mercoledì 20 maggio 2015

Grand Hotel Sorrentino. Un buddies movie alpino


Roberto Silvestri

Cannes.

Una volta - è un fatto di cronaca - un grande direttore d'orchestra italiano si rifiutò di suonare per la regina Elisabetta perché gli avevano imposto il programma. Adesso un regista e sceneggiatore italiano, già 'oscarizzato', chiede scusa a Sua Maestà e, con l'aiuto della più monarchica delle star britanniche conservatrici, l'incidente è chiuso...Peccato, avremmo tanto voluto che citando "Una pallottola spuntata 2 e mezzo", anche questa volta la regina Elisabetta facesse un bel volo. Ma il compito di questo film, diretto da un secondo magnifico quarantenne, è annientare la generazione dei padri e tornare, back to the future, ai nonni......
Si apre da oggi per il nuovo film di Paolo Sorrentino, “Youth” (Giovinezza, più in senso mediceo che fascista), dedicato a Francesco Rosi, la strada per la palma d'oro e per l'oscar come migliore film in lingua inglese dell'anno. Il dialogo del film fa ridere, a volte. Fa anche piangere (specialmente nell'aria finale). Luca Bigazzi, direttore della fotografia, come sempre sa costruire, specialmente in montagna “visioni stillanti d'alba iridata”, passando con disinvoltura dal pieno tonale al delirio cromatico... Più che un “motion picture” è un “emotion picture”, visto il bouquet sinistre. Eppure, a giudicare dall'accoglienza critica nella grande sala Lumière di Cannes, buona ma non super, la strada sarà in salita. Il puzzle non è facile da mettere insieme, anche se ogni tesserina è assai adornata. Da oggi ognuno darà la sua interpretazione. Specialmente i direttori di giornali. Ma attenzione le trenta frasette ad effetto vanno mescolate con i valori ottici del film. La superbia visuale non manca. E questa volta a combatterla e eroderla non è il chiacchiericcio della classe dominante nullafacente romana, ma l'arte di un musicista cosmopolita che non vuole più comporre, che crede nell'opera d'arte non come metafisico “capolavoro assoluto”, ma come liberazione di sentimenti in forma di gratuito, irretribuibile, lavoro umano”, ma si accorge che oggi mettere caos nell'ordine, per esempio storpiando fecondamente il gesto del braccio di un violinista in erba, è peggio che demodé. E anche quella di un cineasta travolto dall'incarognimento dei tempi e da chi crede che il futuro del cinema sia solo nella gioconda libertà totale di una serie tv, che gioca e violenta gli stessi standard e gli stessi format capovolti...
Fred, compositore inglese in pensione, della filiera neotonale Stravinski-Britten (Michael Caine, nell'imitazione perfetta di Michael Caine, non fosse per un certo litigio con gli abiti), e Mick, regista hollywoodiano al lavoro su una nuova sceneggiatura, tanto scoppiettante quanto lui è depresso (Harvey Keitel in dionisiaca forma), vecchi amici da sempre, si ritrovano in un hotel di lusso del sud Tirolo alpino, al di qua di “Sils Maria”.
E, alla fine del cammino di una lunga vita di successi artistici, passano quelle agiate vacanze estive da ottantenni più apatei che apatici, maltrattando con sarcasmo pregiudizi e frasi fatte e ricordando, tra luci abbaglianti e colori caldi e densi, i vecchi tempi e i nuovi acciacchi. A un messo della Regina Elisabetta che gli chiede una grande rentrée risponde picche. Una sua composizione, “La canzone semplice” è stata scritta solo per sua moglie, malatissima e afona, che è l'unica ad averla mai interpretata e pubblicata su disco.
I protagonisti di questo “buddies movie” heavy metal, più ambizioso di quelli con Matthau e Lemon, perché Wilder è il regista d'affezione numero uno di Sorrentino, ma i maestri se non vanno superati vanno almeno appesantiti, puntualizzano, quasi fossimo in un racconto di Wedekind, gli esiti di loro antiche e cruciali rivalità sentimentali che li divisero 50 anni prima. Di giorno e di notte sognano, fanno incubi o temono incanti (una sceneggiatura dal finale che finalmente funzioni; un concerto di vecchia consonanza per campanacci di mucche e uccelli; la lievitazione di un monaco buddista...). Litigano con i figli, sciocchi, vettisti e incompresi (Rachel Weisz è la figlia di Fred, piantata dal figlio di Mick per una succedanea di Madonna) ma poi li confortano e li sanno commuovere. Subiscono allucinazioni oniriche e deformazioni di focale, quando entrano per distrazione, ma con tatto, o dentro film altrui (non solo in “8 e mezzo”, ben colorizzato, ma anche in un qualunque Seidl) o in copertine di dischi (dei Pink Floyd?) o in istallazioni d'arte (di Cindy Sherman?). O scommettono sul nonnulla, come due angloamericani in un thriller di Hitchcock, mentre pasteggiano gin martini con l'oliva. E si fanno contagiare dalle fantasie su insorgenti bellezze pop (c'è perfino una Miss Mondo di passaggio, quella nuda del poster) e castigano i nuovi costumi e il dilagare del cattivo gusto. Con la distanza e l'umorismo d'obbligo di chi, saggio e scettico, sa di avere i giorni contati ed è consapevole che solo il kitsch pesante (come quell'Hitler in libera uscita, l'attore hollywoodiano che legge Novalis ma è stato intrappolato come star da un blockbuster che lo ha trasformato in robot; o la caricatura affettuosa di Maradona grasso come Pavarotti ma che palleggia assieme a dio con una pallina da tennis gialla) aiuta, dove il kitsch leggero regna. “La leggerezza”, dirà il musicista Fred, al massimo dell'ispirazione, è una qualità perversa... E anche la romantica ispirazione, a cui Sorrentino parrebbe contrapporre una più culinaria, materialista e metamorfosizzante “fermentazione”. Di fondamentale importanza la presenza di Jane Fonda che si sbarazza con facilità irrisoria del doppio strato di cerone che la mummificano e dice sul copione di Sorrentino cose brutali che solo un cineasta diventato improvvisamente autoironico e umile poteva osare scrivere. Alle opere che mai volessero lagnarsi delle sempre nuove deformazioni della buona critica su di esse, Jane Fonda, come Corneille alla Marquise, potrà sempre rispondere: “Vous ne passerez pour belle – Qu'autant que je l'aurait dit”.
L'hotel, come microcosmo, e come ogni hotel di lusso che si rispetti, sia un set di Marguerite Duras o Sergio Corbucci, di Alain Resnais o Wes Anderson, del Kubrick più horror o del Fellini più eroticamente privato, è uno spazio double face. Realtà (fanghi, piscine calde, saune, piccole prostitute timide, massaggi inebrianti, cene squisite...) e fantasia si confondono. Paesaggi incantevoli rivaleggiano con il direttore della fotografia a chi è più bravo ad accentuare, posizionare e ombreggiar le luci.

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