programmaticamente, e a volte noiosamente, per ordini superiori quasi, i limiti consentiti dai codici dell’ Ortodossia. Poco importa che sia Ortodossia Marvel (il buono contro il cattivonei fumetti è la norma, ma qui non è proprio così) o Ortodossia Vaticana (e qui ci si può sbizzarrire di più perché in quella storia secolare, dai Borgia allo Ior, c'è tutto e il contrario di tutto. E il copione sa citare astutamente qui e lì, storicizzando e destoricizzando, alludendo o confondendo tutto, persino la geopolitica, che diventa dada con l'invenzione dello stato di "Groenlandia"). Carente solo a proposito del tema pedofilia. Qualche lettura in più di Foucault a proposito della trasmissione precristiana della sapienza anche sessuale adulto/teenager tra i greci antichi avrebbe reso meno più cartoonistica e non meno feroce la critica alle gerarchie cattoliche bostoniane (azzerate in realtà da testimonianze infinite e controfirmate, altro che omertà).
La sua religione è la rivoluzione (né di destra né di sinistra)
L'iconoclastia è un po' nello spirito dei tempi. Si adorano i cattivi più cattivi, si eleggono con nonchalance presidenti Mostri come Putin, Erdogan e Trump. E perfino il papa buono del nuovo millennio come Francesco deve essere striato di qualcosa di infido, almeno di gesuitico, come nelle raffigurazioni anticlericali degli anni cinquanta, se no niente soglio: ed ecco quella Croce di Ferro da peronista di destra, o quella santificazione dei sacerdoti spagnoli che furono criminali di guerra durante il conflitto civile del 1936 in Spagna... E così l'unica candidata delle presidenziali Usa dotata di umanità, e un sindaco di Roma semplicemente "diverso", vengono trasformati nel simbolo del Male assoluto.
Questi due film così dissimili cercano di capire quale è il segreto di questo desiderio di cattiveria suprema che regna nei piani più bassi della ricezione schermica, domestica o pubblica compiacendosi di questo meccanismo e abusandone fino alla volgarità. Esempio. Se 105 sacerdoti sono stati massacrati in America Latina dal 2005 al 2015 per aver lottato contro immani soprusi, ecco che qui il cardinale Dussolier, l'amico del Papa giovane e fumatore, è trucidato per motivi non di narcotraffico ma di corna. E tutti a ridere pensando all'arcivescovo Oscar Romero. Politicamente scorretto. E non solo. Nello stato africano tra il dittatore finanziato dall’occidente e la suora che ruba l’acqua la giustizia di dio chi colpisce? La suora. Da morire dal ridere. Cosa c'è di liberatorio, di antagonista addirittura nel Male (secondario, spesso insignificante) come Super Star. Quasi tutti i piaceri seriali funzionano utilizzando questo schema, l'immersione nelle nostre zone più dark e torbide, che a forza di enfatizzare il politicamente scorretto fanno rivalutare, per effetto noia, la buona informazione, l'affermative action, il rispetto per il diverso e per l'altro e l'educazione con tutti. Ma non al cinema o comodamente sulle nostre poltrone. O nell'urna elettorale. Comunque.


Dottor Strange
Nelle sale italiane è in programmazione il bel Dottor Strange, le avventure del neurochirugo per soli vip che perde il perfetto uso delle mani in un incidente automobilistico e che lo recupererà, adornandolo con tanti altri doni sovrumani, perché sale rapidamente i gradini della perfezione spirituale (consigliabile più del fitness) in un tempio nepalese, e supera così il suo vanitosissimo e limitante Ego castrante (è ultimo e non meno interessante capitolo della interminabile saga Marvel). Le sua dita invece di far soldi operando solo ad alti livelli, diventano lo scudo stellare dell’umanità, producendo energia atomica al solo muoverle ritmicamente o terremti spazio-temporali.


Salverà il mondo dal dio maligno che vorrebbe dominarlo, irregimentarlo e schiavizzarlo lo "stregone supremo" Benedict Cumberbatch (è lui che adorna l'eroe del fumetto di tutte le necessarie ambiguità e sottigliezze, anche sadiche, aiutato dalla super maestra Tilda Swinton), grazie alla Cappa della Lievitazione e all'Occhio di Agamotto? O diventerà proprio come il suo nemico, un Lucifero trionfante? Magia bianca o Magia nera? E si può diventare un Mago Merlino senza addentrarsi negli antri scuri della turpitudine e sapere dunque come sconfiggere il nemico assorbendone i poteri?
Ricordate The Rope di Hitchcock? Nodo alla gola, in Italia. In quel film contro lo sfoggio del sadismo da sergenti maggiori dei due studentelli nazi che uccidono per il piacere onanistico di farlo, il loro professone, nietzschiano vero, Jimmy Stewart fa la lezione: la democrazia sa essere più crudele di qualunque Hitler da strapazzo, perché ne conosce bene le limitate dinamiche autodistruttive, certe insignificanti fissazioni come il genius loci e il narcisismo celibe e trombone. Ed è più longeva perché utilizza come armi contundenti anche il fascino, la bellezza, la seduzione, le virtù, il sorriso, l'autoironia e il continuo cambiar pelle. Metamorfosi continua e congelamento delle virtù patrie e della tradizione, sono agli antipodi...
Infatti, quasi fosse un Dante Alighieri, che era membro della setta segreta dei Fedeli d'amore, un combattente contro l'oscurantismo, questo super eroe estremamente Strange dovrà dimostrare di saper conoscere, e maneggiare proprio come il sommo poeta, tutto il bene e tutto il male concepibile umanamente, subumanamente e sovrumanamente.... L'inferno, soprattutto. E senza farsene sedurre, sconfiggendo il rischio di tramutarsi in mostruosa divinità. In falso dio.
Il film è tratto dal fumetto dello statunitense di origini slave Steve Ditko (l'autore dell'Uomo ragno, altro super eroe della metamorfosi addirittura artropode) è quel che c'è di bello almeno nella versione cinematografica di Scott Derrickson (che è di Denver, Colorado, e certe contiguità con la cultura mistica orientale e con l'uso urlato dell'arma poetica dimostra di averla appresa dai santoni della beat generation) è che il protagonista conosce a memoria tutta la storia della canzone pop e rock, almeno quanto il protagonista di Guardians of the Galaxy e quanto il regista dell'altra opera di cui vogliamo parlare, la cui play list, da Dylan a Hendrix, da Cohen a Peppino di Capri, è gelidamente inattaccabile (solo Gary Goetzmann saprebbe fare di meglio), e che della Società Sportiva Calcio Napoli, così si chiama dal 1964 dopo una caduta in serie b, sa morte e miracoli. 
The Young Pope
Su Sky, infatti, è andato in onda il primo serial tv (le prime 10 puntate) ma per qualcuno giustamente è un film lungo e zigzagante, di Paolo Sorrentino, il primo serial tv di Jude Law (nel ruolo di Lenny Belardo, orfano americano di origini italiane) e di Silvio Orlando (il cardinal Voiello come la pasta, forse per product placement, come X-File che prepotentemente fa autopromozione in tv) che recita in inglese, la prima coproduzione Sky, Hbo e Canal Plus. Young Pope,”creato” da Sorrentino, quasi si sentisse l’ultimo imperatore di Cina, e scritto con la complicità di Rulli, Contarello e Tony Grisoni. Dopo Nanni Moretti una differente (e apparentemente meno rispettosa) escursione in Vaticano, "quel luogo di cui Roma è piccola frazione" che costringe Luca Bigazzi e creare le luci della Santa Sede, dorate, soffocanti, spettrali, calde e seducenti nello stesso tempo. Visto che non si sapeva mai dove Sorrentino volesse mettere la telecamera Leica Summicron-C Lenses Red Epic, Bigazzi ha dichiarato nel makinf off che il lavoro è stato difficile ma che da ora in poi non avrà più paura di niente”. E, indipendentemente dalla ricchezza estetica, dall'umorismo, dalla scienza narrativa e dal dinamismo emozionale che  differenzia I due film, e che dividono i fan della spettacolarità hollywoodiana dagli ultrà del sofisticato pittoricismo d'autore european style, in contrapposte tifoserie, le due visioni hanno molto in comune. Come l’ opposta valutazione del rapporto tra libertinismo ed eresia come cura rivoluzionaria per istituzioni o interi mondi che mostrano la corda. Il film americano sembra certo più simpatizzante della passion rivoluzionaria di un Jacob Frank, il rabbino nichilista polacco del XVIII secolo, leader dell'ala estremista dei sabbatiani (da Sabbatai Zevi, eretico apocalittico del seicento) capaci perfino di travestirsi da marrani cristiani o da islamici, pur restando ebrei nella dissimulazione, ma dando della Bibbia una versione molto "strana": non è un dio buono e vero che ha creato il mondo, se no sarebbe eterno e l'uomo immortale. Il nostro mondo è un prodotto di potenze inferiori, forze del male che hanno introdotto la morte e bloccano la via verso il vero dio (oscurato, lasciato nello sfondo, da raggiungere con l’ascesi mistica elaboratissima). Questo mondo infatti è governato da leggi indegne. Dunque compito dell'uomo è mettere fine al dominio di queste leggi, di tutte le leggi di questo mondo e di tutte le religioni istituzionalizzate - che sono appunto statuti di morte e che violano la dignità dell'uomo. Il vero dio è rimasto finora del tutto nascosto, e solo gli adepti lo conoscono. E potrebbe essere perfino una donna il messia capace di guidarci.... (qualcosa che papa Luciani aveva estremizzato, sfortunatamente), la Shekhinah ebraica (che nel film è proprio Tilda Swinton).
Penso che Sorrentino abbia utilizzato la sostanza di questa visione apocalittica erotica per farne materiale drammaturgico sorprendente e scandaloso, ma senza portare fino in fondo, come fa Scott Derrickson, gli esiti della dottrina: l'abrogazione di tutti i valori, di tutte le leggi (anche spazio-temporali, come si vede nella scena dei combattimenti in panorami anche metropolitani curvi e mutanti di Dottor Strange) e di tutte le religioni positive in nome della liberazione della vita. La via che conduce a ciò passa per l'abisso della distruzione (la scena finale nella quale Strange beffa il falso dio che non sopporta l'eternità, ha la comicità di un racconto filosofico e non della battuta sferzante e celibe e lieve, che predilige Sorrentino).
Cento anni prima di Bakunin, e più di duecento anni prima dell'Isis, ricorda Gershom Scholem in "Il nichilismo come fenomeno religioso", Frank scriveva: "Sono venuto per distruggere e annientare, ma ciò che costruirò durerà in eterno". L'idea della discesa nell'abisso come via che porta alla vita è il legame tra i due film, l'americano, più estremista e combattente, disciplinato figurativamente e "militarista", anarchico e libertorio, l'italiano più moderato e giocoso, ancora scatenato nel citazionismo pittorico-letterario pop e incatenato all'istituzione, a cui dice un commosso sì. Non fanno certo una grande figura i frikkettoni, gli hippies che fumando e impasticcandosi abbandonano dove capita i loro figlioletti. E che sarebbero I perturbatori professionisti, quelli che prima il divorzio, poi l’aborto, poi I matrimony gay, poi le antistaminali, le provette….
Accomuna infatti i due film una data, per il Napoli ferale, quella dei 1963, e una atmosfera che si chiuderà nel novembre di quello stesso anno, con l'assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Si interrompe in quel momento la speranza di un mondo che possa ravvicinare lentamente, secondo il progetto rooseveltiano, il campo socialista ostile al mercato e quello capitalista ostile al socialismo. Ci vorrà una grande rivoluzione proletaria in Cina, all’epoca del maoismo, seconda fase, e la contestazione studentesca e operaia in tutto il mondo, per raddrizzare le cose.
Il dottor Stephen Vincent Strange nasce come fumetto nel luglio del 1963 (e già avverte il Trump di allora, Goldwater: se non conosci l'oriente e la sua saggezza millenaria e la sua forza, dopo l'avvisaglia Corea, è meglio lasciar perdere il Vietnam). E Paolo VI viene eletto papa quasi contemporaneamente, nel giugno del 1963. Paolo VI, erede di Giovanni XXIII e del suo scandaloso concilio vaticano II che mise la minigonna alla chiesa, fu costretto a cambiare rituali, abolire il latino dalla messa e deporre per sempre la tiara metallica sbrilluccicante di pietre preziose, utilizzata per la cerimonia di investitura e altre ritualità medievali come il baldacchino sul quale Pio XII amava farsi dondolare e temere. Ed ecco che novello lefevriano/ratzingeriano/francescano Sorrentino finge di rivalutare oro e porpora e di riabilitare la tradizione, attraverso questo giovane papa americano arrogante, combattente e oscurantista (tranne nell'uso dei media), che ama la famiglia tradizionale e la fertilità meglio della Lorenzin, che non sopporta i gay, la gentilezza formale, l'egualitarismo e la Curia romana che in questa descrizione è bizzarramente un misto di Andreotti (capace di ogni nefandezza per la Causa) e di progressismo opportunista da cardinal Michael Spenser (James Crowell fa una esplicita parodia del cardinal Martini). Silvio Orlando riesce a sostenere questa schizofrenica impresa ben comprendendo che non si costruiscono nelle serie tv personaggi a tutto tondo, ma personaggi che potrebbero compiere e dire qualunque cosa, questo e il contrario di tutto, se no alle dieci ore si arriva con il fiato corto. Dunque più contraddittorio è, meglio è il suo segretario di stato Voiello. Riportare la Chiesa all'antico splendore, o come macchina della paura che terrorizza i peccatori (perché vacilla nella Fede), come nella prima parte, o come macchina dellasantità e dei miracoli, in stile San Gennaro, come nella parte centrale, o come macchina del sorriso (prendendo in prestito l'idea dal Dalai Lama) per il finale, liberatorio e far piacere all'Osservatore romano, è il tragitto, poco sovversivo ma molto apocalittico ("Sorrentino gira ogni sequenza come se fosse l'unica, l'assoluta" ha dichiarato nel making off Silvio Orlando) di The Young Pope. Eppure. Se si richiede alla spiritualità, orientale nel primo caso e occidentale nel secondo, di riempire un vuoto esistenziale causato da un serio incidente d'auto nel primo caso e dalla perdita traumatica dei genitori dall'altro, si spiega solo parzialmente il segreto dei due film. Che si abbeverano nella tradizione eretico-anarchica delle religioni, una per affiancarla e l'altra per reprimerla.   
PS. Ma se il grande scontro finale sarà non più tra comunisti e capitalisti, per estinzione di uno dei due contendenti, ma tra nichilisti e populisti, e saremo con i primi se non altro per la loro rosselliniana ansia didattica (non c'è nulla di più costruttivo di un nichilista), che quietisti e azionisti stringano un bel patto d'alleanza contro gli Erdogan, i Trump, i Putin, gli al Sisi, i Netanyahu e gli Emiri di turno.  


domenica 20 novembre 2016

Frantz, l'uomo che ho ucciso


Mariuccia Ciotta

Frantz, presentato in concorso alla Mostra di Venezia 2016, è in sala. A Roma, al cinema Dei Piccoli.

Già Ernst Lubitsch nel 1932 aveva trasferito sul grande schermo la pièce di Maurice Rostand (L'homme che j'ai tué) con il titolo Broken Lullaby, star Lionel Barrymore, insuperabile. Ma François Ozon è tornato in quel cinema perduto con una “fotocopia” grondante ammirazione, e non solo per il bianco e nero del presente, mentre il passato è un falso a colori, piuttosto per la fragranza a proposito di nazionalismi che riconfigurano le frontiere.
Come può un padre tedesco nella Germania del 1919 accogliere un giovane reduce francese, anche se possiede una faccia lunga e pensosa da violinista e suona divinamente, proprio come il figlio Frantz, il fantasma, l'amico immaginario di Adrien (Pierre Niney, Yves Saint Laurent), che un giorno depose fiori sulla sua tomba nel paese uscito sconfitto dalla prima guerra mondiale.
Ozon, anti-identitario, si mimetizza, e, non più regista di sessuo-commedie tipo 8 femmes e Jeune et Jolie, sprofonda nella storia di Adrien, sensibile all'arte, visitatore inatteso in un piccolo villaggio tedesco dove incontra per prima cosa gli occhi trasparenti di Anna (magnifica Paula Beeer, premiata alla Mostra di Venezia). Ha intenzione di chiedere perdono. Ma di più, pretende di sostituire il morto, di essere lui. Frantz era così bello e indifeso nella trincea, e lo guardava attonito... L'intreccio amoroso sfuma in una sensualità pervasiva, oltre i giochetti a sorpresa di Ozon che si muove qui sulle corde dell'investigazione morale dentro un'atmosfera sospesa e misteriosa.

Quel che è vero scambia alchimie ingannevoli con i flash-back, il cinema dopotutto, e riserva rivelazioni e promesse impossibili da mantenere perché la frontiera, edificata dal mondo circostante, c'è sempre tra l'uno e l'altro. La carrellata sui feriti francesi in sovrapposizione a quelli tedeschi dice lo sdoppiamento di Adrien/Frantz, l'assassino e la vittima.
Racconto di un'amicizia mai nata e fortissima al di là dell'odio reciproco tra tedeschi e francesi - che brindano alla morte dei “figli” con la birra gli uni e con il vino gli altri - il film di Ozon spiega il composto chimico della futura Germania nazista tra le righe del poema di Rostand, un testo buono per ogni stagione.
La morte alimenta il desiderio di vivere, dirà Anna davanti al quadro di Manet, “Il suicidio”, esposto al Louvre, luogo frequentato dal triangolo erotico del Bertolucci di Dreamers. Da lontano si vede Truffaut, anche qui, Jules e Jim.



sabato 19 novembre 2016

Dall'Underground alla contro-informazione. Un articolo di Alberto Grifi


Alberto Grifi nel suo laboratorio
Ripubblichiamo integralmente questo fondamentale articolo del co-regista romano di Anna ("non è cinema è la vita" scrisse Callisto Cosulich), che è stato un libertario delicato, un compagno di lotte di immensa cultura e di sulfureo e ironico spirito sovversivo. Un carissimo amico, soprattutto, e un fondamentale filmmaker underground che ha saputo, tra i pochissimi, traghettare gli anni 60 e 70  anche ai più disincantati millennial smanettoni, che non se li immaginavano allegri, sorridenti, biondi ed esplosivi come Jayne Mansfield. E fu anche l'uomo di un poeta-dinamite, Patrizia Vicinelli e di tante altre artiste non ricolnciliate. Fotografo, pittore, seguace di Duchamp, inventore, teorico della controcultura e della controinformazione, artista del radiodramma,  compagno di giochi di Zavattini quando nacque il videotape e lui fu il primo a usarlo con grinta di classe. Complice in tante avventure del nuovo millennio di Alessandra Vanzi e di Gianfranco Baruchello anche nel vecchio secolo....
Alberto Grifi (1938-2007) scrisse questo piccolo riassunto del suo operare contro per il manifesto, alla fine degli anni 90. Lo pubblichiamo volentierissimo, non solo perché l'ho appena ritrovato in cantina  e anche se non ricorre un anniversario particolare (è nato in aprile ed è morto a maggio).
Alberto ce lo portò in sette cartelle e siccome gliene avevo chieste 4, le prime tre non erano numerate ma identificate come A, B e C... e mi sa che lo tagliammo anche quella volta, come tante altre, per motivi redazionali, di quel maledetto spazio che sicuramente è ...
Ma in questi giorni, dopo le reazioni dei media, soprattutto in Italia, ma anche dei social media, e in particolare di amici e compagni del tutto indifferenti alle bombe di Assad e dei sauditi sullo Yemen, e all'esito delle elezioni presidenziali americane, anzi addirittura felici di avere a che fare con un pazzoide mostro, "purché riallacci i legami con Putin", dunque neppure eretico, ma ecclesiaticamente correttissimo, risentiamo l'esigenza di far parlare Grifi  che ci ha insegnato a ben rimestare nella marmellata massmediatica e a scoprire (dall'epoca del caso Braibanti in poi) come i mostri veri costruiscono falsi mostri, per non farsi mai scoprire. E così abbiamo visto Hillary trasformata con un automatismo inquietante in bugiarda, corrotta e perfino antifemminista. Come Valpreda, Hillary Clinton era un politico. Un politico è chi cerca di limitare (soprattutto negli Usa) lo strapotere del potere economico. La migliore amica di Wall Street.   (r.s.)



Grifi e gli specchi anamorfici (A proposito degli effetti speciali)
di Alberto Grifi

note sui motivi storico-politici che portarono alla trasformazione del cinema underground in contro-informazione antagonista con l'uso del video tape.

E sulle tecnologie per la rigerenerazione dei videonastri che hanno per soggetto il proletariato giovanile degli anni '70 al fine di recuparare la memoria storica di quel periodo.


In Anna, girato nel 1972 al Policlinico  di Roma, alle spalle di Vincenzo che racconta come Anna ha partorito si vede un tazebao. C'è scritto. "Il padrone ci cura per sfruttarci. Noi lo distruggeremo per non ammalarci". Ma per capire la dimensione e la rabbia proletaria dello scontro di classe degli anni  '70, bisogna ricordare gli anni '60. L'arresto di Braibanti al quale fu montato addosso un vero e proprio processo alle streghe; le stragi di Stato, bombe che massacrarono centiniaia di persone fatte esplodere dai servizi segreti che scatenarono la caccia all'extraparlamentare di sinistra e bloccarono le grandi lotte operaie; l'arresto di Valpreda innocente, definito dalla stampa (il mestiere di giornalista consisteva nel passare in tipografia le veline della Questura) "una belva oscena e ripugnante penetrata fino al midollo della lue comunista". (lue=sifilide ndr)

"Anna"
Era ora di svegliarsi, di cercare la verità contro le manovre e le menzogne dei padroni bombaroli. Nacqua la controinformazione e chi vi lavorava dormiva ogni notte in una casa diversa temendo di essere "suicidato" come l'anarchico Pinelli. Le culture emarginate eressero una barricata contro la società dei benestanti. Fabbriche galere e manicomi divennero terreni di lotta comune. Un nuovo tipo di profondo malessere urbano creava nuovi bisogni e anche il desiderio di una vita vissuta pienamente, comuntaria, dove ci fossero amore, solidarietà, sogni contro l'ideologia dominante del mercato e dello spettacolo che tantava di imporre alle masse una sopravvivenza rassegnata e sottomessa. Lo Stato predicava l'etica del lavoro, la pace sociale, i sacrifici; mentre l'opposizione selvaggia praticava l'illegalità: l'esproprio, il rifiuto del lavoro salariato, la disobbedienza civile.

Parco Lambro
Il mondo cambiava e il cinema rimaneva immobile. Se provava a descrivere la nuova realtà lo faceva rimaneggiando in tutte le salse gli sterotipi del cinema del passato che, del resto, aveva avuto ben altra dignità. La maggior parte dei registi, vecchi o giovani che fossero, provenivano spesso dalla piccola borghesia; e il loro film conservavano, tranne poche eccezioni, un malcelato giudizio di classe sessista. Non erano capaci di cogliere il siginficato dei desideri, dei bisogni e delle lotte degli studenti, dei precari, delle donne, dei matti, dei carcerati, dei frikkettoni visionari...Insomma di tutto quel nuovo sottoproletariato che il potere politico istituzionale riconosceva esistere solo per poterlo criminalizzare. Intellettuali e artisti confondevano il mondo vero con i teatri di posa, col mondo dorato della celluloide; non avano mai visto né una fabbrica né un operaio da vicino. Sceglievano una vita estetica per fuggire da quella autentica. Erano i tempi in cui andavo dicendo "che bisognava occupare i teatri di posa della realtà! Era arrivato il momento di confrontare la nostra creatività artistica di cinematografari con quella sovversiva che si realizzava nelle fabbriche e nelle piazze. Gli artisti erano abbarbicati al miserabile privilegio di descrivere voluttuosamente la propria alienazione. Sarebbero stati gli ultimi a capire di essere servi del potere massmediatico, uccellini hde cantano senza la forza di rompere la gabbia che li imprigiona. Penso a quello che aveva scritto Mario Perniola: è quando i processi rivoluzionari falliscono nella vita che la creatività ripiega sulla attività artistica". Ed è proprio quando la creatività si concretizza in opere che il capitale la mette sotto controllo, mercificandola, organizzandola in spettacolo, rendendola impotente. Al contrario in una società in rivoluzione è la realtà stessa che diviene il luogo della creazione permanente. A condizione che la nuova vita non cada mai al di sotto dell'intenssità dei momenti più alti della vecchia arte. Per me era ora di buttare nel cesso le sceneggiature scritte in un linguaggio la cui sola sintassi è la regola del mercato. Per realizzare il cinema che ho sempre amato bisognava liquidarlo, trasformare i sogni che contiene in vita vivente, in una vita nuova.

Parco Lambro
Domenico Liggeri (1): Al festival di Pesaro sei stato invitato a una tavola rotonda sul restauro dei vecchi film... (e anche a Salerno...) 
Alberto Grifi: Sì, ero andato lì per fare una relazione sulla rigenerazione dei videotape degli anni ' 70 sui quali l'invecchiamento produce danni maggiori e in tempi più brevi di quelli che presentano le pellicole. I videotape "militanti", bobine aperte  da un quarto e da mezzo pollice, hanno prodotto col tempo una collosità che impedisce di passarli sui vecchi registratori con i quali furono girati. Per un paio d'anni ho studiato il problema e ho messo a punto una tecnologia per salvarli - lavaggi con solventi, procedimenti elettronici, eccetera - e funziona.
Oltre ai pochi soldi che mancano e che sto cercando, ci sono problemi per ritrovare i vecchi registratori (Sony e Akai che ho in parte ricostruito) e soprattutto uno di quei vecchi TBC (time base corrector) che si usavano nelle emittenti televisive fino a 15 anni fa; il 2A dell'Ampex che veniva usato esternamente al 2 pollici VPR2; oppure l'IVC 2200; oppure il CVS che veniva fabbricato apposta per la Rai; oppure il BVT 2000 della Sony. Difficili da trovare, fanno parte della tecnologia arcaica della TV. Se qualcuno ne ha anche rotti, dai quali cannibbalizzare" qualche pezzo da trapiantare, si faccia vivo. Il mio telefono è 06 3203126.

Domenico Liggeri: E' una operazione che costerà cara?....
Alberto Grifi: I costi per rigenerare questi documenti così importanti per la nostra memoria storica sono rirrisori se paragonati a quelli del restauro della pellicola - telecinema, ritocco digitale, vidigrafo, etc... - Si arriva a 13 dollari per fotogramma. Sono costi così alti che si può prevedere che verranno salvati soltanto i film dell'Impero cinematografico. Gli altri sono destinati al macero. Quando gli si chiede un suo vecchio film, Godard risponde: lasciatelo marcire, chi se ne frega. Io stesso quindici anni fa, contro le cineteche che chiedevano finanziamenti avevo scritto: "abbiamo bisogno di un cinema che ci indichi come strappare pezzi di vita autentica alla vita falsa prodotta dal mercato, non di pellicol muffita per sopravvivere di ricordi". Tuttavia ci troviamo a ereditare un decennio di menzogne messmediatiche e incendi procurati per far sparire dagli archivi gli scontri di classe. Di fronte a questi fatti lasciar distruggere dal tempo i pochi documenti che ancora esistono, non falsificati dai pompieri di regime, vorrebbe dire tapparsi la bocca.

Con il pittore e regista Gianfranco Baruchello
Domenico Liggeri: La falsificazione dlele notizie prodotta dai mass media è uno dei tuoi temi...
Alberto Grifi: Sì, chi ha trent'anni o meno non può che avere le idee molto confuse sulla storia dal 1967 in poi. Ho realizztao parecchie trasmissioni per la radio (Audiobox) e tengo seminari dove cerco di analizzare, rimestando nella marmellata massmediatica, lo strutturarsi delle bugie televisive a diversi livelli, man mano che le tecnologie comunicative si sono evolute. Per quello che riguarda il video ho più di cento ore di nastri da rigenerare. Insieme ad altri videoteppisti che lavorano con me, filmai il Festival del Proletariato giovanile al Parco Lambro di Milan nel 1976 dove si vede, e poi si dibatte, il mitico esproprio dei polli; mai ceduto alla rai negli anni caldi, per impedire grossolane manipolazioni politiche, è una metafora inquietante e di nuovo molto attuale sui meccanismi di controllo con cui i gioverni e i loro funzionari tentano di tener buone le masse e contemporaneamente su come le masse tentino di sollevarsi. Poi gli autoriduttori cdhe contestavano i convegni di Verdiglione dal 1976 al 1978 e che organizzavano dei controconvegni sull'antipscichiatria con David Cooper; momenti molto caldi e alti della discussione sul problema degli analisti nei confronti dei loro psichiatrizzati. Poi c'è A propos de la douceur, molte ore di conversazioni che assieme a Gianfranco Baruchello furono realizzate con alcuni maitre a penser a Prigi nel 1978. Ci sono Lyotard, Cooper, Guattari, Klossowski che pensavano ad alta voce... Poi c'è Anna, che è il primo film girato su videotape con Massimo Sarchielli nel 1972, cult movie dell'underground, ecc...ecc... Esiste l'edizione videografata in 16mm. Ma è ora di rigenerare i nastri originali. Ci sono pezzi che all'epoca non sembravano importanti e adesso lo sono. Li voglio recuperare. Penso anche di stampare i dialoghi del film e la teoria critica che è nata da questa esperienza: un libro.


(1) Intervista di Domenico Liggeri ad Alberto Grifi pubblicata nel numero di dicembre 1995 su Duel. Questo scritto però non fu pubblicato per intero. Vi ho portato qualche piccola correzione (A.G) 

sabato 12 novembre 2016

La Shoa in tribunale. "Denial - La verità negata"



Mariuccia Ciotta

La verità negata uscirà nelle sale italiane giovedì 17 novembre

Ci sono film che catalizzano l'energia di cinema e storia come Denial - La verità negata di Mick Jackson, un legal thriller come tanti se non fosse seduto sugli scranni del terzo grande processo contro il nazismo dopo quello di Norimberga e di Eichmann, e se non fosse un complesso congegno politico, una macchina ammazza-cattivi senza pistole. Allenamento molto attuale contro la retorica politica vuota, partita a scacchi fatta di parole inattese che ricorda l'astuzia giudiziaria del Lincoln di Spielberg.
Ma c'è chi alla Festa di Roma, dove è stato presentato, sbadiglia con gli occhi alla ricerca di una svirgolata emotiva, di un'uscita dal film-tv di cui il regista inglese è un esperto, autore per Hbo e documentarista, dopo il successo, l'unico, di Guardia del corpo ('92) con Kevin Costner e Whitney Houston.
Nel 1996 David Irving, storico britannico negazionista, intenta causa per diffamazione a Deborah E. Lipstadt (Rachel Weisz), studiosa della Shoa, autrice del libro Denyng the Holocaust che lo definisce falsificatore e manipolatore di fatti e prove con l'intento di dimostrare, a sostegno della sua fede nazista, l'inesistenza dell'Olocausto.
La parola va all'avvocato Richard Rampton (Tom Wilkinson) che dispone del copione di David Hare, drammaturgo britannico pluripremiato a teatro e al cinema, per gli script tra l'altro di The Hours su Virginia Woolf e The Reader, vincitore dell'Orso d'oro alla Berlinale 1985 per la regia e la sceneggiatura di Il mistero di Wetherby, anche questo un “giallo” investigativo che non butta però in Law&Order ma in Harold Pinter. Ed è il meccanismo stesso del processo a farsi cinema seguendo il “montaggio delle attrazioni” di Eisenstein, rivisto da Pietro Montani quando ricordava, rileggendone la Teoria del montaggio, che il “materiale” del cinema non è lo spettacolo, ma lo spettatore: “il cinema è un genere oratorio” che deve avvincere, attrarre lo spettatore con tutti i mezzi, e saldare insieme, come fa un avvocato, ogni dettaglio eterogeneo per giungere a un “verdetto”... musica, mimica, bellezza. E' l'arte del bel gioco delle sensazioni ottiche e acustiche, direbbe Kant, più “la realtà pura e semplice”... La Shoa, appunto, che lo pseudo storico Irving vuole negare. E che il collegio di difesa rimonta e rimette in forma, trasformando in cinema, e solo cinema, l'abietto inarcarsi delle sopracciglia e il tono carnevalesco, esagitato e finto autorevole del negazionista, che però la cinepresa mai si permette di inquadrare dall'alto in basso. O la disincarnata e minimalista “ferocia democratica” dell'esperto avvocato, ma piuttosto misterioso e “alcoolizzato”, che tratta l'avversario come un disprezzabile sergente maggiore del sadismo, mai meritevole di una stretta di mano. E qui la lezione di Hitchcock e di Nodo alla gola si fa sentire. Da costituzione d'oggetto a formulazione d'immagine. Tom Wilkinson (Rampton) e Timothy Spall (Irving) al termine di questo montaggio verticale fatto di piani, suoni, silenzi, tonalità di colore e di luci non avranno più nulla né dell'attore né del personaggio storico, pur salvaguardando la cocciuta esistenzialità di un fatto di cronaca vera.

La suspense applicata ai forni crematori, dunque, nella visione allucinata tra le nebbia di Auschwitz, misurata a piedi dal difensore di Deborah E. Lipstadt non per fare una passeggiata della memoria ma per controbattere colpo suo colpo alla tesi dell'avversario. Il campo di sterminio – sosteneva Irving – era piuttosto un campo di lavoro e quei bunker sotterranei antiaerei servivano di riparo agli ufficiali tedeschi, non erano camere a gas”. Ma i passi dell'avvocato Rampton misurano 4 km dalle dimore degli ufficiali, le bombe degli Alleati li avrebbero polverizzati sulla strada. Inesplicabile menzogna smascherata con il compasso.
L'attualità del film sta anche nel “politicamente corretto”, che, a sentirlo nominare, Goebbels avrebbe messo mano alla pistola. I cattivisti, infatti, in nome della “libertà d'opinione” possono chiedere impunemente a un sopravvissuto ai campi quanto ha pagato il tatuaggio numerico sul braccio. Domanda che il negazionista Irving aveva già rivolto in altri processi a testimoni ebrei, insultati e umiliati, ed esclusi perciò dalla squadra dei legali dalla scorza dura, matematici dei sentimenti, in contrasto con la loro assistita vibrante d'indignazione e che preme per sentire in aula la voce delle vittime. Chi meglio di un sopravvissuto allo sterminio potrà dimostrare che ad Auschwitz “il lavoro rende liberi” nei forni crematori? La vittima, però, non addolcisce il carnefice, anzi lo eccita, mai piangere davanti alle Schutz-Staffein. E l'avvocato Rampton, che mai guarda negli occhi il negazionista, scarta la linea di una difesa emotiva a favore dell'imputata che secondo la vertiginosa legge britannica dovrà fornire le prove della sua innocenza. E' lei e non “l'amico di Hitler” a dover dimostrare davanti al giudice che sei milioni di persone furono eliminate sistematicamente dai nazisti.

L'esclusione di una giuria popolare, poco gestibile, è un altro colpo messo a segno dai legali che solleticano la vanità di Irving, “non vorrà che una giuria di inesperti confuti i suoi libri?”. Sarà il magistrato Charles Gray (Alex Jennings) a presiedere il processo in un crescendo di suspense per una storia di cui si conosce il finale e che, al di là della regia mainstream, colleziona ritagli di meraviglia, come quando si attraversano in un vuoto ipnotico i magazzini di Auschwitz stipati di scarpe e abiti, cenciosi relitti viventi, immense cataste di fantasmi. O quando l'ispezione tra la neve indica i quattro segni dei forni crematori dai quali piovevano i cristalli di Zyklon B, cianuro, per Irving solo ombre sul ghiaccio. “Niente buchi, niente Olocausto” titolarono i giornali all'indomani dell'udienza.
E lo stuolo di attori, icone del cinema britannico, sul palco a recitare la pièce shakespeariana di David Hare, su dettatura di Lipstadt, l'americana, che non si inchina davanti al giudice imparruccato, e apparentemente dubbioso “e se lo storico negazionista fosse in buona fede?”. Già, come Leni Riefensthal.
Il film, tratto da Denial: Holocaust History on Trial, il libro-resoconto della studiosa ebrea, è un'altra traccia di cinema sulla Shoa, dopo i recenti Il figlio di Saul di Nemes, Remember di Egoyan, Hanna Arendt di von Trotta, ma va fuori strada nel riportare a oggi la dinamica di chi nega l'evidenza, la visione della catastrofe. Non ci sono ombre sulla neve.
Il processo Irving-Lipstadt iniziò l'11 gennaio 2000, durò 32 giorni e si concluse l'11 aprile con le 333 pagine redatte dal magistrato, che condannò il negazionista “mascalzone, razzista, bugiardo”. Il ricorso in appello fu rifiutato.







martedì 8 novembre 2016

Il cartoon al "Kubo"



Mariuccia Ciotta

Sarà che il mondo ormai si è disincarnato e i corpi live sono composti di carne e pixel, certo è che il cinema d'animazione occupa i primi posti nei programmi degli Studios e del box office internazionale, ma perlopiù con prodotti ibridi incasellati nel genere “per famiglie”, cioé spuntati, senza azzardi né artistici né narrativi. Lontani gli esperimenti Pixar che sconvolsero lo schermo nel 1995 con Toy Story, adesso John Lasseter sforna gli odiati (una volta) sequel e piazza al primo posto nel botteghino Usa 2016 Alla ricerca di Dory, numero 2 sbiadito di Alla ricerca di Nemo con circa 486 milioni dollari di incasso. Clamorosa l'inversione di marcia: non è più il padre alla ricerca dell'avventuroso figlio perduto, ma è il figlio lacrimoso a caccia dei genitori assenti, leit motiv ossessivo in molte produzioni recenti.
E c'è ancora chi si chiede con sospetto perché Walt Disney prediligeva personaggi orfani quando in tutte o quasi le fiabe classiche, si sa, il bimbo parte per conoscere la paura e per vincerla. Mentre adesso l'appello e lo sguardo è rivolto ai parenti in sala, “non lasciate soli i vostri bambini”, come fa la madre in carriera del francese Le Petit Prince di Mark Osborne (2015), sostituita per fortuna da un vecchietto lunare e visionario. O in Cicogne in missione di Nicholas Stoller (Usa, 2016) dove la macchina fabbrica-bambini si è inceppata e l'happy end consiste nel rintracciare migliaia di mamme e papà. O in Pets che sostituisce i ragazzini con petulanti animaletti e i genitori con “padroncini” da ritrovare a ogni costo perché il divano è meglio della libertà.
Per non parlare del vero disastro emotivo e creativo della Disney/Pixar, Inside Out che permette a chiunque di psicanalizzare i film d'animazione e indicarne il valore morale e artistico. Quanta letteratura sulla desolata bambina intenzionata a fuggire da padre e madre insensibili che si ritrova telecomandata nel cervello da un branco di sentimenti contrastanti, e rivalutati come la “tristezza” che farebbe tanto bene ai piccini al pari della“felicità” - si sa la vita è fatta di alti e bassi - e soprattutto riconduce alla strada verso casa. Banalità del fiabesco. Animazione rozza, personaggi piatti, solo gag. Incassi stellari e premio Oscar.

In questo scenario paludoso, privato del vagabondare fantastico, si affermano così i cartoni animati del reale. Con poche eccezioni, il promettente La mia vita da zucchina di Claude Barras, produzione franco-svizzera, scritto da Céline Sciamma, l'autrice del sessualmente ambiguo Tomboy, e di certo non allineata, in uscita il primo dicembre.
E prima di tutti, sugli schermi italiani in questi giorni, Kubo e la spada magica, titolo storpiato dall'originale significativo e poetico Kubo and the Two Strings, le due corde dello shamisen, strumento musicale giapponese, una specie di liuto che accompagna il teatro Kabuki. Opera di grande bellezza etico-estetica che fa dell'antica stop-motion una tecnica futuribile coniugata com'è con il digitale in modo da rendere fluidi i movimenti dei “burattini”, fotografati 145.000 volte. E' un film che vanta il più grande personaggio animato a passo uno, uno scheletro gigante che ha richiesto 19 mesi di lavoro, un film impossibile da concepire per una major (compresa la Disney/Pixar), paragonabile alla fabbrica disneyana delle origini quando, tavola dopo tavola, una schiera di disegnatori, animatori e inchiostratori plasmava storie e personaggi. Infatti, a produrre Kubo è la Laika Entertainment di Travis Knight (figlio del boss della Nike) studio specializzato in stop-motion e arrivato al suo quarto film, dopo Coraline (2009), ParaNorman (2012) e Boxtrolls (2014). Un laboratorio creativo più vicino al lato dark di Walt e a Tim Burton che ai sedicenti disneyani di oggi. 

Un'avanguardia a rischio dal momento che Kubo and the Two Strings figura al 60mo posto nella classifica degli incassi di quest'anno mentre l'insostenibile Pets è al terzo.
La figuretta stilizzata del ragazzino giapponese che alla spada magica preferisce lo shamisen è intarsiato in sfondi dalla purezza geometrica e attorniata da grandi “caratteristi”, la vecchina salace, la bimbetta impertinente, l'uomo esultante... tutti ad ascoltare Kubo, benda da pirata su un occhio, che strimpella in mezzo alla piazza del paese. A ogni vibrar di corde i suoi fogli colorati lievitano e modellano samurai, uccelli, mostri che saettano nell'aria e raccontano storie senza un finale. Origami. Vivi. Sublime effetto del disegnatore davanti alla creatura uscita dalla pagina, carta trasformata in esseri viventi, tocco divino che anima l'inanimato, fa dimenticare la morte e risorgere i morti, lanterne lucenti affidate al fiume.
I protagonisti di Kubo hanno tutti una memoria evanescente, non sanno neanche chi sono veramente, come la scimmia-mamma e lo scarabeo-papà, perché preferiscono la metamorfosi, dimenticarsi di sé e rinascere. Kubo è contro la tradizione, contro gli antenati dominanti, contro suo nonno, il perfido signore della Luna, e le zie-streghe, presenze spaventose con il viso coperto da una maschera di porcellana bianca. Loro gli hanno rubato l'occhio, e vogliono anche il secondo, in modo da impedirgli di vedere nell'altro l'umanità.
Kubo in viaggio sfida le forze oscure, lo scheletro gigante e i parenti immortali che gli chiedono di unirsi a loro e lasciare la terra tormentata e piena di dolore. Ma lui no, affronta perfino un vorace dragone di luce, alias il nonno crudele che ha scacciato sua figlia traditrice, innamorata di un umano.

Dal tono solenne, il film passa alla commedia con dialoghi effervescenti e situazioni surreali per poi esplodere nella sequenza sottomarina con i bulbi sbarrati di sguardi ipnotici, sirene-polifemo che trascinano giù il bambino. E genera stupore con la costruzione meravigliosa di una grande nave fatta di foglie, altra impresa titanica della Laika e dei suoi animatori che sui titoli di coda mostrano mani frenetiche impegnate a muovere le cose come già in Boxtrolls. Le foglie gialle chiamate dalla musica di Kubo si assemblano e prendono forma, anche qui a mimare il lavoro stesso di Travis Knight, una sequenza che mostra il processo seriale e rimanda a certe silly simphonies dove la fabbrica di elfi assemblava i giocattoli per Santa Claus.
Kubo e la spada magica è l'unico tra tutti a sprigionare l'incanto nell'animare qualcosa che prima non c'era, i fantasmi delle persone amate e quei vertiginosi passeri azzurri di carta in gara con un uccello “vero”.
Il regista chiama a modello Akira Kurosawa e Hayao Miyazaki.






domenica 23 ottobre 2016

Il grande Blake. Ken Loach sfida questa Europa



Roberto Silvestri

Dieci anni dopo, ancora Ken Loach. Il più impegnato e drastico politicamente dei narratori europei per immagini, che ha rischiato non pochi guai nella sua carriera, soprattutto per essersi messo contro la sua adorata Inghilterra nella repressione anti-irlandese, ha vinto la Palma d’oro di Cannes 2016 e adesso presenta questo suo nuovo film in Italia, I, Daniel Blake, sul male d’Europa.
La fame nel quinto paese più ricco del mondo. Come si maltrattano i lavoratori oggi. Non solo nelle tasche ma sopratutto nella dignità. Come stia saltando il welfare. Che fu una conquista, non una concessione. Come oggi chi lavora è perduto, soprattutto se si ammala. Come nel mondo dell’1% che ha potere e del 99% che non ne ha, e paurosi spettri di fascismo stiano volteggiando di nuovo nel cielo, e non solo d’Austria, beffando proprio quei lavoratori che il fascismo distrussero (e quel welfare conquistarono battendo i nazi). Senza però mai dire direttamente tutte queste cose. Facendocele entrare nella pelle.
Ken Loach
Si entra proprio nella pelle di Daniel Blake, si gira nei suoi pub, lo si incontra a casa, e si va con lui negli uffici dell’assistenza sociale e a giocare con i figli della sua amica e compagna di sventure, Rachel. Dave Johns, attore, drammaturgo e regista della scena artistica  West End londinese (suo un Qualcuno volò sul nido del cuculo con Christian Slater), nel ruolo del grande Blake, non sbaglia una sfumatura, un fremito, uno sguardo. La piccola (di statura) Hayley Squires, che fa Rachel,  viene come Johns dal teatro londinese e dalle serie tv e il suo accordo con Johns è coreograficamente magico.
Ecco perché il film piace anche a chi non piace Loach. E’ politicamente corretto? No, è obliquamente feroce. Produttivamente si tratta di una triangolazione anglo-belga-francese, alla faccia del Brexit, contro i tagli alla spesa pubblica aumentati con Cameron, e si ispira platealmente ai pamphlet politico-morali rooseveltiani (ma non completamente) di Frank Capra.
Questo Joe Doe però è molto più disincantato. Il tono della tragicommedia, che quasi espelle l’arma operaia micidiale della satira e l’invito alla rivolta collettiva, è infatti più nero e pessimista del solito. Scritto da Paul Laverty, da anni l’alter ego, non sempre in forma smagliante, del regista, racconta le peripezie kafkiane (e soprattutto on line) di un falegname malato di cuore, ma di gran cuore, che a 59 anni è alle prese con l’assistenza sociale che lo deruba dei contributi perché la burocrazia sa sempre come trasformare un invalido (che non conta nulla) in un “non invalido”.

Obbligato a cercare lavoro, salvo sanzioni pesanti, per ordine del medico dovrà rifiutarli tutti, mentre assiste impotente alla disgregazione esistenziale di una amica, Rachel, disoccupata, due figli a carico, sbattuta a 450 km da Londra, sua città natale, per non essere obbligata a entrare in un centro d’accoglienza. Insomma peggio che Equitalia (vedi la scena del computer obbligatorio), anche se quel che resta dell'estrema sinistra italiana infraparlamentare  - ancora sotto shock per il trionfo dei M5S - pensa che sia stato un giustiziere anti-evasori.


L’australiano George Miller e il canadese Donald Sutherland, pilastri della giuria di Cannes 69, amano lo stile sobrio, feroce dentro e l’umorismo nero subliminale di Loach (e di Ozu, Rohmer e Fassbinder). E ben conoscono e temono sia i nefasti intrighi dell’impero britannico che la magnifica vitalità democratica del Regno Unito. Sono stati sicuramente loro i timonieri del verdetto finale di un film che ha perfezionato la tragedia operaia come oggetto contundente e non spettacolare, da anni ossessione unica del binomio “Loach-Laverty” .
Non c’è più l’ottimismo egemone di Riff Raff . Lo sberleffo lascia in campo alla disperazione, però fertile. Ma cambiare è necessario, è ancora possibile. Chissà, se la Scozia e L’Irlanda inita facessero secessione? Daniel il falegname di Newcastle, lascia a Rachel, la sua amica altrettanto tartassata dalle leggi sul lavoro, e altrettanto infuriata, il timone (assieme ai giovani ragazzi west indies che smanettano al computer come dei). Magari Hillary? Magari il Newcastle tornerà grande in Premier League? Bò. La lotta continua. Loach anticipa spesso i tempi. E, a 80 anni, è sempre un neofita.