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venerdì 19 maggio 2017

Cannes 70. Quinzaine. Garrel. L'amante estremamente pericolosa e irregolare

Louise Chevillotte nel ruolo di Ariane in L'amant d'un jeur di Philippe Garrl 
Roberto Silvestri


“Non c'è differenza tra filosofia e vita”. Afferma alla fac Gilles (Eric Caravaca), il professore, saggio, esperto, ancora piacente. E conquista all'istante, clandestinamente, nelle segrete dei gabinetti per professori, Ariane (Louise Chevillotte), l'allieva francese, bella, alta, narcisista, ventenne, un passato da modella per riviste XXX, affamatissima di vita e di sesso meglio se veloce, dunque di ogni tipo di filosofo, sia esso un teorico d'appartamento, o un esploratore del mondo o, in epoca post-foucaultiana, un sofisticato cultore orientale dell'erotismo (da non confondere con il noioso scienziato occidentale della sessualità). Orgasmi verticali così, in piedi, se ne vedono e soprattutto sentono pochi al cinema. Il fonico Francois Musy non ha rubato i soldi. Ma ha catturato anche pianti convulsi, simili a orgasmi addolorati, che riempiranno il soundtrack dei primi minuti del film, lettristicamente corretti. Il doppio gioco dei sospiri, o di gioia e di dolore. Entra in scena infatti anche una ventenne in singhiozzi. Questo l'incipit.

Ma in realtà il fiotogramma è verticale. Ariane è un amante di un giorno.... 
Un cineasta interessante si vede da questo, commentano i Cahiers du cinema. Nella capacità della “logica astratta” di prendere possesso della forma di un film, spazzando in secondo piano la logica narrativa. Forme che sintetizzano un carattere. Senza bisogno del linguaggio verbale. Il nudo di Ariane, per esempio. Qui ecco Bonnard, il nudo allo specchio. Poi il nudo steso, cristologico. Poi il nudo in movimento, il rivestirsi da parodia della parodia burlesque...
Il professore Gilles (nome non casuale) ha però una figlia, Jeanne (Esther Garrel) che, piantata dal ragazzo, capita piangente e sull'orlo del suicidio in casa. L'età della figlia è proprio quella dell'amante. Le due ragazze, diversamente performative, gole profonde disomogenee, la prima femme fatale d'istinto, è di un altro mondo, la seconda arzigogolata domatrice di uomini dietro un'apparenza fragile, è di questo, e vivranno sotto lo stesso tetto.

qui addirittura siamo all'inquadratura capovolta, Ariane e Jeanne (Esther Garrel) diventano amiche 

La triangolazione domestica degli affetti infuocati, anche vista l'età (e un cognome) delle ragazze, il parlar, calmi o su di giri, di fedeltà e tradimenti, di sentimenti di breve o di lungo corso, di guerra (“quale? Della prossima!”) è l'argomento del nuovo film di Philippe Garrel, L'amant d'un jour. Un bianco e nero doc di Renato Berta, capace di catturare perfino il rossore (lui sì che conosce le 50 sfumature di grigio), e un copione a otto mani (anche Jean-Claude Carriere, che porta il sesso che parla, i nudi o meglio l'orgasmo nudo, inusuali nei precedenti film di Garrel) fabbricheranno questo piccolo grande film, autobiografico come sempre, pieno di ambiguità e di false piste, simulazioni, bugie, trucchi, patetici giochi e addirittura una canzone le cui parole sono scritte da Michel Huellebecq. “Allorchè si tratterà di lasciare questo mondo mi piacerebbe farlo in tua presenza”. Dopo tutto sempre new romantic Garrel. Ma la verità delle parole saranno completamente sbriciolate dalla verità delle immagini. L'immagine uccide. Lui, il prof, aveva detto: anche se ci tradiremo resteremo sempre insieme. Lei aveva detto. So che ci lasceremo. Ma sarà una immagine-parola a rompere il gioco. Ecco perché film così possono essere fraintesi da chi si oppone a suggestioni che non si possono spiegare, che sono quasi nel dominio dell'inconscio. C'è sempre Godard dietro ogni film di Garrel: “E' il solo cineasta capace di parlare da pari a pari con le donne”.   

Cannes 70. Il dolore del mare. Vanessa Redgrave regista



di Mariuccia Ciotta (*) 

Cannes 

Il foglio di carta dorata si accende di luce mentre plasma la sua forma, e fa da siparietto nel film d'esordio di Vanessa Redgrave, attrice, premio Oscar per Giulia di Fred Zinnemann ('71), attivista della sinistra laburista. Il titolo del film, Sea Sorrow (Il dolore del mare), è di Shakespeare, e lo pronuncia Prospero (Ralph Fiennes) nella Tempesta quando racconta alla figlia il naufragio in mare di un battello “così marcio che anche i topi lo hanno abbandonato”. Gommoni, barche, scialuppe in disfacimento pronte ad affondare, cariche di troppa gente. I profughi. 


Di questo si occupa Vanessa Redgrave, che, nata nel 1937, ricorda i bombardamenti di Londra e mostra le sue foto da bambina, estratte, sembra, da Pomi d'ottone e manici di scopa. Sì, perché Sea Sorrow (fuori concorso) passa in rassegna parole e occhi fondi di iracheni, afgani, siriani in cerca di asilo, ma soprattutto canta le lodi anti-Brexit dell'Inghilterra futura, generazione prossima. 
Una bambina dallo sguardo azzurro – non così bello come quello blu di Vanessa, la narratrice – ci fa sapere che dirà alla sua maestra di accogliere i piccoli profughi cacciati dalla Giungla di Calais.
Una specie di favola, rosa e dark. Anzi, dice la regista, sostenuta dal figlio produttore Carlo Nero (e dalle figlie Richardson) Sea Sorrow è un poema, meglio, un'elegia a più voci. I ricordi dei perseguitati del Novecento di ogni latitudine convergono... macerie allora e adesso. Un ragazzo afgano dalla faccia angelica rivolto alla telecamera racconta di come gli americani spararono alla testa prima della madre e poi del padre per farlo stare zitto. Lui, bambino, urlava.

Vanessa Redgrave, qui regista 
Al centro dell'obiettivo, però, non c'è il curdo-siriano Alan Kurdi, ma chi non impedì che morisse a tre anni “spiaggiato” sulle rive turistiche di Bodrum. Il film è un autoritratto del “senso comune”, degli smemorati che rifiutano l'accoglienza. Come allora, nel '38, quando il governo Chamberlain, ben disposto verso le richieste di Hitler, respinse gli ebrei in fuga.
Emma Thompson legge il Manchester Guardian, edizione del novembre 1938, dov'è pubblicata la lettera di Sylvia Pankhurst, leader femminista, figlia della famosa suffragetta Emmeline Pankhurst. La lettera chiede un po' più di umanità al governo Chamberlain, in particolare nei confronti di due sorelle ebree, studentesse di musica scampate al pogrom della Notte dei cristalli. Non toglieranno lavoro alle musiciste inglesi!
Lord Alf Dubs, scampato alla caccia dei nazisti, rifugiato ed esule a Londra 
La memoria si perde, e Vanessa la rincolla un pezzo alla volta, dà la parola a Lord Alf Dubs, anche lui un ragazzo del secolo scorso, salvato nel '39 dal Regno Unito insieme ad altri 10.000 minorenni, e ora a capo di una campagna per il visto, ottenuto, a favore di tremila bambini non accompagnati. La memoria ritrova Eleanor Roosevelt, in una delle sequenze storiche più emozionanti, mentre legge la Dichiarazione universale dei Diritti dell'uomo davanti al congresso americano nel 1948. Franklin Delano è morto tre anni prima, e lei è lì in controluce con Vanessa Redgrave nel manifesto di Sea Sorrow. Ricordatevi. Il foglio d'oro è il mantello che avvolge i profughi. 
(*) pubblicato su Alfabeta2 



giovedì 18 maggio 2017

Le recensioni dei principali film di Cannes sono su Alfabeta 2

Durante il festival di Cannes 70 
(dal 17 al 28 maggio) recensiremo i film più importanti della competizione, della Semaine, della Quinzaine e del Certain Regard su Alfabeta2,  https://www.alfabeta2.it/
Altri interventi su FilmTv 
Li ritroverete sul blog ilciottasilvestri nei prossimi giorni 

Roberto Silvestri e Mariuccia Ciotta 

Cannes 70. Quattro corti libanesi. Ma non solo. Alla Quinzaine

Roberto Silvestri

Cannes


Da 5 anni la Quinzaine des realisateurs ha la sua 'talent school'. E tra i 32 cineasti in erba scoperti finora, molti hanno già realizzato il primo lungo, come Rungano Nyoni, cineasta dello Zambia, che presenta proprio alla Quinzaine I am not a Witch dopo avere concorso agli Oscar con il suo corto Listen. Waintrop e soci producono e sostengono giovanissimi cineasti di tutti i paesi del mondo, finanziando quattro cortometraggi all'anno realizzati beneficiando di identiche condizioni tecniche e di budget (45 mila euro). Si tratta di film ibridi (di regia doppia e, fatto davvero controcorrente in questo delirio di sovranismo imperante, di diversa nazionalità), per lo più “politici, polemici e umoristici”, di 15 minuti fatti così: una settimana di preparazione, 5 giorni di riprese, 5 giorni di montaggio e 10 di post produzione. Il tutto con l'assistenza di un regista esperto (francese), delle autorità cinematografiche locali (quest'anno la Fondation Liban Cinema) e con la certezza di avere una vetrina mondiale d'eccezione, il Theatre Croisette proprio nei giorni del festival. Dopo Taiwan, la Scandinavia, il Cile e il Sud Africa (che quest'anno scodella una serie notevole di film nel Mercato), è infatti la volta del Libano, fiorente industria del cinema negli anni 50 e 60, specialità la commedia e il thriller, poi scomparso dalla cartina geografica di Cannes perché le guerre incivili (e per lo più congegnate all'estero) hanno anche questo compito e obiettivo artistico, spazzare via i piccoli stati per lo più modello di pluralismo culturale e cosmopolitismo religioso (Palestina, Libano, Jugoslavia, Yemen, Siria, Iraq, Algeria, Libia, Afghanistan.....). Oltre che radere al suolo tutto il resto. Quest'anno la Quinzaine è andata a Beirut a scegliere tra i vari progetti quelli più accattivanti e abbiamo così visto opere che navigano stranamente tra due estetiche, almeno, come il buffo apologo neosurrealista White Noise di Ahmad Ghosswein (Libano) e la cineasta di origini italiane Lucie La Chimia (Francia), sulla prima notte di lavoro di una guardia di sicurezza, un po' maldestro e un po' bigotto, che ha come compito quello di vigilare un viadotto cittadino ma che non si accorge che un pezzo di ponte glielo portano via sotto il naso perché distratto da un vecchietto inacidito e sguaiato che cerca disperatamente e inutilmente di gettarsi dal ponte ma che si rialza illeso ogni volta. L'apocalittico e semiwestern spaghetti El Gran Libano di Mounia Aki (Libano, studi a New York) e Ernesto Villalobos (Costarica) è girato fuori Beirut, ai bordi di un laghetto inquinato, e racconta lo scontro incontro (dopo 12anni) di una fratello ubriaco e una sorella esageratamente previdente (che si porta dietro, come fossimo in un film di Sergio Corbuccia, la cassa da morto per il fratello sempre ubriaco fradicio); l'incubo kafkiano dell'emigrazione impossibile Salamat from Germany di Rami Kodeih (Libano) e Una Guniak (Bosnia Erzegovina) e Hotel El Naim di Shirin Abu Shaqra (Libano) e Manuel Maria Perrone (Svizzera italiana), il più misterioso di tutti, protagonista una piovra la cui intelligenza e sensibilità nulla può contro la fantasia crudele e subdola dell'uomo, virtù odiosa che ci ha permesso la sopravvivenza.      

mercoledì 17 maggio 2017

I dodici segreti di Cannes. Oggi apre la grand kermesse


  1. Quanto vale una Palma d'oro?
    Circa venti mila euro. La realizza (in due copie, nell'eventualità di un ex aequo) uno sponsor del festival, il gioiellere svizzero Chopard, utilizzando il design a 19 foglie di Caroline Scheuefele (coproprietaria di Chopard) del 1998, con 118 grammi di oro giallo 18 carati Fairmined (o equivalente) più, ma solo quest'anno per il settantesimo anniversario, 167 piccolissimi diamanti....In somma un premio vero, come le mitiche Grolle d'oro di una volta, e non simbolico come il Leone d'oro di Venezia (che, molti lo ricorderanno, George Cukor, “dimenticò” in camera all'Hotel Excelsion.
  2. Quante persone lavorano al Festival?
Venti durante l'anno, in un piccolo appartamento nel 7° arrondissement di Parigi. Ma diventano mille a Cannes, di cui 700 al festival e 300 al Mercato, comprendendo proiezionisti, autisti, maschere....
  1. Qualche regista ha mai rifiutato la Palma d'oro, come George C. Scott l'Oscar o Jean-Luc Godard l'Oscar alla carriera?
No, mai. Anche se Woody Allen non accetterà mai di partecipare a una competizione a meno che i registi non facciano tutti opere tratte dallo stesso soggetto. E anche se molti cineasti possono non essere materialmente presenti perché il verdetto, elaborato nella villa Domergue, anni 30 in stile finto toscano, che si trova a Cannes California, si conosce solo la mattina della consegna dei premi e non tutti riescono a tornare sulla Croisette in tempo.
Ma. Il cineasta greco Theo Angelopoulos, nel 1995, nel ricevere il Gran Premio della giuria per Le regard d'Ulysse, guardando il presidente della giuria Jeanne Moreau in cagnesco, e dopo aver detto di aver preparato un discorso di ringraziamento per la Palma d'oro, se ne andò. E Xavier Dolan, piangendo nel 2014 nel ricevere il premio della giuria per Mommy, ex aequo con Godard, non nascondeva la sua delusione per non essere riuscito a superare il record del regista più giovane vincitore di Palma d'oro, strappandolo a Steven Soderbergh.


  1. Chi sceglie i film del festival?
    La responsabilità è unicamente del délégué générale Thierry Fremaux, in carica dal 2007 e nominato dal consiglio d'amministrazione del festival composto dal direttore del Cnc, da un rappresentante del ministero della cultura, della corte dei conti, del comune di Cannes e dalle principali associazioni dell'industria del cinema. Ma esistono due differenti comitati di selezioni, uno per i film francesi e uno per tutti gli altri. I film visionati quest'anno sfiorano la cifra record di 2000 (alla Quinzaine sono stati visionati 1700 corti e 1250 lunghi). Il nome dei consiglieri artistici (er lo più critici e giornalisti di cinema) di Freamux è segreto, per impedire “pressioni indebite”. Non sono stipendiati per questo lavoro consultivo.
  2. Mercato, nuovo record
    9000 operatori provenienti da 125 paesi sono attesi al 58° Marché (13 mila metri quadri di stand) diretto da Jérome Paillard. In aumento i venditori e compratori asiatici, soprattutto cinesi. Nuovi arrivati i rappresentanti di You Tube, Google, Vimeo, Netflix e Amazon. 
  3. Tendenze
    Edouard Waintrop, responsabile della programmazione della Quinzaine, intervistato da Le Film Francais, identifica due tendenze nel cinema nuovo: il postrealismo, ovvero un ritorno drastico allo spirito neorealista e alla difesa degli ultimi. soprattutto nel giovane cinema italiano,  anche se, stilisticamente, molto differente: Jonas Carpignano (“pura energia”), Roberto De Paolis (“puro choc”) e Leonardo Di Costanzo (drammaturgia e messa in scena più classica) e nordamericano, Sean Baker e Chloe Zhao). E, seconda tendenza, nei ritratti particolarmente impietosi, sadici e feroci di uomini, soggetto di tutti i film diretti da cineaste donne (Claire Denis, Sonia Kronlund, Carine Tardieu, Natalia Santa...). Per non parlare di Sofia Coppola e dell'indonesiano “Non sono una strega” di Mouly Surya, con l'uomo che rischia la testa e l'avvelenamento...
  4.  Il festival si è sempre svolto nel mese di maggio? No, dal 20 settembre al 5 ottobre dal 1946 al 1951.
  5. Quanti sono i posti a sedere nel Grand Theatre Lumiere?
    2309, 800 in platea, 1456 in galleria, 35 nella loggia. Lo schermo è grande 19 metri per 8. Il più grande schermo del mondo, inaugurato in Cina nel 2015, è grande 34.6 x 26,8
  6. Quanti addetti ai lavori partecipano, in totale, al festival?
    32465 provenienti da circa 140 paesi più 4660 giornalisti della carta stampata, della radio, della televisione e del Web (nel 1966 erano 700)
    Si tratta della manifestazione culturale più frequentata al mondo.
  7. Quanti abitanti ha Cannes durante il festival e senza festival?
    73600. Durante il festival 200 mila.
  8. Quante donne hanno vinto la palma d'oro?
    Una sola, la neozelandwese Jane Campion nel 1993 con La Lezione di piano, ex aequo con Chen Kaige Addio mia concubina.
  9. Quale è stato il più imbarazzante incidente politico del festival?
    Nel 1956 in piena grra fredda la Repubblica federale tedesca ha chisto al gioverno francese di ritirare dalla campetizione “Nuit et Bruillard” di Alain Resnais, un documentario di 32 minuti commissionato dal comitato storico francese della seconda guerra mondiale. Il film è stato proiettato solamente fuori concorso e sacrificato sull'altare della riconciliazione storica tra Parigi e Bonn.

domenica 14 maggio 2017

Sulla via lattea c'è cinema



Mariuccia Ciotta

Visto alla Mostra di Venezia 2016,  il film è ora nelle sale

Il volto attraversato da nuvole, Emir Kusturica ha un'espressione che dissente dalla commedia quasi slapstick On the milk road (Sulla via lattea), ultimo titolo in concorso, e che a prima vista sembra uno scanzonato balletto fracassone (musica del fratello Stribor) in tempi di guerra (dei Balcani). Tratto da un racconto dello stesso regista e interprete, il film è diviso in tre capitoli e parte con la solita fanfara dispiegata a mille, tra un moltiplicarsi frenetico di metafore, oche bianchissime precipitate nel sangue del maiale appena sgozzato, una gallina che non riconosce se stessa e salta a vuoto davanti allo specchio.... e un bestiario vario fatto di asini intelligenti, rapaci che ballano al ritmo delle tastiere, serpenti grati al lattaio Kosta (Kusturica) e un gregge di pecore destinate al massacro.
Monica Bellucci parla serbo, ed è un piacere vederla liberata dal glaciale sussiego, in coppia buffa e d'amore con il malinconico venditore di latte. Ma nel caos generale, tra matrimoni andati a monte, militari spudorati, gag di ogni tipo, Kusturica infila la lama tagliente della vera guerra, la carneficina della fiorita Krajina, regione della Croazia popolata da serbi dove all'inizio degli anni 90 morirono ventimila persone. La commedia cede a un realismo magico e disperante, a una surrealtà a volte dipinta con colori (e uccellini) disneyani, a volte lugubre e truce, lanciafiamme all'opera e corpi carbonizzati. Il regista serbo non dimentica Underground, e tra i miracoli di un'ascensione in cielo dei due amanti intrappolati su un albero sotto la pioggia, arriva il vero colpevole, un generale della Nato che, tradito dalla bella italo-serba Monica, manda il suo squadrone della morte a distruggere e uccidere (forse per questo j'accuse Cannes 2016 ha rifiutato il film). Sarà un inferno glorioso, un poema fiabesco di massacro tra cieli stellati e mine fragorose, qualcosa che distilla sorrisi e lacrime nelle digressioni dal campo di battaglia... sotto l'acqua opaca di uno staglio gli amanti cadaveri sognano.Grande cinema.

La libertà di fraseggio di Kusturica fa coppia con quella di Terence Malick, due cineasti lontanissimi tra loro ma in grado di irritare la platea con l'iperbole di se stessi. Registi che non temono l'esposizione del desiderio di trasfigurare il cinema. Kusturica al quadrato, dejà vu eppure sorprendente. Malick con la sua cosmogonia celeste Voyage of Time: Life's Journey (concorso), come tradurre National Geographic in un poema dantesco, e scrivere la genesi della Terra, la Madre dalla voce carezzevole di Cate Blanchet. Il “sogno dei sogni” di Malick risalente agli anni '70, e del quale abbiamo visto brandelli in The Tree of Life. La nascita del mondo nel ruotare delle stelle, nell'esplosione rossa dei vulcani, nel movimento languido dei mari, nel moltiplicarsi delle cellule fino alla maestosa balena. Malick mette all'opera Bach, Beethoven, Haydn, Arvo Part, e Dan Glass per gli effetti speciali... Il dinosauro bambino uscito dall'albero della vita, incerto dentro un canale sassoso, così come sarà l'uomo preistorico che Malick visualizza a rischio di citare La guerra del fuoco.

Malick all'ennesima potenza per un film né documentario né narrativo. Così fragorosamente libero da generi e anti-generi dal cinema pop e da quello d'autore, così spericolato nel sentirsi dio, così avulso dalle tabelline dei critici, palline e stellette, da meritarsi un inchino da chi la nascita del mondo la vede proprio così, riflessa sullo schermo. 

mercoledì 10 maggio 2017

Gold. Di Stephen Gaghan

Matthew McConaughey in Gold La grande truffa



Roberto Silvestri


Si può trovare ancora, in qualche parte esotica del mondo, la montagna sacra che dentro di sé nasconde un tesoro immenso, il filone d'oro più grande di tutti?
E si può così rapinare ancora di più, davanti ai nostri occhi, nella distrazione del popcorn, felicemente e giocondamente, uno dei più derelitti paesi dei tre mondi (sottosviluppati da oltre 4 secoli di supersfruttamento sotto minaccia del fuoco) del suo giacimento più prezioso, lasciando solo una fettina di torta ai suoi corrotti e venduti governanti?
E si può essere sinceramente affascinati dagli avventurieri yankee di questo tipo, anche se alti, biondi e belli, che nell'ultimo mezzo secolo hanno rischiato la vita, e perduto tutto, l'amore, l'onore, il bar e gli amici, perché non c'è vita degna di questo nome se non si riesce a strappare alla roccia il metallo più prezioso del creato?  E goderselo in solitaria, in modo ancora più mistico e esclusivo di Paperon de' Paperoni?

Bryce Dallas Howard, la figlia di Ron Howard 
Anche se lo sceneggiatore/regista Stephen Gaghan ha fatto qui molto meglio che in Syriana e ha scritto con più passione che in Traffic, non mi piace il titolo del film, Gold-La grande truffa (oltre tutto dice troppo, come La stangata).
Forse riecheggia insuperabili musical antichi (la serie della Wb anni trenta dei e delle Gold Diggers...) ridicolizzati dai musical liofilizzati di oggi che vincono gli Oscar.
Ma mi piace molto questo film scritto (nel 2009) da Patrick Massett e John Zinman  e diretto da uno sceneggiatore tra i migliori del decennio. Lui sa creare o ben usare come in questo caso congegni che danzano nel cervello coi sincronismi di Ether Williams e Busby Berkeley.
Gaghan è autore oltretutto di una serie tv, New York Police Department, che Alberto Grifi negli ultimi anni di vita e di lavoro faceva studiare ai suoi allievi perché "bisogna essere sempre all'altezza espressiva del design più aggiornato e avanzato" per superarlo in godimento ottico-emozionale, stile, ferocia, umorismo e arte Hollywood. Eppure.

Il regista Stephen Gaghan, con il cappellino bianco rosso e blu
Non si va volentieri, chissà perché, a vedere un film che si intitola Gold-La grande truffa nonostante la presenza da mattatore di Matthew McConaughey, nel ruolo del cercatore d'oro Kenny Wells. L'attore che è capace di mostrare in un millesimo di secondo e con un solo microgesto le 50 sfumature di una emozione o di una passione che in dissolvenza incrociata interiore si trasformano in altro.  McConaughey oggi, con Johnny Depp, è l'attore di Hollywood più tecnico e oltre. Matthew qui fa il contrario che nel lupo di Wall street. Lì mattatore egemone, estroverso, qui fragile fuori ma inossidabile dentro. Lì capelli, qui niente capelli. Lì anoressico, qui in fin di vita per la malaria, o comunque sempre pronto a degenerare nel drop out. Recitazione subcutanea. Eppure chissà perché non hanno transennato i cinema che hanno programmato Gold... Peccato.


Il grande trionfo del cercatore d'oro 
Gold sembra, infatti, un film già fatto e già visto. Un nome già sentito (il regista anni 70 Jack Gold). E il titolo sembra quello di una rivista di settore, per commercianti di gioielli. Invece no.
Il film è meraviglioso, anche se demodé. Tramanda la lezione antica dello studio system, rendendo classica anche la variazione  postmoderna anni 80. C'è, a un tratto, una scena emblematica che lo prova. Edgar Ramirez, nel ruolo del geologo giramondo e faccendiere Michael Acosta (notare che nel film è venezuelano, e questo già dovrebbe mettere in allarme) gioca e si ubriaca in un bar circondato da pupe come se fosse Edgar G. Robinson in La costa dei barbari. Effetto mentale patchwork, favorito dal gioco "bricoleur" del cinefilo. Questa e altre, molte, sottotraccia, sono delizie nascoste all'interno di una economia di fraseggio impreziosita da un cast impecccabile (prima tra tutte la figlia di Ron Howard, Bryce Dallas Howard, la fidanzata cameriera e poi moglie di Kelly, la prima divorziata d'America cinematografica che, diventata miliardaria, lasciando Kelly lascia proprio tutto: causa di divorzio, alimenti, tenore di vita....Piantare è piantare piantare piantare. Alla Carole Lombard. Insomma. Nessuna orpello, di trama e ideologica, estetizzante. Solidità di racconto. Precisione psicologia. Forma? Sonata classica. Detto così non vi convinco. Sembrerebbe la solita solfa con l'eroe nei guai che si risolleva, che poi sta per morire, e si riprende, vince vince e poi, però, va verso l'happy-.end-burrone, che funziona sia quando il finale è allegro e per tutta la famiglia, sia quando l'esito felice è di struttura e non di plot.
Nella foresta sperduta dell'Indonesia
Inoltre. Ci potrebbe essere Nick Nolte dentro Gold. O Mel Gibson, visto che si svolge in Indonesia. Ecco la grandezza segreta del film, fare un remake dei film fine anni 70- inizi 80, senza strafare come Boogie night,  piuttosto come Vizio di forma ha fatto con gli anni 70 pieni. Quando il mondo poteva andare da tutt'altra parte. In meglio. Si parla addirittura del feroce criminale adorato dall'Occidente, Suharto (l'uomo che rovesciò Sukarno, che era invece il cocco di Marilyn Monroe) e della sua stirpe maledetta. Anche se si tace del tutto su quel colpo di stato degli anni 60 finanziato dalla Cia e sul successivo genocidio di comunisti, con la cifra record di 500/800 mila ammazzati, oltretutto per lo più di origine cinese, dai nazi-sovranisti di Giakarta. Bingo. Perché qui, altro patchwork, abbiamo The act of killing nel preconscio.


L'ispirazione di partenza  della trama (uno scandalo minerario che coinvolse nel 1993 la multinazionale Bre-X) non è la notizia di cronaca criminale che ha appena fatto scalpore o l'ultimo romanzo minimalista e un po' scandaloso di successo. E per la messa in quadro e in scena non si vuole ricopiare la calligrafia di Transformers, solo perché ai ragazzi piace un racconto per immagini sul grande schermo sincopato come in discoteca. Non tutte le danze sono uguali.


Ci si ispira piuttosto, e in modo direi satirico, al Capitale di Marx e ai capitoli sull'astrazione del denaro e sull'assenza, nel gioco finanziario, di merci messe in gioco. Non a caso siamo alle scaturigini del decennio Reagan-Bush sr, del liberismo aggressivo e rampante e del "boom" in Borsa. Alla produzione di denaro per mezzo di denaro. Come fu distrutto Allende? Abbassando il prezzo mondiale del rame sul mercato internazionale. Pinochet è stato solo la ciliegina sulla torta. Come si sono arricchiti i cileni delle classi medie sotto Pinochet per accettare una così grossa marachella per la democrazia e i suoi sacri valori? Tenendo alto il cambio della moneta cilena rispetto al dollaro, a differenza degli altri stati latinoamericano. Insomma. E' solo la politica che stabilisce l'esistenza dell'oro. Se c'è o non c'è.

Un miraggio di potere e gloria, un progetto con l'aura aurea, così ha unificato in cordata gloriosa geologi astuti, cercatori d'oro come se ne facevano una volta, all'epoca del Klondike (quando sorse dai bordelli dell'Alaska la dinastia di ruffiani Trump),  banche avide, brooker senza scrupoli, multinazionali criminali, un vice presidente degli Stati Uniti di nome e cognome Gerard Ford, colluso con la Mafia-Suharto, il rampollo sadico e inetto del tiranno, alcuni contadini indonesiani falcidiati dalla malaria perché a corto di acqua potabile nonostante la presenza nei loro fiumi di piccolissime pepite... Insomma il viaggio che questo film ci fa fare a livello "roller coast" è dentro il cuore capitalistico. Come nella Stangata (1973, di George Roy Hill) si colpiscono ceffi trucidi. Le banche stavano ingegnandosi per colpire i risparmiatori a morte. Qui ci vendichiamo vedendo banche, multinazionali e tiranni sbriciolati da due avventurieri (uno, poi, a sua insaputa).  Ritmo? Slow fox. Fotografia? Cruda. Effetti speciali? Zero. Musica? Iggy Pop, of course (che ha collaborato con una ballad alla partitura di Danger Mouse.


E come ispirazione qui addirittura si torna all'etica, agli scenari e alle avventure al limite di due antichi cineasti rooseveltiani, John Huston e George Stevens, registi rispettati un tempo, ma dimenticati da nostri distratti occhi. Chi ha visto durante Juventus-Monaco il braccio di un tifoso bianconero con sopra tatuato: "Vincere non è importante. E' l'unica cosa che conta" comprenderà che questo film non è per quel braccio da contabile senza anima.


Invece siamo proprio a metà tra Il tesoro della Sierra Madre (quella forza segreta che ti trascina via con sé, verso l'oro, non verso i soldi, non verso il potere, ma verso una sostanza speciale e "magica" che ti condurrà sicuramente, eroticamente, alla sconfitta e alla perdizione). E L'unico gioco in città, il gioco d'azzardo, la vita come destino legata a una carta. Si può vincere, si può anche perdere tutto. E se si perde, il gioco emozionale sarà ancora più complesso e inebriante.
Matthew McConaughey e Edgar Ramirez 

martedì 9 maggio 2017

Grazie cugginu. La guerra dei cafoni. E come distruggerli per sempre.

Lu cugginu. Il giustizie della notte del film 


Roberto Silvestri

La guerra dei bottoni, certo. I ragazzi della via Pal, pure. Chi non ha fatto parte di bande da piccolo? Mods e rokers, poveri drastici contro poveri in stato d’allarme. Straccioni fieri di esserlo contro straccioni ripuliti che non si compiacciono della loro degradazione. Le pink ladies di Grease… Raramente poveri contro ricchi. Ma di tanto in tanto si fanno incanti e tradimenti. Epici e poetici. La grande tradizione dei paladini e dei saraceni. Degli ariani e dei caucasici. Del cinema di prosa che si inquina con il cinema di poesia.


Prendete una spiaggia elegante del sud, tallone d’Italia. Immaginaria. Chiamata Torremata. Fatene uno spazio astratto formato dalla confluenza di Manduria / Cesarea Terme / Otranto / Torre Guaceto / Vernole / Torre Chianca / Melendugno / Grotta della Monaca. Perché la segnaletica turistica è vera e vegeta. Se ci fosse l’odorama, si sentirebbe il profumo nordico, in senso barese, di Nico Corasola, delle sue masserie, dei suoi olivi, dei suoi pozzi, del suo tufo, del suo mare, delle sue viti, delle sue barche (qui fotografati da Duccio Cimatti, con adorazione degna del governatore Emiliano).

Prendere la parola e riprendersi il desiderio di urlare 
Ci sono le torri spagnole del 500 lungo tutta la costa salentina. E ci sono i bunker nazisti sradicati, ma sopravvissuti alla seconda guerra mondiale. Come allora. Ma c’è gente, ancora oggi, che non ha problemi a pagare 50/100 euro al giorno per ombrelloni e lettini. Tutti gli altri si mettano attorno, al di lù del “muro”. Gratis. Appollaiati sulle rocce. A guardarci. Per esempio vicino a Otranto. Dove Ennio Capasa e Costume Nationale hanno la sua beach-chic. Si chiama sudore di classe. Tutto, però, viene affogato dalla musica sparata a oltre 90 decibel per la delizia dei bagnanti (borghesi o meno). Nessuno si lamenta… Le orecchie non hanno più coscienza di classe.



Si aggira nelle sale italiane di primavera uno strano e indecifrabile film-commedia, o film-fiaba, o film-lotta-di-classe, o film-Giffoni, o film-romanzo di formazione, o film-Romeo&Juliet, d’ambientazione balneare salentina da delirio di film commission, diretto nel 2015 da una coppia di registi molto amati negli ambienti underground e del cosiddetto cinema del reale, Lorenzo Conte e Davide Barletti, al loro secondo lungometraggio di finzione, 10 anni dopo Fine pena mai. E da tempo non leggevamo recensioni così libere e penetranti, poetiche e argute, capaci di risalire il corso del Mito, dell’acqua, del fuoco, della terra, su una nostra produzione (che ha già conquistato molti festival europei importanti, come Rotterdam).

La Mela della discordia 
Già questo è sintomo di un oggetto d’affezione che si colloca nel “fuori schema” e fa bollire le penne. Non è cinema carino. Non è commedia da prime time tv. Non è la scoperta di un nuovo comico. Niente di tutto quello che vediamo di solito.
La guerra dei cafoni, intanto, è il suo titolo. Fuorviante. Perché di cafoni ne abbiamo talmente fatto indigestione da oltre 20 anni in tv e sulle radio pubbliche e private, dove si sono arrampicati fino ai vertici creativi, e regnano a Sanremo, che l’idea di vederceli glorificati e addirittura romanzati sul grandissimo schermo turba non poco. E’ un promemoria per il pubblico, certo, ma potrebbe sembrare controproducente. Se.


Però qui si tratta di cafoni in senso stretto, “classico”, pre-pasoliniano catapultati quasi ai giorni nostri (c’è un flipper Williams, addirittura… un’Ape, un culto demodé per le bandiere rosse o nere … insomma siamo alla metà degli anni 70, della vil razza pagana, dell’operaio-massa che vuole tutto e subito, qui rappresentato dall’incursione feroce del Cugino (lu Cuggino è Angelo Pignatelli) operaio contro il lavoro, con la grana, che rompe, definitivamente, crudelmente, sadianamente, il balletto del consociativismo imperfetto tra le due società che si prendono a pietrate ma in fondo rispettano le rispettive collocazioni.

Davide Barletti (a destra) e Lorenzo Conte (a sinistra) 
E si tratta della versione cinematografica di un romanzo omonimo scritto da Carlo D’Amicis e pubblicato da Minimum Fax (13 euro), la casa editrice resa celebre per aver scodellato in Italia la narrativa americana contemporeanea minimalista e per alcuni magnifici saggi e interviste sul grande cinema hollywoodiano e non. La vendetta, o giustizia proletaria, nel film non viene vista con simpatia. Salvo essere responsabile (post hoc ergo propter hoc) di una serie di avvenimenti miracolosi e benemeriti (la resurrezione del cane, l’epifania del santo pescatore, l’esplosione dell’energia sessuale tra i giovani….), la definitiva messa in soffitto del rispetto tra le classi, ovvero della sottomissione di una all’altra.

Tonino e Scaleno
Minimum Fax, ormai attiva nel business audiovisivo (suo anche il bel doc Blow up su Blow up di Valentina Agostinis) più Rai Cinema, più Amedeo Pagani (prestigioso produttore salentino), più Apulia Film Commission, più una ritmica impostata dal montatore più punk che abbiamo, Jacopo Quadri, e una colonna sonora dalle suggestioni zingaresche e balcaniche di David Aaron Logan, espellono dall’inquadratura ogni arricchito mal ingioiellato, e regalano i primi piani ai soli ragazzi, ai teenager. In banda, da soli, in duetto, in terzetto… Rissosi o innamorati. Riflessivi o infuriati. Incorporati nel reciproco lignaggio o pronti all’esodo e alla fuga definitiva. Insomma. Come succede abitualmente nelle produzioni scandinave e del nord europa (ma qui sembra scandaloso) il film è in mano completamente ai  dodicenni e alle loro energie desideranti (in questo senso il grande attore dell’intero lotto, la rivelazione del film è sicuramente il piccolo Piero Dioniso nella parte di Tonino innamorato perso della solare Sabbrina, Alice Azzariti che come tutti gli altri ragazzi del film tranne Tonino ha accettato una postura brechtiana, rigidamente non espressiva).

Pasquale Patruno (Francisco Marinho) il capo dei ricchetti 
Insomma. E’ un apologo per adolescenti. E oltretutto per metà questi ragazzi sono figli di braccianti, pescatori e poveri. Che parlano una certa quantità di indecifrabili lingue e slang pugliesi, non solo salentino. Inaudito. Non ci fossero i sottotitoli. L’altra metà sono i borghesi del leccese. Altrettanto incomprensibili, per l’idioma. Non poco odiosi e razzisti, come i loro progenitori (in cameo Claudio Santamaria ci ricorda di che pasta etica criminale erano fatti i latifondisti della zona, che poi diventavano ministri come i Malfatti, i Codacci Pisanelli, i Reale…).  Quelli che abitano a Lecce. Quelli che non tifano Lecce (squadra amata dalla sola provincia, di cui porta i colori). Che sono cosmopoliti (e juvetini nei colori), che adorano Francisco Marinho, quel terzino del Botafogo e della nazionale brasiliana piuttosto indcile alle discipline, e molto attratto dalle sostanze proibite, che litigava con il suo portiere perché, troppo visionario e avveniristico, interpretava il suo ruolo, allora, come un tornante sempre all’attacco, come Stephan Lichsteiner oggi. Dunque Francisco Marinho (Pasquale Patruno) è il capobanda dei ricchi. Scaleno (Donato Paterno) il suo avversario, povero ma leale.

la banda dei poveri 
Letizia Pia Cartolaro (Mela) la donna che ha altri sistemi di una violenza più sottile e mediata, per scompaginare le carte sul tavolo. Ma mai così rosselliniano come il training de Lu Cuggino. Prendere la parola. Osare urlare al vostro nemico chi siete. Mai più prendere il cappello in mano, imbarazzati e sottomessi. Quella scena vale tutto il film. E popi, postilla. Il cinema italiano, per avere finanziamenti, era obbligato a inserire un cane e un prete. Se no via della Ferratella urlava. Adesso finalmente i cani si possono uccidere e i preti vengono tenuti ben controllati nel fuori campo. Giusto a dare qualche assoluzione off. Certo poi i cani risorgono. Ma non possiamo mica davvero essere ancori rivoluzionari drastici, no?







lunedì 8 maggio 2017

Identificazione di un capolavoro della modernità. Blow up su Blow up di Valentina Agostinis

David Hemmings e le "modelle impietrite" 

Roberto Silvestri

All’inizio si intitolava Storia di un uomo e di una donna in una bella mattina di autunno. Inizialmente il protagonista era un pittore. Poi è diventato un classico del cinema moderno. Blow up. 1966. Londra. La storia di un fotografo di moda che scopre, nascosto ai bordi di una sua istantanea, il cadavere di un uomo nel parco. Lo inseguono per togliergli il rullino. Quel corpo poi scompare nel nulla….Terence Stamp e Jane Birkin lasciano i ruoli di protagonisti allo squattrinato teatrante off off  David Hemmings e alla aristocratica della scena e shakespeariana Vanessa Redgrave… Il pittore è diventato fotografo.

David Hemmings in Blow Up 

E il film? Più si percepisce, meno si capisce. L’immagine non ci nasconde mai nulla, ma più svela e più distrugge conformazioni, figure, forme, cartografie… E non stiamo parlando dell’immagine tv. Quella che Godard chiama il visuale. L’immagine imprigionata e assassinata. Banale e volgare. Menzognera e autoritaria. Ma di qualcosa che apre l’intero sistema dei segni e dei sensi. E delle facoltà umane. E ti permette di resistere alle “parole d’ordine” subliminali del visuale.
Buon allievo di Spinosa, Michelangelo Antonioni si è sempre scontrato a pugni con il reale: vedeva, identificava, guardava, scrutava e osservava. E si guardava guardare. Perché, ricordava un immenso critico del secolo scorso, Enzo Ungari, “era disinteressato alla realtà nel cinema ma molto interessato alla realtà del cinema”.

David Hemmings in Bow Up 

Lo posso dire anche per esperienza personale. L’intensità dello sguardo Antonioni era vibrante (e, per chi ne amava i film, contagiosa). Anche se gli capitava di entrare magari solo in un portone di casa di notte (l’unica volta che l’ho incrociato per caso e non per motivi professionali). Dava l’impressione di far carrellate immaginarie, tanta era l’energia del suo vedere, nel vuoto e dentro il vuoto. Nei bianchi dell’action painting. Tra i puntini di colore dei puntilisti. Tra le forme geometriche di un astrattista drastico come l’inglese Ian Stephenson, là dove l’energia è sterminatrice/ricreatrice di materia.
Con la realtà (del cinema, e delle sue scaturigini, la fotografia) aveva un rapporto di scontro incontro penetrazione attraversamento. Due accadimenti si ripetono di solito nei suoi film. L’avvenimento uno (un omicidio, un suicidio, una sparizione) e l’avvenimento due (che è omologo al primo, lo contraddice, lo conferma o lo ribalta). Come risultato scientifico di questa ripetizione si scopre la natura e le proprietà di una realtà sempre più opaca. Il contrario del metodo Hitchcock. Lì, dall’opaco alla messa a fuoco del senso. Siamo qui, invece, alla disintegrazione dello spettacolo.

Un quadro di Ian Stephenson
Credo che Antonioni abbia preferito il cinema alla pittura perché gli permetteva di guardare, vedere e osservare di più, attraverso il general intellect dei mille occhi di una troupe e di un cast accuratamente scelti, e soprattutto grazie ai mezzi ottici scientificamente sempre più perfetti (a imitazione delle sostanze psicotrope) che toccano la superficie delle cose e passano oltre il verosimile, l’informe, il deformato e l’astratto. Nel 1964 Antonioni scriveva: “Sottoponendo la pellicola impressionata a un determinato processo di  latensificazione , si riescono a mettere in evidenza elementi dell’immagine che il normale processo di sviluppo non basta a rivelare. Per esempio un angolo di strada illuminato dalla luce debole di un faro risulta perfettamente visibile anche nei particolari se la pellicola viene latensificata, altrimenti no. La cosa mi ha sempre stupito. Significa – pensavo – che sulla pellicola l’impressione delle cose debolmente illuminate dalla luce del fanale c’è. C’è concretamente. La pellicola dunque è più sensibile della cellula fotoelettrica.  Forse la pellicola registra tutto, con qualsiasi luce, anche nel buio, come l’occhio dei gatti, come un apparecchio militare americano di recente invenzione, e soltanto la nostra arretratezza tecnica non ci consente di rivelare tutto quello che c’è sul fotogramma. Noi sappiamo che sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra più fedele alla realtà, e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima. Fino alla vera immagine di quella realtà, assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai. O forse fino alla scomposizione di qualsiasi immagine, di qualsiasi realtà”…..
La modella tedesca Veruskha
Il reale cominciava insomma là dove il senso si ferma. Altro che alienazione, incomunicabilità, esistenze inconsistenti e solitarie, o cercare di catturare il volto e l’anima di una metropoli…. Tutti questi contenuti esteriori (“Zabrinsky Point non è una satira dell’America feroce nixoniana, come Il ristorante di Alice, Easy Rider, Medium cool e More, semmai è la luna vista dall’America”, sempre Ungari) erano la cornice di una superfice riflettente e specchiante il cosmo (che disperde i contenuti, per chi abbia voglia di rincorrerli: da qui l’umorismo slapstick del procedimento di un autore più comico di quanto si pensi). Antonioni voleva dipingere senza essere un pittore.  Come un poeta “è un uomo che scrive senza essere uno scrittore” (Cocteau).

Una foto sociale di McCullin

Tre millimetri al giorno è il film di Jack Arnold che più mi fa pensare al film teoricamente più cristallino di Antonioni, appunto a Blow up, che superò d’un colpo realismo (anche non socialista) e neorealismo perché come scrisse Robbe Grillet contrapponeva alle ideologie che fissano la realtà e la imprigionano in schemi alla realtà “aperta”, vitale, in mutazione, cangiante, astratta, rock, rivoluzionaria, impossibile da ridurre al senso unico.
Il senso è impossibile da fissare anche se abbiamo visto tutto. E più abbiamo percepito più siamo aperti a ogni genere di significato possibile, più siamo lavoratori dell’Immaginario (e più si capisce più l’immaginario diminuisce). Insomma sarebbe proprio causata da un suo colpevole incipit la nascita del cosiddetto cinema del reale…. quel documentarismo d’azione e d’anatomia sociale che esplora le incertezze di chi si guarda guardare, più che incantarsi nel catturare il visuale. Tema. La mucca. Allievo Jean-Luc Godard. Testo. “La mucca è composta da un esterno e da un interno. Se togli l’esterno resta l’interno. Se togli l’interno resta l’anima” (Vivre sa vie). Il cinema moderno è animista. Blow up, un primissimo piano sull’anima. E oltre. Si occupa dell’anima delle cose. E non c’è esplorazione più materialista di catturare il respiro e l’energia della swinging London di Jeff Beck, di Mary Quant, della boutique di moda “Granny takes a trip”, della galleria d’arte di Barry Miles, delle foto fashion di David Montgomery…
Il fotografo David Montgomery 
Ho fatto tutto questo pippone perché in un bellissimo doc su Blow up (Palma d’oro 1967, e lo rivedremo restaurato tra qualche giorno a Cannes 70), che sembra tradizionale, format Bbc, si costruisce invece senza menarsela troppo proprio quello bel buco nero, questo vuoto di senso. E non si riempie affatto, anzi.  
Attraverso splendide interviste (tra gli altri, ai cineasti Clare Peploe, Piers Haggard e Andrew Sinclair; al manager degli Yardbirds e indirettamente dei Led Zeppelin Simon Napier-Bell; allo storico della fotografia Philippe Garner; alla modella Jill Kennington; alla vedova di Stephenson, Kate), tutte con perfetti raccordi sull’asse, un po’ di girato ex novo significativo, a darci la cartografia dell’evento, foto mozzafiato, una bella partitura musicale “a tema” e qualche indimenticabile sequenza del film, ecco che si cattura, tra Kings Road e Prince Place, Edith Grove Road e il Marion Park, il set, anche mentale, di Antonioni (e oggi completamente gentrificato). La meticolosa “radiografia sociopsicologica” dei fotografi di moda più alla moda; la difficoltà di comunicazione per il suo inglese non perfetto;  la geometrica sicurezza, però, nel trovare e usare gli spazi giusti e nel rapporto, anche inquietante, con gli attori; l’attrazione fatale per il lato oscuro e menzognero del mercato discografico e del divismo. Quel differente, inedito “sentimento del reale”, come Moravia spiegò quel differente “touch” nel fare cinema saggistico/narrativo, di storie che raccontano il loro prodursi, come nella scrittura dei nouveau roman.  Ma ecco che, sul più bello di una di queste interviste, si scopre che Antonioni ha tolto qualcosa dal suo film più alla moda della sua carriera, per i vestiti, la musica, le foto, l’arredamento, l’erotismo. Via la scena della chiacchierata tra Hemmings e uno scrittore. Avrebbe spiegato il senso del film, facendo decifrare un testo così complesso e misterioso, pieno di simboli, anche se concreti perché nascono dall’oggettività dei personaggi. E resterà più ostico ancora de L’Avventura, Professione Reporter e Deserto rosso.  

Un quadro di Richard Hamilton, artista della pop art britannica 
Blow up su Blow up è il titolo di questo bellissimo documentario prodotto quest’anno da Minimum Fax e da Sky Arte che la giornalista e studiosa friulana Valentina Agostinis (già autrice di un fondamentale libro su Tina Modotti) ha sviluppato, dopo un lungo soggiorno nella capitale britannica, da un suo acuto e accurato saggio del 2012 sulla lavorazione del classico di Michelangelo Antonioni girato a Londra (in Italia con la Santa Sede imperante la censura non avrebbe mai tolleraro certe scene).   Attraverso Clare e Mark Peploe Antonioni viene introdotto nei locali, nelle gallerie, nei club e negli atelier a ridosso col british rock e gli “assoluti principianti” (di cui Blow up sarà senza troppo volerlo specchio lisergico), della rivoluzione nella moda (ha colorato la grigia e plumbea atmosfera ereditata da ben quattro tremendi governi conservatori, fa capire Clare Peploe), nella vita (la minigonna, la libertà sessuale, le droghe, le comuni…), nello stile (attraverso lo ska era entrata nel modo di vivere britannico la gioia di vivere danzando delle culture West Indies) e nell’arte (“la musica che rompeva le orecchia”, scriveva Tonino Guerra, ma anche la pop art di Richard Hamilton, i corpi che più anoressici non si può delle top model Jean Shrimpton, Peggy Maffit e Melanie Hampshire; i Rolling Stones che adoravano oltre a Dylan anche Dylan Thomas; i fotografi e i grafici che reinventavano il look e la pubblicità, Paul McCartney che seguiva le eccitanti mostre d’arte della libreria Indica e girava home movies underground; le istantanee glam&social di Michael Rainey, David Montgomery e Don McCullin…). E non a caso lo aveva intitolato Swinging City - Londra centro del mondo perché in quel momento perfino Jimi Hendrix non poteva fare a meno di raggiungere la scena musicale londinese, rabbiosa e deliziosa, capace di proseguire sulla traccia di Presley e dei bluesmen statunitensi adorati, per non essere tagliato fuori dalle scoperte più avanzate del momento. Valentina Agostinis ha vissuto a Londra gli anni settanta che ancora scodellavano le energie antagoniste di quel decennio, fino all’esplosione “barocca” del punk. E il suo montaggio disincarnato, dove niente è orpello e tutto materia incandescente, dimostra che la lezione di Sid Vicious non è passata invano. Anche standard come My Way o Blow up possono rivivere se se ne deformano la melodia e l’armonia per evidenziarne con amore i buchi e i vuoti fertili.


ps. Per chi non è abbonato a Sky per ora l'unico modo per vedere il documentario Blow up su Blow up di Valentina Agostinis è acquistare, via Amazon, il dvd edito da Criterion. Certo è un dvd da area americana, ma su qualunque pc si può vedere se non è anocra fissato sull'area europea. In ogni caso teniamo aggiornati in caso di proiezioni.