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sabato 10 giugno 2017

The Beguiled, la vendetta delle vergini suicide e di Sofia Coppola



Premiato a Cannes 70 (migliore regista Sofia Coppola) il film uscirà in Italia il 14 settembre

Mariuccia Ciotta

Cannes
Le querce della Virginia aprono varchi nebbiosi mentre l'inquadratura scivola in basso sul sentiero dove una bambina con le treccine e un cesto in mano cammina lentamente nel bosco. Cappuccetto rosso incontrerà il lupo nelle vesti del caporale nordista John McBurney che nell'immaginario ha il volto di Clint Eastwood, il Jonathan della notte brava di Don Siegel, anno 1971, accolto ferito nel collegio femminile durante la guerra di secessione, 1863.
Sofia Coppola firma sceneggiatura e regia del remake The Beguiled (concorso) e sceglie Colin Farrell, oggetto erotico meno potente di Eastwood, nelle vesti blu dell'uomo ferito alla gamba e trovato tra l'erba dalla dodicenne Amy (Oona Laurence), per spostare l'attenzione sulla algida e spettrale Nicole Kidman, nel ruolo perverso che fu di Geraldine Page. Sguardo affilato anche su Elle Fanning, Carol, la Lolita, e su Kristen Dunst, Edwina, la romantica sessualmente repressa. Donne-stereotipo che Coppola esplicita nel suo southern gothic, statuine in abito bianco che esploderanno in una vulcanica rappresaglia contro il maschio creatore di gender. Eredi di The Virgin Suicides.
Allevate al ricamo dai punti perfetti, alla cucina impeccabili e alle buone maniere, le signore del collegio in stile neo-classico riproducono, potenziate, Le piccole donne di Louise May Alcott, ragazze del New England, nordiste, anche loro in piena guerra civile e alla ricerca di uno spiraglio contro il destino di femmine docili e vittoriane. Joe ci riuscirà con i suoi romanzi e Beth con l'esodo più radicale, la morte.
Ognuna di queste “vergini” isolate nel tempio immerso tra gli alberi ha un conto aperto con il soldato bugiardo e mercenario, che le blandisce a seconda del loro “tipo”. Ad Edwina, insegnante di francese, dirà che la ama, ad Amy, fotocopia della piccola, sensibile Beth, che si prenderà cura della sua tartaruga, prima di scagliarla per terra in uno scoppio d'ira. A Martha, la Madame, farà intendere quel che sognava la Geraldine Page di Siegel, una visita nella sua camera da letto. Ma sarà Carol a perderlo. Il caporale precipita dalle scale, spinto da mani deluse, perché sorpreso tra le gambe della ninfetta. Il gioco è smascherato. I candidi angeli ricoperti di trine e merletti si mutano in Erinni. Il corpo desiderato del caporale sarà spartito in brandelli metaforici.
Sofia Coppola costruisce un film rarefatto, elimina quasi tutto il contesto storico - Eastwood compariva in flash-back feroci sul campo di battaglia, e le fotografie dal fronte del pioniere Mathew Brody dominavano i titoli di testa - e i retroscena narrativi - il passato incestuoso di Martha con il fratello - e si immerge nella nebulosa gotica, candele e pianoforte, fruscio di abiti, sensualità vellutata e scale a chiocciola.
Un'opera horror e non più il western anomalo di Don Siegel, consacrato all'epoca autore per un film considerato “europeo”, flop al botteghino. Qui le manine delicate cuciono squarci sanguinolenti, tagliano gambe in un rituale sacro, e rispondono alle accuse di misoginia rivolte negli anni Settanta al regista di Dirty Harry ('71, stesso anno). Alle critiche di The Velvet Light Trap risponderà, solo nel 1998, G. Herring in The Film Quarterly consacrando il film “favola femminista”.
Non sono “cattive” le ragazze del collegio, solo che le dipingono così. E Sofia Coppola ne disintegra il guscio, ne cambia la forma. La metamorfosi è compiuta con la mela di Biancaneve, sostituita dai funghi avvelenati del romanzo di Thomas Cullinan, A Painted Devil ('66) dal quale è tratto The Beguiled (L'inganno, titolo italiano, uscirà il 14 settembre).
Il cerchio si chiude con Amy dal cestino ricolmo di mistero, ombra fatata nel bosco. 




Periferie al cinema, L'intrusa e Cuori puri

Mariuccia Ciotta

Cannes

Tripletta italiana alla Quinzaine, produzione Rai Cinema, tre sfumature di un cinema energetico e scintillante. Dopo A Ciambra di Jonas Carpignano e le sue 'ndrine calabresi e zingare, arriva la camorra di Leonardo Di Costanzo, L'intrusa, e la piccola criminalità della periferia romana di Roberto De Paolis, Cuori puri.
Vincitore del David di Donatello e del Gran premio della giura del Golden Globe, Di Costanzo ha incantato Venezia con L'intervallo (Orizzonti, 2012) primo lungometraggio del regista nato a Ischia nel '58 e allevato al documentario. Ancora la Napoli con addosso l'odore camorrista, ma al centro l'esile Raffaella Giordano, danzatrice e coreografa di Pippo Del Bono, Pina Bausch, Carolyn Carlson, nei panni di una educatrice volontaria alla guida di un centro per bambini disagiati, marmocchi scatenati che dipingono scenografie, costruiscono lucertoloni giganti di cartone e macchine celibi fatte con ruote di biciclette.
Di Costanzo è attratto dalla realtà dell'esperienza e vira verso il materiale no-fiction con lunghe digressioni su giochi e feste in giardino. Più lontano, nel prato interno della comunità c'è una casetta, set del cinema febbrile del regista che sa creare thriller fiabeschi, ombre, presenze e agguati onirici.
Sarà la moglie di un camorrista arrestato per l'omicidio di un passante, Maria (Valentina Vannino) con la sua faccia di pietra e gli occhi fissi, a rievocare quel cinema dove lo spazio disegnava traiettorie misteriose, la grande casa vuota, il giardino selvaggio, l'attesa, l'intervallo... Dalle fessure della baracca, Maria spia il mondo altro, il fuori senza camorra, insieme a una bimbetta imbronciata che come in un Twin Peaks di casa (e cosa) nostra osserva tra i cespugli la mano ingrigita di un uomo, scarto umano, segnaletica e presagio.


Cuori puri di Roberto De Paolis (figlio di Valerio, produttore) è l'adrenalinico psicodramma d'amore di Agnese (Selene Caramazza) e Stefano (Simone Liberati), sequestrati da opposte “sette” integraliste, ognuno proteso verso l'altro, corpi desideranti e in fuga. La pulsione a divincolarsi dall'abbraccio mortifero di enclave intolleranti attraversa, oltre a L'intrusa, anche A Ciambra, e qui si presenta nelle vesti di una madre ultrareligiosa (Barbara Bobulova) che prega e dorme insieme alla figlia diciottenne e, complice un simpatico pretone, le fa promettere di arrivare vergine al matrimonio.
Il film ricorda La ragazza del mondo di Marco Danieli, lì i testimoni di Geova, qui un Gesù che chiede di “onorare il sacro”, cioé di fare sacrifici in cambio della salvezza. Ma Agnese è già stata salvata da Stefano, che non la denuncia per furto di un cellulare (la tremenda madre ha requisito il suo) nel supermercato dove lavora alla sicurezza. Licenziato. Guardiano in un parcheggio che confina con un campo rom, Stefano sarà combattuto tra le malefatte della sua gang di quartiere - spaccio e rapine ai danni di immigrati - e la parte di sé che non venderebbe mai droga a un dodicenne, e mai accuserebbe ingiustamente uno zingaro di stupro, nonostante la scuola del disprezzo anti-rom. Agnese dovrà liberarsi dall'intrusione mentale di una madre ossessiva. Cuori puri nel suo sbandamento drammaturgico - incerto su dove andare, tra i nomadi o da Romeo e Giulietta - è un esordio carico di sensualità, tensione e suspense, un cinema di cui si attende il seguito.


Okja, il superpig di Cannes 70

Mariuccia Ciotta

Cannes
Il festival cambia “format” e genere, Okja (concorso) del coreano Bong Joon Ho, prodotto da Netflix, è una commedia per bambini. Cose insolite per Cannes. Ma c'è qualche problema. La proiezione del film alle 8,30 del mattino è andata avanti per 8' con il mascherino sbagliato taglia-teste tra urla e battimani di protesta e altri 10' ci sono voluti per studiare il caso e riprendere il film dall'inizio. La colpa sarà probabilmente attribuita all'operatore internet che non sa cos'è il cinema, e che comunque ha deciso, dopo l'accesa querelle dei giorni scorsi, di distribuire Okja in Corea, Stati Uniti e Gran Bretagna. Che la Francia aspetti, vista la guerra aperta a colpi di “eccezione culturale”.
Dopo Wonderstruck, questa fiaba viene dalle lussuose foreste sudcoreane dove vive una ragazzina, Mija, e la sua creatura, Okja, un animale geneticamente modificato, un superpig destinato, secondo la Mirando Corporation, a “sfamare il mondo”.
Okja - orecchie da maiale, corpo grigio da ippopotamo e muso da cane - ha negli occhi, però, il luccichio dell'intelligenza. Mija si arrampica sul corpaccione della sua compagna di giochi, che ricambia gli abbracci e la stringe a sé. Potrebbe essere la sorella coreana del giapponese Totoro, marchio Miyazaki. E al contrario del mostruoso anfibio mangia-uomini di The Host, record di incassi di Bong Joon Ho, Okja è un “animale da compagnia”, solo un po' ingombrante.
I due esseri, risultato della creatività digitale, non esistono, ma entrambi sono metafore della cupidigia del mercato, che qui si materializza in una fenomenale Tilda Swinton, look da Barbie, volto della corporation ereditata da un padre orrendo, inventore del napalm. Le fa da spalla un altrettanto strepitoso Jake Gyllenhaal, vanesio e queer conduttore tv.
Sul tono di una slapstick comedy con il bestione che travolge gli stand dell'aeroporto in una corsa fracassona e invade le strade di Seoul, il film sul “rapporto tra l'uomo e l'animale”, come dice il regista, vira verso un cupissimo epilogo, dentro un vero mattatoio-lager dove i superpigs vanno al macello consapevoli. Qualcosa tra John Berger e Alberto Grifi.

In scena, anche un gruppo di animalisti svitati che sostengono Mija nel recupero dell'animalone. L'ombra di King Kong si profila insieme allo skyline di New York dove Okja viene trascinata in catene per un finto concorso di bellezza. Netflix scommette sul gran successo di pubblico nelle sale e in rete, mentre Cannes non può che accogliere il simbolo della metamorfosi del cinema, sempre che azzecchi il mascherino. 

Il film del momento. Sieranevada di Cristi Puiu




Sieranevada, di Cristi Puiu

Roberto Silvestri

Sieranevada di Cristi Puiu (Romania)

Pithecanthropus erectus è il titolo di un famoso album anni cinquanta di Charlie Mingus che rendeva omaggio al nostro antenato di Giava, non proprio wasp, capace però di camminare già su due piedi. Avesse avuto anche una cinepresa in mano l’avrebbe probabilmente utilizzata “ad altezza d’uomo”, tanto per marcare qualche differenza di sguardo con gli altri primati, non umani.


Ma il numero dei neuroni interconnessi del suo cervello non era ancora, come adesso dieci alla decima, dieci miliardi circa. Ma solo dieci alla nona……Si viveva nella natura e non secondo se stessi e il proprio estro. E all’inizio lo smarrimento doveva essere stato immenso. Paura da intelligenza eccessiva. Non ci sarà per caso in giro, in questi tempi, un desiderio di regressione che ci porta tra le braccia di Orban o di Trump, della May o di Erdogan, vista la difficoltà di comprensione del mondo, complicatissimo, di oggi?
Esce in Italia un anno dopo aver aperto la competizione di Cannes 69, un film rumeno caratterizzato proprio dalla collocazione “umanista”, in senso fisico, della cinepresa (o della telecamera), fissata come è al soffitto di un appartamento nel centro storico di Bucarest come se fosse il periscopio di un sommergibile, che da lì controlla tutte le stanze dell’appartamento e assiste senza nevrosi alla chiusura e apertura delle porte, facendo non poca ironia sulla sophisticated comedy hollywoodiana.


La macchina da presa del regista dalla grinta rinascimentale è usata come arma deterrente di difesa per tenere a distanza i comportamenti semi-umani, meno umani, preumani e postumani, o le manifestazioni ferine che si moltiplicano attorno a noi. Perfino durante le feste di Natale. E la cinepresa registra anche le risposte alla domanda: “come fa l’uomo, oggi, ad adattarsi ai cambiamenti vorticosi del mondo circostante?”
Ci vuole creatività, rispondono. Creatività non è roba metafisica, slancio extravitale. Ma. Dominio delle regole. Per saperle scavalcare, superare. Essere capaci di eseguire mosse sorprendenti, se il gioco è già noto, oppure saper ideare giochi del tutto nuovi. E poi. Rifiutare la “professionalità” perché la competenza professionale che si richiede è per viaggi in territori sconosciuti, che portano ai confini dei propri set mentali. Dunque l’avventura estetica è assicurata. Se siamo ancora curiosi abbastanza.


Però, basta prendere le cose un po’ alla larga e si può perfino parlare della rappresaglia nazi-islamista contro Charlie Hebdo. Lo fa il film rumeno Sieranevada, scritto proprio così con una erre di meno, per evitare che nel mondo si cambi il titolo, già storpiato a bella posta, del film, ispirato alla neve e alle catene montuose iberiche, ma anche alle orribili e gelide case grigio cemento che edificò Ceausescu negli anni 60-70.

Un ex medico di 40 anni, che preferisce vendere farmaci perché oggi è più redditizio, passa un sabato sera in famiglia, coi fratelli, i nipoti, la mamma, i vicini di casa, per commemorare il papà, defunto quaranta giorni prima. La tradizione rumena vuole che al termine del rito l’anima del defunto che gironzola ancora nella casa finalmente lasci questo mondo, e il suo vestito migliore venga indossato da un erede (con le necessarie modifiche, in questo caso). La scena si svolge attorno e davanti a una tavola che verrà presto imbandita, ma solo dopo che il Pope, che si fa troppo attendere accentuando un nervosismo già esplosivo, avrà compiuto i riti e i canti greco-ortodossi prescritti, e davanti alla tv, poche ore dopo l’aggressione squadrista al giornale satirico parigino. Di cui si discute, mescolando questioni rimosse e persino drammi di famiglia con la guerra nell’ex Jugoslavia; la recita in costume della figlia con il ruolo equivoco di Iliescu, comunista, nella caduta di Ceausescu, comunista; l’intrusione improvvisa di una ragazza estranea, drogata, croata con il ruolo benefico che può esercitare, per la Romania, Obama rispetto al pericoloso Putin. 


Ma soprattutto con quella libagione rituale sempre rimandata (eppure cosa c’è di più caratteristico nel cinema balcanico e dell’est della tavola imbandita a cementare antiche comunità patriarcali? Kusturica non ne è lo specialista?). E ci si concentra su un doppio accapigliarsi acceso sia sulla storia del comunismo reale (i suoi alti meriti, le sue basse miserie) sia sull’11 settembre (è stato o no un complotto di Bush per alterare l’ordine mondiale?) che degenera presto in violento litigio, un tutti contro tutti che finalmente può essere il preludio alla nascita di un individualismo non celibe ma democratico. Mentre una colonna sonora superba riassume il meglio della civiltà musicale occidentale dal settecento a De André, da Blondie a “Il capitalismo dà di matto” di The Mighty Sparrow, star del calypso trinidadiano…


Una baruffa autobiografica analoga è proprio all’origine del film che l’esponente più laico della nuova onda di Bucarest, sulla soglia dei 50 anni, porta a Cannes, dove è stato scoperto dalla sezione Un Certain Regard nel 2005, ed è tra i migliori discepoli del capofila della nouvelle vague anni 70 di Bucarest, Lucien Pintilie (qui produttore, e da cui Puiu eredita una sapiente direzione degli attori, già impeccabili per conto proprio). E’ la quarta sceneggiatura e regia di Cristi Puiu. L’opera è una coproduzione a 5, Romania, Francia, Croazia, Bosnia e Macedonia.




venerdì 9 giugno 2017

Nessuno ci può giudicare, il musicarello rock. Silvia Toso, Alberto Crespi e Stefano Della Casa. Hollywood Party passa alla Storia



Roberto Silvestri



"A ben riflettere, mi sembra che uno storico debba anche necessariamenteessere poeta, giacché solo i poeti possono intendersi di quell'arte che consiste nel raccordare abilmente i fatti" (Novalis) 





Dalle parti di Hollywood Party, programma di Radiotre Rai ideato da Silvia Toso nel secolo scorso, c’è tanta voglia di raccontare non solo quotidianamente e in diretta aneddoti e storie, ma anche la Storia. Certo. In maniera diversa, senza freddezza accademica o paternalismo didattico. Efisio Mulas, proprio come Melies o i Lumiere, infatti, non gradirebbe.
Raccontare la Storia del cinema, ovviamente e prima di tutto. Vedi il libro collettivo, truffauttiano e interattivo I 100 colpi di Hollywood Party, ovvero, a 100 anni dal primo lungometraggio, quali sono stati, fino al 2015, i migliori cento film italiani, e qualcuno di più (Eri editore). E ha vinto, grazie ai voti degli ascoltatori del programma in onda ogni giorno dalle 19 alle 19.45, tranne sabato e domenica, C’era una volta in America, di Sergio Leone, che è il meno italiano, e il più cosmopolita, di tutti….

E proprio Silvia Toso, poi, con Evelina Nazzari, in Fratelli d’arte (edizioni Sabine 18 euro), prefazione di Goffredo Fofi (che delle storie oblique è il decano e il teorico), ha voluto cucire e imbastire una multistratificata storia familiare del cinema italiano, dal muto ad oggi, raccogliendo le testimonianze segrete, comiche, commuoventi, o diversamente professionali dei figli e delle figlie di star e registi del nostro cinema le cui carriere si sono incrociate con quelle degli amici, e nemici sullo schermo, Amedeo Nazzari e di Otello Toso. I loro papà, divi adorati del cinema popolare tra fascismo e postfascismo che hanno lavorato sia con i pionieri dell’epoca muta (Blasetti, Camerini), sia con i giovanissimi cineasti che avrebbero “inventato” un altro cinema (Rossellini, Lattuada, D’Amico, Zampa), un altro teatro (De Filippo, Dapporto, Foà, Ninchi, Gassman) e la televisione “leggera” (Panelli, Pisu, Togliani) e sia con registi e attori e attrici che avrebbero conquistato di nuovo, come all’epoca di Cabiria, una supremazia mondiale (De Sica, Mastroianni, Loren). 

Evelina Nazzari e Silvia Toso a Hollywood Party 
Ne esce una densa e profonda incursione negli interni domestici, psicoanaliticamente scorretti e serenamente giocosi, di artisti fuori dalla scena; e una lettura spregiudicata e disincantata, di tipo decostruttivo, di circa trenta genitori “pesanti” visti all’opera dai propri cuccioli, spesso colpevolmente trascurati da un lavoro assai poco casalingo.  Interviste che ci invitano a entrare nel mondo mitico e inaccessibile del cinema di una volta, quello classico e con l’aura dei nostri nonni e genitori, soddisfacendo la curiosità fertile dello studioso e quella futile del fan. Dove futile non è da intendersi se non, filologicamente, come l’acqua che fuoriesce dal vaso crepato, come fuga ribelle dal luogo comune (il volume può essere ordinato inviando una mail con i dati personali a ordini@edizionisabin)


 Ma non solo. Si vuole raccontare anche la storia-storia, visto che da oltre un secolo il cinema, questa “finestra sul mondo” di tecnologica complessità, magica duttilità e aptica qualità ha cambiato la visione e il senso delle cose e l’incidenza degli artisti non solo sull’industria specifica degli audiovisivi ma sulla vita, sui comportamenti di tutti i giorni e sulla politica (per esempio Nanni Moretti e Grillo hanno inciso profondamente sul sistema dei poteri nazionale e Bernardo Bertolucci, e più ancora Pier Paolo Pasolini ne sono stati vittima).


Ha iniziato questo rosselliniano lavoro di chiarificazione, informazione e comunicazione Alberto Crespi con Storia d’Italia in 15 film (Laterza editore), un libro appassionante e di straordinaria scioltezza affabulatoria sull’Italia, da Cavour a Renzi, passando per capitoli raggruppati attorno a 1860; Cabiria e Amarcord (il ventennio), Tutti a casa, Se sei vivo spara (guerra partigiana), C’eravamo tanto amati, Don Camillo, Il sorpasso, Sandokan  (ovvero il 68),  Indagine su un cittadino, Salò, Caimano, Diaz e Carlo Giuliani ragazzo, Gomorra. Film bipolari e in costume che raccontano sia avvenimenti storicizzati, anche se trascorsi da poco, che storia, stile e cultura dell’epoca in cui sono girati.
Il cinema, di genere storico o celato dalla commedia o dal western o dal genere avventuroso, filologicamente corretto o fantasy, di propaganda diretta o indiretta, non ha il compito servile di illustrare e sintetizzare a scopi didattici i fatti che cambiarono il mondo, focalizzandosi sui grandi uomini e sulle potenti donne che hanno il copyright morale o immorale degli avvenimenti clou. Guerre mondiali. Crisi economiche. Passato glorioso imperiale o buio “medievale”. Rinascimento. Risorgimento. Colonialismo. Resistenza, Sessantotto e così via.
usare il western, come fa Giulio Questi, per raccontare la guerra antifascista dei partigiani 
Perché i film stessi sono “mondi” complessi, “corpi” che scendono in campo e contribuiscono a modificare la storia, regalando altre “parole” e luci alla memoria, illuminando cose profonde e dimenticate, resuscitando spettri inquietanti, non rimuovendo traumi opachi e non reprimendo desideri dell’inconscio collettivo. Fanno gigantografie dei dettagli collaterali e utilizzano campi/controcampi di imparziale oggettività che confondono gli storici più profondi e avveduti. Ricordate la polemica di Beniamino Placido con Arthur M. Schlesinger, lo storico accademico e liberal per antonomasia, che in un volumone grande e grosso su F.D. Roosevelt (The coming of the New Deal) si era dimenticato totalmente del cinema, di Forty Second Street, per esempio (anche se i disoccupati non per mangiare ma per andare al cinema spendevano i loro sussidi di disoccupazione), e perfino di film di straordinaria potenza riconciliativa come Via col vento, senza il cui potenziale suggestivo la tenuta del “grande patto” non avrebbe portato l’intera nazione allo sforzo anti-nazista?  I film lottano per modificare la nostra percezione della realtà e inventare un’altra lingua comune, altri simboli, altri linguaggi non verbali.  E non riflettono, in schermi deformanti o agiografici, le cose in sé. Ma ciò che è visto dai mille occhi. Anche da quelli spenti per sempre. E che il cinema resuscita.  

Stefano Della Casa 
E poi c’è Stefano Della Casa. Che usa il cinema per fare Storia e critica della storia e del cinema. Insomma ha realizzato (con la documentarista, antropologa e regista Chiara Ronchini) quel che si chiama un crito-film. Si usano le immagini per fare critica. Adriano Aprà, alla Mostra di Pesaro, dedica per il secondo anno consecutivo, una sezione del festival proprio a questa tendenza che è diventata di punta nella ricerca autoriale (riuscita, come Gus Van Sant che rifà Psycho, Guadagnino che ritorna a Suspiria, o Sofia Coppola che ristudia una pietra miliare della new Hollywood e della guerra di secessione, La notte brava del soldato Jonathan; o non riuscita, come il lavoro grossolano di Hazanavicius su Godard). 


Della Casa e Ronchini (che ha recentemente montato il Pugile del Duce ed è abituata a maneggiare materiale di repertorio) si concentrano su Lucio Fulci e Piero Vivarelli (a lungo intervistato e sempre provocatorio e sorprendente) e si sono dedicati all’Italia degli anni 50-60, alla gioventù ribelle del beat, al musicarello rock (anche Fizzarotti e Westrmuller), intervistando gli idoli della gioventù ribelle: Shel Shapiro dei Rokes, sempre molto lucido e radicale; Rita Pavone, che diventa it girl dopo aver visto Audrey Hepburn, dispiaciuta di non aver potuto esprimere al cinema tutte le sue doti recitative drammatiche e di non aver potuto partecipare al Movimento, miliardaria com’era; Caterina Caselli, ribelle istintiva e naturale, ma già pronta a capitalizzarsi, più dei suoi manager “arcaici”; Gianni Pettenati, Ricky Gianco. E i cineasti che furono al loro fianco, fiancheggiandoli nella loro ricerca controculturale musicale e cinematografica: come rifare, qui, Elvis Presley e i Beatles, i musicisti che hanno cambiato tutto. Il mondo. La Storia. Stile, vita, abbigliamento, taglio di capelli, ritmo, modo di parlare, di urlare, di amare, di uscire di testa, di recitare. Un’esplosione. Una bomba atomica spirituale di immane potenza. 
 

La tv a colori in Italia arriverà, non senza bocche storte, nell’anno del signore (metropolitano) 1977, ovviamente.
Ma l’intero paese, congelato dalla guerra fredda dopo i beati anni dell’anarchia delicata e ricostituente (1945-1947), era giù passato dal bianco, nero e soprattutto grigio al colore, in un crescendo di cromatismo iridato sempre più gioioso tra i primi anni sessanta del boom e dei socialisti al governo (sgonfiati da figuri inquietanti e ingombranti della politica, come Rumor, Fanfani, Andreotti e Restivo), colonna sonora rock’n’roll (Ghigo, Brunetta, Mina, Celentano, Dallara e Little Tony), fino al decennio rosso fuoco (purtroppo magentato nelle ricostruzioni che se ne fanno oggi, e non solo Mieli… colonna sonora Stratos-Skiantos) vanamente contrastato dalle bombe sui treni e nelle banche che tanto hanno inebriato e ispirato poi Isis e Daesh.


Da Claudio Villa e Luciano Tajoli a Maurizio Vandelli e 24 mila baci il passaggio non fu traumatico solo grazie a una collezione di maschere dell’eterna commedia dell’arte nazionale, da Totò a Fred Buscaglione, da Franca Valeri a Franco e Ciccio, da Sordi a Sergio Leone e i western spaghetti che hanno accompagnato e anticipato, come faranno i comici demenziali inglesi nell’epoca punk, quella ironica voglia matta di Hollywood e di America, di fine della fame atavica e di “consumo zero”, di scatenamento dei sensi della gioventù scatechismizzata e di libertà, che finalmente non si dava limiti che non fossero nei paraggi dell’arbitrio, dello stravizio. E oltre.      


L’Italia andrà insomma su di giri, diciamo almeno a 68 giri (e durerà un decennio), a mano a mano che i ritmi di fabbrica sostituivano quelli della vendemmia, e il paese diventava industriale-agricolo, ma il documentario sul musicarello urlato e rock, le sue origini e consequenze,  Nessuno ci può giudicare (da non perdere prima che lo smontano, a Roma è al Farnese), sottotitolo “un film a 45 giri”, ci racconta il prequel e il senso di quella attesa rivolta ribelle (che la fabbrica e le sue atrocità distrusse, e che contribuì a porre fine all’eccidio nel sud est asiatico, grazie anche a Morandi), per chi c’era, e si illuminerà di nostalgia. E per chi non c’era, e gli sembrerà di esserci stato.
Plumbeo era il mondo prima del beat. Una parola deviata dalla serietà culturale di Ginsberg & co. verso l’effimero musicale più piacevole da Gianni Boncompagni, il nostro compianto Moondog di Bandiera Gialla (il dj dello scatenato programma radiofonico tutto copiato da quelli di Alan Freed) che replicava così quel saccheggio di cover angloamericane che divennero nel nostro immaginario collettivo gli hit originali di Caselli e Pavone, Nomadi e Camaleonti.

Chet Baker in un musicarello rock di Fulci e Vivarelli

Stefano Della Casa (che c’era) e Chiara Ronchini (che non c’era) dopo una nuotata rigeneratrice nell’archivio storico del Luce, tra i film di famiglia Superottimisti del Piemonte e in vari fondi privati zeppi di tesori, inanellano alcune interviste e sequenze celebri o rarissime (c’è anche un Giuliano Ferrara scatenatissimo danzerino al Piper, sotto la regia di Tito Schipa jr. o un Renato Zero juniores incredibile) riuscendo a cogliere  le scaturigini, il motorino di avviamento segreto che cambiò, per effetto contagioso e virale, il mondo. Quel passaggio epocale tra disco grande a 33 giri e disco piccolo a 45 giri, che forse non svuotò improvvisamente e immediatamente le chiese e le sue tecniche di imbalsamazione dei desideri, ma certo, parola di Caterina Caselli, accolse finalmente in chiesa donne coi pantaloni aderenti di pelle e uomini coi capelli lunghi sulle spalle, anoressici, vistosamente gay come quel Renato Zero che nel film si vede danzare come un elfo a 17 anni e già idolo lgbtq. Vivarelli ricorda che di musicarelli la storia del cinema italiano è piena. Il primo film sonoro, La canzone dell'amore, lo dimostra. Ma il musicarello rock è stato una svolta rivoluzionaria. Perché, nome a parte, che molto deve a Carosello e alla promozione discografica, il debito va a William Asher e ai suoi rock movies con Funicello e Avalon che incrociavano band e surf band sulla battigia della California e lottavano contro i boss locali oscurantisti e nemici dei nuovi ritmi esattamente come in Ragazzi del juke box, Urlatori alla sbarra e Sanremo la grande sfida, pieni di cantanti e gruppi, erano i notabili dc a censurare e contenere una vitalità e una anarchia gioiosa che si considerava pericolosissima (e si vede in Parlamento un intervento di un democristiano di fede Greggi gettare un anatema come fosse su un pulpito contro la licenziosità e la pornografia che doveva essere cancellata nei cinema. E la coralità che conta nel musicarello rock, l'energia incontenibile che spaventa, non la singola canzone romantica e il cantante melodico di successo da promuovere. Già negli anni 80 i ragazzini cominciarono a ricollezionare i dischi dell’Equipe 84, Ribelli, Clan, De Gregori (“non lo vollero alla Rca perché aveva l’erre moscia, confessa Caselli), a respirare l’aria di “prima della rivoluzione”. La rivoluzione era andata male e bisognava ripercorrerne le tappe, meticolosamente. Le generazioni successive continueranno a ispirarsi a Doors, Hendrix, Pink Floyd come quella. Il motivo è spiegato da una giovanissima operaia bionda e sorridente, intervistata in quell’epoca. “Che ci fai coi soldi che guadagni?” Il 30% va in vestiti. Il 50% in divertimenti e il resto, pochissimo, lo do in casa. Se no perché starei qui a lavorare?



lunedì 5 giugno 2017

Rivoluzionariamente scorretti. La storia del rapporto cinema e Rom




Roberto Silvestri

Portare i cavalli in città. Mettere caos nell’ordine, affinché l’ordine sia etico, meno rigido, più rispettoso di tutti…Essere fermi e in moto. Nomadi e sedentari a un tempo. Cercare una identità dentro molte identità, e oltre. Andare verso Roma dall’India ma non essere sicuri di voler proprio stare là. Forse vuol dire questo rom?
Il più commuovente, agghiacciante e divertente classico sui rom è Chi canta la in basso? diretto dal Mario Monicelli serbo, l'oggi settantenne Slobodan Sijan, l'odissea di due ragazzi che con i loro strumenti e la loro voce accompagnano in un rocambolesco viaggio verso Belgrado un gruppo di passeggeri croati, montenegrini, bosniaci, sloveni che hanno tutto il tempo di esibire il loro odio e disprezzo reciproco anche se si sta andando tutti insieme verso l'inizio della seconda guerra mondiale (nel film) e verso il tragico processo di sgretolamento nazional-federale del dopo Tito (nella metafora). Ko to tamo peva (Who's That Singing Over There) infatti è del 1980. E i migliori cineasti sono profeti. Vi dò il titolo originale e quello serbo perché tanto in Italia non lo troverete mai. A proposito. Bisogna approfittare del trionfo popolare e critico di Lo chiamavano Jeeg Robot perché Luca Martinelli, co-protagonista cattivo del fantasy demenziale alla Troma, è diventato famosissimo proprio nella parte dello "zingaro".
Luciana Fina, filmmaker italiana a Lisbona ha seguito qualche anno fa, nel 1998, un pellegrinaggio di massa verso il Vaticano, quando papa Woytila li ha radunati, omaggiati e benedetti in occasione della beatificazione di Ceferino Giménez Malla, il primo santo gitano. Occasione per seguire, in viaggio, un gruppo portoghese e accostarsi alla loro spiritualità, fede, tradizioni, arte (quanti gli scultori rom dimenticati dalle storie dell’arte) e cercare di capire un po’ i loro problemi sociali e politici, in patria e all’estero… Quel film, L’udienza, non è mai stato trasmesso in prima serata tv. Anche il Papa è censurato, di tempo in tempo.


Tutto il cinema di Tony Gatlif, il regista prefito di Guy Debord, molte opere di Tonino Zangardi, e i poemi onirici e danzanti di Emil Lotjanu hanno cercato negli anni con continuità di catturare la ricca sostanza umana, altra e nova, materialistica non metafisica, di queste popolazioni che alla schiavitù del lavoro salariato hanno sempre risposto, non senza esitazione… preferirei di no. Un miracolo di insubordinazione fertile nell’ordine del simbolico. Esili, ‘fragili eroi’, come David contro un Golia gigantesco che cancella, deforma, mistifica  una incatturabile alterità. Che ne dite di mettere metà zingari per legge nelle liste elettorali bloccate dei partiti? Maastrich non vuole? La Lega neanche? E allora? Un po’ di affermative action in Italia  sarebbe la salvezza.
In un magnifico frammento elettrico, un lavoro di footage restaurato, rallentato, ricromatizzato e ritoccato nel 2002 con il solito tatto che trasforma le immagini di repertorio in un testo che urla e svela anche le propie didascalie ‘mute’, oltre che gli umori subcutanei di una emulsione, Yervant Gianiakian e Angela Ricci Lucchi mostrano un piccolo gruppo plurifamiliare di zingari sopravvissuti ai forni crematori nazisti che vengono squadrati, osservati con distacco sprezzante dall’aura maligna di una famigliola di borghesi, in ricognizione domenicale  tra i bordi campestri del lago di Como. Il cavallo c’è. Ma. Solo circondato da tutto un gran circo gli sarà permesso l’ ingresso in città (adesso neanche le tigri, i leoni e gli elefanti possono entrare, il loro avvicinarsi sarebbe un pericoloso promemoria per impulsi irreversibili di rivolta).
Gene Tierney, alla maniera gitana
Già. E’ vietato portare i cavalli in città, ci ricorda il britannico Mike Newell, e se li fa salire sulle scale dei condomini di periferia, immagine chagalliana pura, è per dire è cosa che capita solo a Dublino, è roba irlandese, da subumani….Il film è del 1992 e si intitola in originale Tir-na-nog. Ovvio che cineasti anarchici, comunisti e più rivoluzionari ancora (Bellocchio, Soldini, Jancso, Donskoi…); e poi armeni, cantastorie, ebrei, attori (Bob Hoskins e Robert Duvall firmano due gioielli rommisti, La vita maestra, 1988 e Angelo my love, 1983) e donne, le ‘minoranze’ diversamente perseguitate e oppresse, siano state attratte negli anni dall’epopea tragica (ma elegantissima, aurea) gitana. Le culture festose sono sempre odiate dall’ideologia del lavoro “politicamente corretto dallo spirito puritano”.
Eppure cosa sono i registi se non artigiani, lavoratori del dettaglio perfetto, fabbri e falegnami, che incastrano pezzi di legno o di ferro per far funzionare una immagina o una macchina immaginaria che cattura spazio, ritmi e tempo? Gypsies. Così Joseph Losey, La zingara rossa, 1957, Gb); Sally Potter (L’uomo che pianse, 1999, Gb), Marie Claire Pajman (Puoi essere felice, 1994, Olanda), Dorota Kedzierzawska  (Diably Diably, 1991, Polonia), Melitta Tchaicovsky e Pepe Ozan di Jaisamer Ayo! Ovvero Gateway of the Gypsies (Usa 2004)…Un film muto italiano del 1920, di Mario Almirante, Zingari, con Italia Almirante Manzini e Amleto Novelli, melodramma d’amore - lei non vuole l’odioso maschio che il padre gli impone come marito, e non lo prende - ridicolizza anche quel luogo comune rassicurante (l’autoritarismo patriarcale  che sarebbe ‘tipico’ dei gitani perché chi suona beve sempre troppo e picchia la famiglia) che nasconde il disprezzo razzista per l’altro, per il diverso, scaricandogli addosso, in una tipica mossa da transfert, tutti i lati dark della propria cultura, dei propri pregiudizi e dei propri luoghi comuni (oltretutto mai danzanti).
Abbiamo avuto in questi anni in Italia, e ancora si aggira, un super ladro machista, e tronfio di esserlo, come vezzeggiatissimo e votatissimo presidente del consiglio dei ministri ma ladri e machisti restano per antonomasia gli zingari e non i brianzoli e i loro succedanei. Abbiamo un livello preoccupante e crescente di omicidi femminili nel nostro occidente civile ma i trogloditi sessuali per antonomasia sono inguaribilmente i rom (e ora che ci penso anche i musulmani…). Perché poi le loro case senza servizi igienici charming vadano sempre in fiamme è davvero irritante.
Frammenti elettrici, ellittiche esperienze, sono anche ciò che inanella il nostro rapporto privato con rom e sinti conosciuti. L’ammirazione per gli acrobati degli Orfei, i lunghi lanci di Pirlo, i dribbling di Quaresma (nel Porto, e oltre) e i solo alla chitarra di Django Reinhardt. Un parente borseggiato. Una mano letta sinistramente.


E poi c’è il lavoro dei cineasti indipendenti e autonomi da pregiudizi, di cui l’opera  di Giovanni Princigalli, antropologo e filmaker, barese che vive non a caso a Montreal, è esemplare. Il metodo di questo documentarista è l’antitesi del marine che arriva sul territorio, lo conquista con la violenza, arraffa quel che c’è da rapinare e torna a casa col bottino. Princigalli, come Michael Apted nel miliare e seriale The up series (il ritratto di giovani inglesi iniziato nel 1970 e proseguito ogni 7 anni…) non solo lavora con calma e prendendosi tutto il tempo necessario, soggiornando a lungo sul territorio assieme ai suoi personaggi e conquistandosi  la loro simpatia, complicità e rispetto, ma resta dalla loro parte nel tempo, seguendone lotte e sogni, vittorie e contraddizioni, persecuzioni e riforme. E così arriva il miracolo. Vi ricordate la prima volta che avete visto la fotografia di Angela Davis? Una bellezza sovrumana, mai visto niente di simile. Uno stile. Una apertura alla fantasia della bellezza finalmente dispiegata. Come si poteva resistere a farsi crescere i capelli così, ad ampolla sferica e riccia? E il gusto camp e glam, da Liberace a Presley a David Bowie che origine ha? Ricordate Moira Orfei al massimo della forma? Ebbene non vediamo l’ora di vedere alla prima sfilata la top model Daniela detta Aida, che oggi ha 24 anni…e viene da un certo campo provvisorio e pericolante alla perfieria di Bari.

Il suo sogno, che ci ha avvinto in Japigia Gagi è come il nostro. Fabbricare e portare stile e bellezza differenti ovunque. A partire da un non-luogo abusivo (baracche di legno e lamiera, servizi igienici improbabili e sullo sfondo palazzacci di periferia, con pericolo imminente di sgombero perché il terreno è privato e se non ci fosse l’aiuto della parrocchia vicina…) che nella metafora però, e anche etimologicamente, e storicamente, deve essere terra davvero speciale: la Puglia. Che prende il nome da Japige, figlio di Dedalo, che la fondò scappando da Creta e la volle regione aperta al diritto di cittadinanza per tutti, un posto da cui non emigrare e non scappare più, dove ogni pogrom e discriminazione basata sul sesso, le opinioni e l’etnia fosse bandita. Visto quel che è successo a Taranto avvelenata dal petrolchimico poteva anche essere il primo esempio di salario di cittadinanza se la Fgci non avesse nel frattempo allentato i riflessi etico-politici dei propri iscritti (come Vendola). Purché si spegnesse l’Ilva ammorbante. Da Japigia gagi (il primo lavoro di Princigalli con la comunità rom di Bari, del 2003) a Quaderni gitati, video e scritti sulla comunità rom rumena di Bari….seguiamo l’evoluzione di alcuni personaggi della comunità - come Dainef detto Artizan, Dorina detta Felicira, Laura detta Isaura che, a 11 anni preferisce la vita presso i semafori, a chiedere l’elemosina, piuttosto che la scuola. Una comunità sempre in stato d’allarme che vive presso la tangenziale nel quartiere Japigia, dopo un lungo viaggio dalla Romania. Sempre sotto lo sguardo appassionato del nostro cineasta nomade, che è stato in continuo contatto con quella piccola moltitudine e soprattutto con i ragazzi, due dodicenni per esempio, di cui si sono seguite le recenti vicissitudini scolastiche e i rapporti conflittuali anche con gli extra comunitari, con i gagi. Un film che ha girato il mondo dei festival. Ed è stato anche a Sulmonacinema Film Festival.


Al festival del cinema indipendente di Sulmona, qualche anno fa, i più fedeli cinefili erano due fidanzati rom giovanissimi, sedici-diciassette anni, che, mano nella mano, seguivano nelle primissime file, con attenzione e interesse, perfino le più spericolate acrobazie visuali di Valie Export e degli akzionisti. Non li abbiamo visti più perché a 18 anni arriva immancabile il foglio di via. Non sono più italiani, per le nostre leggi….
Altri frammenti elettrici.
Una delle ultime indagini sul territorio della allora coppia Paola Pannicelli e Alberto Grifi è stata vidigrifata durante uno sgombero – vigili urbani e polizia dell’Urbe ignari di clonare lo stile Gestapo -  di un campo rom perferico, con Alberto che è preoccupato solo di dare la parola soltanto a chi non l’ha mai avuta e non è mai soggetto ma solo oggetto di reportage aggressivi. Le baracche romane che il compianto sindaco comunista Petroselli si vantava di aver spazzato via per sempre, eccole lì che ritornano dalle parti del Sacro Gra. Niente è irreversibile.
Un gruppo di detenute rom di Rebibbia, chi dentro per borseggio chi per rapina (se non hai i soldi da dare in dote non ti sposi e non è che trovi lavoro facilmente se sei zingara…) partecipano alla realizzazione di un piccolo film d’animazione coordinato da Giulia Merenda – che racconta l’incontro di due donne, una ricchissima e l’altra cameriera haitiana di grand hotel, e i loro rispettivi modelli (alternativi) di charme, stile e tecnica di combattimento -  offrono una miriade di spunti originali, fantasiosi e ricchi di sostanza conoscitiva e arrivano seconde, battute solo dalle rappresentanti Croate, in una competizione culinaria all’aperto, nel cortile del penitenziario, che dimostra la loro eccellenza gastronomica (il documentario, ancora inedito, si intitola  Liberamente). Una brasiliana molto lesbica ci assicura che la qualità del cibo rom, che lei degusta quotidianamente in cella, è molto, molto sopraffina.    
Certo, anche il cinema-cinema, fin dall’epoca di Méliès, l’Emir Kusturica su tutti che, proprio mentre cade il socialismo, nel 1989, con il Tempo dei gitani affida proprio a quell’amalgama di costumi e culture il senso stesso del binomio “libertà&democrazia”, declinata nel rispetto del diverso, fosse anche il più pigro e ozioso, un omaggio entusiasmante… come un invito alla cultura europea a guardare anche a oriente e non solo dentro il proprio ombelico. E perfino Hollywood, terra di nomadi in fuga, qualche brandello di omaggio all’antica e complessa cultura rom ce lo ha trasmesso. Da Marlene Dietrich in Amore di zingara (1947, di Mitchel Leisen) che ci ha spiegato l’ampiezza siderale di un sentimento così maltrattato nella cultura della libera impresa inividuale, della rendite e della tassa di successione a Dorothy Dandridge, Carmen-african-american per Otto Preminger. E poi Lubitsch, Dieterle, Korty…  


Tutto questo pezzetto d’immaginario forma una suite poetica, un canto d'amore per i rom, quel popolo, o meglio quel flusso composito di popoli e caste 'a cui piace divertirsi', venuto dall'India cantando e danzando, lavorando il rame e facendo magie nel 1300-1400 e che non ci ha ancora abbandonato nonostante sia stata ostinatamente vilipeso, maltrattato, perseguitato, discriminato, temuto e quasi sterminato. 10 milioni di cittadini, senza bandiera, leader, confini  (e non così 'nomadi' come ordina lo stereotipo), diventati una parte d'Europa e della sua civiltà, che o è anche gitana e boema, o non è. Ci hanno o no insegnato a 'stare in cammino' sempre, anche quando siamo fermi? Non mancano contraddizioni e scene di lotta di classe tra rom. Un greco esule per qualche tempo in Italia, Carolos Zonars, realizzò nel 1993, un magnifico Oreste a Tor Bella Monaca (Italia 1993), la tragedia greca messa in scena dai membri della trubù più odiata (anche dai rom) tra gli odiati zingari, spintonati verso l’aeroporto di Fiumicino.
Un ultimo importante doppio consiglio per gli acquisti. Infinito edizioni pubblicò, parallelamente alla presentazione in alcune sale d'essai, il film di Massimo D'orzi Adisa o la storia dei mille anni, opera prima del documentarista di Ribelli! (sulla Resistenza raccontata dagli 'ultimi partigiani), girata nel 2004 in Bosnia Erzegovina, nel villaggio di Varda nelle abitazioni di una trentina di rom, piccoli e grandi, donne, vecchi, artisti e allevatori, appena rientrati in patria dopo la guerra. Parlano, discutono, cantano di notte, raccontano leggende, ricordano come con Tito si stava meglio (“Indira Gandhi voleva che tornassi in India, è Tito che non ha voluto”), impartiscono lezioni di vita, igiene e atica, esibiscono la ricchezza (e l'orrore) della loro povertà davanti al fuoco. Il dvd (16 euro) è accompagnato da un libro, presentato da Silvio Soldini, che contiene alcuni contributi sui popoli Rom del critico Fabrizio Grosoli,  dello scrittore bosniaco Predag Matvejrvic, della studiosa Silvia Angrisani e della montatrice del film, Paolo Traverso.


E A forza di essere vento" è un doppio dvd + libretto, di retrogusto anarchico come le canzoni che d’André dedicò ai rom, per un totale di circa due ore e mezza di materiale e una settantina di pagine in cui vengono raccontate e approfondite le persecuzioni sotto i regimi nazista e fascista, con uno sguardo rivolto anche alle condizioni attuali in Italia. 
Il primo dvd si apre con una breve intervento di Moni Ovadia contro il pregiudizio; a questo segue Zigeunerlager, un documentario in cui Marcello Pezzetti, del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, illustra la storia e le condizioni degli Zingari internati nello Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau. Sempre nel primo dvd Porrajmos (una persecuzione dimenticata) è un documentario realizzato da Paolo Poce e da Francesco Scarpelli per l'Opera Nomadi, in cui vengono raccolte le testimonianze di alcuni Rom italiani che hanno vissuto le persecuzioni e le violenze ad opera del regime fascista. A chiusura del primo dvd Hugo, realizzato da Giovanna Boursier, è la testimonianza di Hugo Höllenreimer, un Sinto tedesco internato ad Auschwitz ed usato da Mengele per i suoi esperimenti. 
Nel secondo dvd Senza confini, senza barriere è un'intervista a Moni Ovadia, intervallata da alcune canzoni da lui interpretate in occasione di uno spettacolo del 2005 dal titolo Djelem Djelem, in cui viene fatto un parallelo tra il popolo ebraico e quello zingaro ed in cui viene dato risalto ad alcune delle caratteristiche proprie della cultura Rom. Intervista a Mirko Levak (storia di un Rom sopravvissuto ad Auschwitz), un documentario realizzato da Francesco Scarpelli ed Erika Rossi per l'Opera Nomadi, è la testimonianza sugli orrori dell'internamento e sulla politica di persecuzione attuata dai fascisti e dai nazisti. A chiudere il secondo dvd è la riproposizione di gran parte dello spettacolo Porrajmos. Voci da uno sterminio dimenticato (Rom e Sinti nell'Europa della 2° Guerra Mondiale), un progetto di Maurizio Pagani, con la partecipazione di Giorgio Bezzecchi, Naum Jovanovic e Daniela Di Rocco, in cui Dijana Pavlovic e Claudio V. Migliacca nel ruolo di "voci narranti" riportano alla memoria alcune vicende di uno sterminio dimenticato. 
Infine nelle settantadue pagine del libretto, oltre alla presentazione in cui la redazione di "A" illustra questo progetto, si affiancano gli interessanti interventi di Gloria Arbib, che riflette sul mancato riconoscimento del Porrajmos; di Giovanna Boursier, che ripercorre le vicende della persecuzione zingara con una particolare attenzione al coinvolgimento italiano; di Paolo Finzi, che sottolinea le analogie e le differenze tra Ebrei e Rom uniti dallo stesso destino sotto il regime nazista; di Giorgio Bezzecchi e di Maurizio Pagani, che illustrano le condizioni degli Zingari nell'Italia di oggi; di Paolo Poce, che con la sua macchina fotografica racconta uno sgombero di uno stabile abitato da centinaia di Rom; infine viene pubblicato il testo, scritto da De Andrè insieme ad Ivano Fossati, di Khorakhanè (A forza di essere vento).


Nel 2016 I fratelli e gemelli De Serio, documentaristi e antesignani del cinema del reale, quel movimento di rianimazione e ossigenazione delle immagini che ha perfino influenzato Quo vado di Checco Zalone, questa volta se la prendono con un bel blocco di luoghi comuni e li fanno letteralmente a pezzi.  Ovvero. Gli zingari rubano. Non lavorano. Sono infidi, alieni, sporchi, vivono in condizioni igieniche disastrose. Sono un pericolo per i nostri figli… Portano i cavalli in città e poi li sfruttano nei circhi... Lo sgombero progressivo (e perfino pregressista) del Platz, il cosiddetto campo nomadi più grande d’Europa, effettuato dal comune Pd di Torino tra il 2012 e il 2105, è stato aizzato (con la copertura etica di scandalose condizioni di vita) dai pregiudizi di cui sopra e raccontato dai mass media in questi anni in toni per lo più sensazionalistici, pietistici, giustizialisti o scandalistici. Cosa che deve aver fatto indignare furiosamente i nostri due cineasti che si sono così "nascosti" nella baraccopoli per molti mesi e sono diventati parte della lotta per l'assegnazione di case decenti o per una soluzione razionale del problema. Cosa ricordiamo infatti di normale nel contatto umano e nella comunicazione conoscitiva dei rom, in un oceano di immagini colpevoliste?  Le foto di Tano D'Amico, le canzoni di D'André, Fossati e Moni Ovadia e un pugno di film pittoreschi di Hollywood e militanti dimenticati, isolati, invisibili.
Quando si tratta di sinti e rom, e non solo a Torino, il metodo è cancellare tutto questo questo (per esempio espellerli dalla prima serata tv). Anche se vanno a scuola, lavorano, partecipano ai riti religiosi con il più sacro trasporto e qualcuno è anche cineasta, come Laura Halilovic, si continua a ritenere sacrosanto che un ragazzo nato in Italia e di etnia zingara quando raggiunge la maggiore età, i 18 anni, venga cacciato dal paese con il foglio di via. Altro che lotta al razzismo, transculturalità, meglio cancellare tutto sotto tonnellate di emozioni tossiche. Come si faceva con i baraccati meridionali del Mandrione e del Quadraro, tollerati nelle baracche romane per venti anni prima che arrivasse il primo  sindaco comunista della città eterna, Petroselli, ad assegnarli case decenti. Altro che "perennemente nomadi". E non tutto è oro quel che riluce nell' "Opera nomadi".
Si indica con il dito del giudice e si trasformano, per lo più, le immagini in parole d'ordine, invece di affidarsi allo sguardo libero del cittadino. Si produce un pubblico unanime, compiaciuto della propria indignazione cioè degradazione mentale, invece di spettatori critici e spregiudicati. E, come ci ha insegnato Mafia Capitale, attorno a queste emozioni bel pilotate si fanno maneggi, affari e crimini assai più redditizi di qualche furto con destrezza…


I gemelli Massimiliano e Gianluca De Serio, figli di immigrati a Fiatland, conoscono bene il meccanismo subito da migliaia di meridionali che da 70 anni fanno la ricchezza di Torino e lo combattono dal 1999 con le armi del cinema, una trentina di opere tra corti, video, documentari e installazioni. Nel 2012 hanno fondato, nelle periferie, il Piccolo Cinema, "società di mutuo soccorso cinematografico" dopo aver vinto il premio Don Chiscitte al festival di Locarno con il loro primo lungometraggio a soggetto, Sette opere di misericordia.  Nel 2011 hanno vinto il festival di Torino con Bakroman, una giornata con i ragazzi di strada di Ouagadougou. In questo bellissimo documentario, I ricordi del fiume, leggermente accorciato rispetto alla versione vista alla Mostra di Venezia (è diventato anche una piece teatrale), entrano nelle baracche, nella vita, nei sogni, nelle danze, nelle macerie, nei ricordi e nei giochi degli “ultimi tra gli ultimi”. Per un anno e mezzo i due cineasti sono stati complici e amici di una trentina di rumeni di etnia rom, bambini che vanno a scuola, mamme combattive, nonne argute, ragazze indocili alla tradizione, chi fa l’elemosina nei posti più poveri perché da quelli più ricchi li cacciano, chi torna in Romania per un po', chi si lamenta per l'ingiustizia delle case popolari assegnate con criteri niente affatto trasparenti, chi trova le nuove case assegnate - anche se provvisorie - bellissime, ma mancano i termosifoni e bisognerà portarsi le stufe dalle vecchie baracche, chi aspetta il ritorno del marito dal carcere, chi ammonisce i ragazzini a non rubare perché tanto non conviene… Amici e confidenti tra gli oltre 2000 che in 15 anni hanno fabbricato una baraccopoli di resistenza e mutuo soccorso sul Lungo Stura Lazio, oggi panorama di macerie di legnio e alluminio ancora non ripulito. E chi vinse l’appalto per assegnare agli sfollati case poco abitabili o rimandare indietro rumeni non in regola è indagato in queste settimane dalla magistratura. Mafia Capitale anche a Torino, che capitale fu, anzi insegnò a Firenze e Roma come approfittarne al meglio. 

il quartiere A Ciambra di Gioia Tauro

Infine A Ciambra di Jonas Carpignano.  Che ha vinto a Cannes 2017 il premio della Quinzaine che gli garantirà sovvenzioni alla distribuzione e uscite in Europa nel circuito d’essai. A Ciambra è il romanzo di formazione (e di deformazione) di Pio Amato, rom di 14 anni vissuti nella periferia arida di Gioia Tauro. Nella favela della città marina. Dove si vive tra cumuli di immondizia e pozzanghere di fogna, presso il fiume Perace, perennemente a rischio di avvelenamento irreversibile. Gioia Tauro, tanto per ricordarlo ai giovanissimi, è una località della Calabria che era stata scelta dal governo italiano nei primi anni 70 come sito perfetto per l'istallazione di un polo chimico primario (tipo Ilva di Taranto) che avrebbe dato lavoro e anche tanto inquinamento alla zona. La 'nrangheta disse no. Lo stato abbozzò. Fino ad oggi, Questo è l'ambientino, in parte molto salvaguardato, in parte no, dove si svolge la nostra avventura. 


Pio e la nonna patriarca
Molti minuti di applausi per l'odissea tragica di questo ragazzo perdente, ma non malvagio, debole ma non insensibile, traditore ma non per servilismo di comunità, in occasione della anteprima stampa della opera seconda di Jonas Carpignano (dopo Mediterranea, sulla rivolta nella vicina Rosarno della comunità africana supersfruttata), italiano che ha studiato cinema a New York e ha risolcato i sentieri interrotti di Zavattini e Rossellini. Immagini di Tim Curtin (Re della terra selvaggia), montaggio di Affonso Goncalves (Carol, Paterson). Opera pluralista e cosmopolita quant'altri mai. Ma chi è Pio, presente alla proiezione con tutta la sua tribù, nonna esclusa, ma che non ha voluto rilasciare dichiarazioni? Era stato già il protagonista ombra di un corto, premiato a Cannes anni fa, ed era poi il peperino coinvolto dalla parte giusta nei moti di Rosarno, soggetto dell'opera prima di Carpignano che vinse la Semaine nel 2015 (e ha lanciato un attore magnifico, Koudous Sehion, qui redivivo e di intensità Denzel Washington). Un gioiello di film distribuito ovunque, tranne in Italia. Pio è una forza della natura. Analfabeta, ma all'università della strada, basta osservarne gli occhi, e ammirarne il tempismo, è nell'eccellenza. Questa sì che è meritocrazia (anche se non piace a Renzi). Non abita le baracche di A Ciamba, che prendono fuoco ogni qual volta i carabinieri slegano, a singhiozzo, la canea razzista. Ma, con la numerosa famiglia a sovranità matrilineare, Pio vive nel cemento grigio-soviet della periferia più estrema, quella più adornata di rifuti. E sempre Ciambra è. Uno dei posti più infernali della terra. Eppure Carpignano riesce a dare vita, aria, sostanza, aura e carne anche agli spettri maleodoranti di A Ciambra. Come fa Pedro Costa con le periferie dei dannati di Lisbona. Tanto per prendere le distanze con il populismo estetico che si compiace di gettare sguardi compassionevoli sui derelitti inerti (che già sono nel regno dei cieli) senza fare i conti con la produzione di altra bellezza materiale, sulla terra. Fatta di sentimenti, movimenti, sguardi e gesti. Di relazioni con. Già, almeno, nel cinema italiano, direbbe Carmelo Bene, è più difficile una apparizione di zingari danzanti che l’apparizione (per cretini o meno) della Madonna. Ed ecco le prime avventure nel mondo di Pio, raccontateci come fossimo in uno slum-movie di Fernando Meirelles (ricordate La città di dio? E infatti i brasiliani coproducono): gli amori agognati, i giochi infantili, la sopravvivenza dura, lo slang che più hard non si può, le sigarette (“che non fanno male”), le amicizie avulse con chi gli dà una mano (siano pure marocchini), la famiglia, il primo motorino, le birre, gli errori, il furto in treno (in una delle tante scene neo-irrealiste di un'opera che plasma le ombre e i neri come uno scultore espressionista), il rapporto con i gadjo (gli italiani), quelli della 'ndrangheta, le prime promesse e le prime performances con destrezza alla Robin Hood, l'amicizia con i burkinabé, i ghanesi e le nigeriane dei quartieri accanto, a cui porta un tvcolor per la coppa d'Africa, nell'enclave della vicina Rosarno. E i ghanesi segnano, perché Pio porta, con lo schermo, anche fortuna.


il regista Jonas Carpignano, padre italiano madre delle Barbados
Il fratello Cosimo e il papà sono finiti in galera, e i debiti assommano a 18 mila euro. Equitalia ne pretende metà, per furto di elettricità. L'altra metà spetta al mafioso della zona, che elargisce le briciole del feudo con la tranquillità di chi ha bei protettori in alto. Ed ecco che tocca a Pio prendere il controllo della situazione. Ma la cifra è alta. Non basta saperci fare nel garage e guidare l'auto a tal punto da beffare i caruba, in una magnifica scena alla The Blue Brothers. Si capisce che Carpignano è pesce nell'acqua nella zona proprio come Landis lo è della Chicago drop-out. Ci vive metà dell'anno in questi posti (l'altra metà a New York). Ed ecco che infatti entriamo in pieno clima Main Street (Martin Scorsese è il produttore esecutivo del film), anche senza metropoli a chiarire un po' meglio come il giro della droga, della prostituzione e del furto organizzato siano una perfetta macchina addomesticata e fluidifcante nel grande giro mondiale delle merci. Il pensiero sarà anche unico, ma è mafioso. Se una merce è ferma, è un oggetto senza vita. Se una merce gira di qua e di là, grazie alla destrezza di chi sa delocalizzare meglio ancora di Marchionne, l'intero sistema ne trarrà giovamento, no? Un’auto tristemente posteggiata nel buio non crea reddito. Ma se si ruba, il denaro (del riscatto) gira. Ne sa qualcosa il malcapitato turista piomontese che Pio sa rieducare alla doppia, tripla vita delle merci (e che è nientepopodimeno che Paolo Carpignono, il padre di Jonas, professore di scienza delle comunicazioni alla New School di New York, e tanti anni fa protagonista della guerra di classe in Italia). Proprio da un furto simile, da lui subito, Jonas ha preso lo spunto del film. Se l’auto non fosse mai stata toccata l’arte piangerebbe.  


Pio Amato e Koudous Sehion 
Una drammaturgia fluida, mai ingolfata dall'ansia documentaria, quella di Carpignano, aiutato da interpreti molto ben allenati. Una tranche de vie che non ha difficoltà a immergersi nella ritmica, a forma di rap, di un racconto-fiaba. Dove non mancano i cavalli senza briglia delle saghe irlandesi. Andare sulla strada senza padroni, essere solo padroni di se stessi. Diventare nemici del mondo così come è, ma amici del cosmo. Sarà questo l'obiettivo di Pio. Anche se Pio ancora vacilla e pare scegliere la strada impostagli dalla comunità e da decenni di esperienze. Dunque. Un sequel sembra a questo punto inevitabile. Carpignano ha fatto della serialità un metodo per sconvolgere la fiction dall'interno. E' per  questo che il cinema italiano mainstream fatica a celebrarlo. Si sente un po’ smascherato. E rimpicciolito. E poi, l'argomento!
I gitani. Sono anarchici, on the road, contro il mondo, losers. Preferiscono l'oro ai soldi.... Rubano. O meglio, come si dice in epoca neoliberista, fanno circolare le merci un po' più a lungo del solito.
I razzisti, i nazifascisti, i socialdemocratici, i liberali, i comunisti duri e puri di tutta Europa sono tutti,  esplicitamente o implicitamente, infastiditi a pelle da gitani, sinti, rom o zingari (e magari anche i rumeni tutti, per colpa di Veltroni che in geografia doveva essere una pippa). Non li sanno o non li vogliono comprendere.