lunedì 17 ottobre 2016

Nascita di una Nazione. E del Potere nero. Un bel film di Nate Parker sull'anno cruciale 1831




Roberto Silvestri 

1831. Nat, nato schiavo, ma predestinato dagli antenati a grandi azioni, diventa un remissivo predicatore battista perché è un grande oratore trascinante e ha avuto la rara fortuna di imparare a leggere e a scrivere, oltre a continuare a raccogliere cotone 7 giorni su 7 con una frusta schioccante sulla schiena. Predica però agli altri schiavi e schiave la sottomissione perché così si entra nel regno dei cieli e intanto il suo padrone bianco incassa molti soldi dai piantatori vicini - spaventati dall’aria di rivolta che arriva dai Caraibi - e sopravvive alla crisi.
Nat ha potuto maneggiare solo la Bibbia, e pochi altri libri, e quando si rende conto che la condizione di sfruttamento non dipende dalla bontà o cattiveria dei singoli padroni ma dalla struttura economica vigente in tutti gli stati del sud cementata dal razzismo, organizza una furiosa rivolta armata. Verranno assassinati con asce e machete 65 bianchi, anche donne e bambini. Un tradimento farà fallire il piano che prevedeva la conquista di un arsenale di armi da fuoco. 200 neri, anche donne e bambini, saranno così giustiziati per vendetta e (non tutti) perché rivoltosi. Finchè Nat Turner nell’agosto del 1831, dopo due mesi di latitanza, verrà scovato, impiccato e smembrato in mille pezzi. A monito perpetuo.




E’ una pagina della storia americana cruciale ma non troppo conosciuta, che ha originato un film african-american dal provocatorio titolo di Birth of the Nation. E’  alla Festa di Roma dopo il trionfale esordio al Sundance e un grande successo a Toronto. Essendo esplicitamente un film realizzato per spiegare meglio la storia dell’insorgenza nera e per opporsi alle menzogne del classico di Griffith si vedranno bianchi stuprare nere e non viceversa. Incredibilmente alcuni media Usa perennemente sudisti, a 180 anni dai fatti, hanno organizzato una gazzarra, ovvero una campagna denigratoria del film perché lo stesso regista ha ricordato di essere stato processato in gioventù per violenza carnale nei confronti della sua ragazza (ma poi è assolto), speculando sul suicidio della donna (avvenuto molti anni dopo i fatti). L’effetto bomba del film è stato così attenuato. Ma molto bene ha fatto Antonio Monda, il direttore del festival di Roma, a rilanciare questa importante opera. Importante perché di cinema stiamo parlando.  
Diceva Rossellini che siamo nella civiltà del lamento: “Chi più si lamenta, più pare umano, intelligente, buono e saggio, e invece no”. Difficile per un african-american che vuole rivaleggiare oggi con quel capolavoro del cinema mondiale, e smantellarne le zone più ideologicamente nauseabonde senza farsene accorgere, non fare la figura del grande risentito. E invece qui succede.
E’ vero. Non c’è una bella fotografia (è di Elliot Davis, incapace di spennellare quei toni dorati che fanno tanto “magnolia, colonne doriche e ragazze bionde coloniali”) come in Amistad. Non c’è della bellissima pittura, perché già Julie Dash ha dipinto. E forse neppure del grande cinema. Il musicista è inglese e non mette del pepe nel Porto (Henry Jackman, forse scelto in omaggio al Re di Londra che abolì la schiavitù nel 1837). Il montatore fa solitamente blockbuster di frenetica e chiassosa digitalità (è Steven Rosenblum )…
Ma c’è cinema. Quell’eccitazione vitalistica, quell’euforia ossessiva che inserisce Birth of a Nation 2 nel filone più limpido e squillante dell’arte americana. Anche se invece di inventare qualcosa di simile al “montaggio alternato” qui la regia si dedica allo smontaggio, mai alterato, di alcune incrostazioni d’immaginario. La scena del pedofilo criminale redento e benedetto sembra tratto da Blacksnake di Russ Meyer (1973, finora il capolavoro del cinema anti schiavista bianco). Horror puro la lotta selvaggia con la schiava che diventerà sua moglie, ma basta qualche secondo e si capirà di che pasta era fatta Harriet Tubman. Il rapporto di Nat con la madre e la nonna è “atmosfera John Ford”, senza mai citare pedissequamente. La scena iniziale del rito iniziatico animista e degli angeli dell’annunciazione allucinatoria sembrano omaggiare sia l’incipit vudù di Sankofa di Haile Gerima (il capolavoro del cinema anti schiavista african-american) che alludere al realismo alato di Fernando Birri.   Qui si fa la parodia di McQueen, lì chi fa dell’iperrealismo spicciolo e consumistico e sentomentaloide.  La scena della svendita degli schiavi sotto i 400 dollari l’uno vale da sola, per comprendere la crisi spaventosa che la Virginia subì a causa della caduta del prezzo del cotone, più dei paragrafi contorti e un po’ erronei della Storia degli Stati Uniti di William A. Williams sulle baruffe tra abolizionisti e schiavisti.
Finalmente non vediamo più sullo schermo lo schiavo ribelle che viene teleguidato dal solito astuto “cervello bianco” che la sa più lunga di lui (da Queimada a Inglorious Basterds) e di cui lui è il più fedele degli amici.
E poi.  E’ storicamente corretto rispetto a Birth of a Nation di Griffith. Intanto perché prende a frustate, come fosse Mandigo, la potente Colonisation Society, l’organizzazione bianca degli stati del sud che coordinava in Georgia, Virginia, Carolina del sud etc, le politiche di repressione schiavistica, fissando i prezzi dei corpi-merce, negando istruzione e ogni pratica religiosa, censurando giornali e pamphlet neri che già arrivavano sulfurei dal nord, prezzolando gli squadroni della morte, che poi saranno gli incappucciati del Kkk,  incaricati di punire ogni atto di ribellione, ripescare gli schiavi fuggiaschi, torturarli e impiccarli, catturare i neri liberi, ovunque si trovino (12 anni schiavo), stuprare le donne a volontà…
Si capisce che siamo oltre l’insurrezione religiosa e diversamente fondamentalista di Nat Turner. Siamo già dentro le pratiche organizzative dell’ “Underground Railroad” in funzione dal 1826 per proteggere gli schiavi e programmarne la fuga in massa. Si capta, dallo sguardo del maggiordomo, più feroce di Nat - ha una concezione della violenza meno “ad acme” e più “a flusso” - che già circolava clandestina ovunque la copia di Appeal! di David Walker,  inneggiante all’insurrezione armata, sulle orme di Toussaint Louverure a Haiti, e proibita ovunque, neanche fosse una ballata di Dario Fo per il funzionario Rai. 
Si dirà. Stereotipati, però, questi cattivi laidi. Eppure quei denti spaccati dal martellone, neanche in Tarantino.  Il pastore adoratore del dio Gin non lo vedevamo da secoli. Stereotipato il latifondista buono che poi, anche lui, sopraffatto dall’alcool, fa emergere il maligno che lo possiede? Eppure si mette in scena, proprio lì, un gioco religioso d’epoca, un climax teologico febbrile, uno scontro degno di un quiz tv, sulla citazione biblica esatta, che in sintesi veloce fa comprendere la dicotomica interpretazione biblica che spaccherà l’America in due, come il Sudafrica: i fondamentalisti apartheid del protestantesimo arminiano (e della chiesa riformata di Olanda) contro chi stava riadattando Calvino ai propri interessi economici e al laissez faire . L’Isis contro Hillary. Il padrone di schiavi divenne, per il democratico radical bianco, “il male”, l’uomo cattivo. Da William Lloyd Garrison a John Brown, novelli David, liberare gli schiavi divenne la missione divina della nuova Gerusalemme.    
Ma soprattutto corretto, questo The Birth of a Nation, l’ambizioso e mai presuntuoso film del giovane cineasta african-american Nate Parker (che lo dirige, lo ha scritto e lo ha interpretato) sull'insurrezione guidata a Southampton County, Virginia, il 22 agosto da Nat Turner, schiavo e predicatore, invasato come la pulzella d'Orleans, perché ha retrodatato la "nascita della nazione" al decennio 1820-1830, allo shock causato da quella ribellione armata (la più sanguinosa delle 265 succedutesi dal 1800, e quella più duramente repressa) e alla presidenza Jefferson, iniziata nel 1826, "contro la corrotta amministrazione aristocratica.

Il capitalismo americano, già pienamente dispiegato al nord e tra i coltivatori più intraprendenti del sud-ovest, si sgancia definitivamente dall’Europa, dà piena sostanza e spinta interiore religiosa al lasseiz-faire, alla libera iniziativa e all’individualismo imprenditoriale più estremo, ha bisogno di proletariato libero e a basso costo (si passa da 7900 a 396 mila immigrati dal 1824 al 1850) e apre con l’aristocrazia razzista del sud, in grave crisi economica (come si vede nel film), un conflitto ideale e armato che sfocerà nella guerra civile, nella vittoria e nell’abolizione della schiavitù e delle piantagioni. Nasce anche il Potere nero, in quel frangente, come affermerà Fredrick Douglas nel suo celebre discorso del 1852. Lo “Spartacus della Virginia” Nat Turner ne diventerà uno dei primi simboli, assieme a Denmark Vesey, leader di una rivolta già repressa nel 1824, che aveva sollevato gli artigiani urbani neri e liberi del sud. Il fuori campo del film ci viene suggerito da Turner, a piccoli tocchi, perché la narrazione suggestiva di moda oggi obbliga  a simulare ogni intento didattico.

Il capolavoro di Griffith del 1915, ambientato nel quinquennio successivo alla vittoria nordista, cioè nella “Recostruction Era”, dopo il 1860, sarà ossessionato proprio dall’incubo del Potere Nero, dei neri che diventano soggetti della propria liberazione. E in quel frangente governeranno davvero il Sud, ma ci dicono gli storici bianchi e anche quelli marxisti, come Marino a Roma. La grandezza di quel film è che ebbe il coraggio di toccare il nervo più scoperto della civiltà americana. E che la scienza politica dei neri cresceva, e terrorizzava tutte le corporation d’occidente, anche grazie agli errori sacri di Nat Turner.  




   

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