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giovedì 1 giugno 2017

Cannes 70 / Pio, lo zingaro sedotto dall’iper-modernità



Jonas Carpignano sul set di A Ciambra 
Roberto Silvestri (*)


A Ciambra, il romanzo di formazione (e di deformazione) di Pio Amato, rom di 14 anni di Gioia Tauro, è piaciuto molto alla Quinzaine. Molti minuti di applausi per l'odissea tragica di questo ragazzo perdente, ma non malvagio, debole ma non insensibile, traditore ma non per servilismo di comunità, in occasione della anteprima stampa della opera seconda di Jonas Carpignano (dopo Mediterranea), italiano che ha studiato cinema a New York e ha risolcato i sentieri interrotti di Zavattini e Rossellini. Immagini di Tim Curtin (Re della terra selvaggia), montaggio di Affonso Goncalves (Carol, Paterson). Opera pluralista e cosmopolita quant'altri mai.
Jonas Carpignano a Giopia Taura, quartiere A Ciambra 
Ma chi è Pio? È stato già il protagonista ombra di un corto premiato a Cannes ed era poi il peperino coinvolto dalla parte giusta nei moti di Rosarno, soggetto dell'opera prima di Carpignano che vinse la Semaine nel 2015 (e ha lanciato un attore magnifico, Koudous Sehion, qui redivivo e di intensità Denzel Washington). Un gioiello di film distribuito ovunque, tranne in Italia.

Pio Amato (a sinistra) e l'attore burkinabé Koudous Sehion, a sinistra
Pio è una forza della natura. Analfabeta, ma all'università della strada, basta osservarne gli occhi, e ammirarne il tempismo, è nell'eccellenza. Questa sì che è meritocrazia (anche se piace a Renzi). Non abita le baracche di A Ciamba, che prendono fuoco ogni qual volta i carabinieri slegano, a singhiozzo, la canea razzista. Ma, con la numerosa famiglia a sovranità matrilineare, Pio vive nel cemento grigio-soviet della periferia più estrema, quella più adornata di rifuti. E sempre Ciambra è. Uno dei posti più infernali della terra. Eppure Carpignano riesce a dare vita, aria, sostanza, aura e carne anche agli spettri maleodoranti di A Ciambra. E, almeno, nel cinema italiano, è più difficile una apparizione di zingari danzanti che la visione (per cretini o meno) della Madonna.

Pio Amato, il protagonista di A Ciambra 
Ed ecco le prime avventure nel mondo di Pio, raccontateci come fossimo in uno slum-movie di Fernando Meirelles (ricordate La città di dio? E infatti i brasiliani coproducono): gli amori agognati, i giochi infantili, la sopravvivenza dura, lo slang che più hard non si può, le sigarette (“che non fanno male”), le amicizie avulse con chi gli dà una mano (siano pure marocchini), la famiglia, il primo motorino, le birre, gli errori, il rapporto con i gadjo (gli italiani), quelli della 'ndrangheta, le prime promesse e le prime performances con destrezza alla Robin Hood, l'amicizia con i burkinabé, i ghanesi e le nigeriane, a cui porta un tvcolor per la coppa d'Africa, nell'enclave della vicina Rosarno. 




Il fratello Cosimo e il papà sono finiti in galera, e i debiti assommano a 18 mila euro. Equitalia ne pretende metà, per furto di elettricità. L'altra metà spetta al mafioso della zona, che elargisce le briciole del feudo con la tranquillità di chi ha bei protettori in alto. Ed ecco che tocca a Pio prendere il controllo della situazione. Ma la cifra è alta. Non basta saperci fare nel garage e guidare l'auto a tal punto da beffare i caruba, in una magnifica scena da The Blue Brothers. Si capisce che Carpignano è pesce nell'acqua nella zona proprio come Landis lo è della Chicago drop-out. Ci vive metà dell'anno in questi posti (l'altra metà a New York). Ed ecco che infatti entriamo in pieno clima Main Street (Martin Scorsese è il produttore esecutivo del film), anche senza metropoli a chiarire un po' meglio come il giro della droga, della prostituzione e del furto organizzato siano una perfetta macchina addomesticata e fluidifcante nel grande giro mondiale delle merci. Il pensiero sarà anche unico, ma è mafioso. Se una merce è ferma, è un oggetto senza vita. Se una merce gira di qua e di là, grazie alla destrezza di chi sa delocalizzare meglio ancora di Marchionne, l'intero sistema ne trarrà giovamento, no?


Una drammaturgia fluida, mai ingolfata dall'ansia documentaria, quella di Carpignano, aiutato da interpreti molto ben allenati. Una tranche de vie che non ha difficoltà a immergersi nella ritmica, a forma di rap, di un racconto-fiaba. Dove non mancano i cavalli senza briglia delle saghe irlandesi. Andare sulla strada senza padroni, essere solo padroni di se stessi. Diventare nemici del mondo così come è, ma amici del cosmo. Sarà questo l'obiettivo di Pio. Un sequel sembra a questo punto inevitabile. Carpignano ha fatto della serialità un metodo per sconvolgere la fiction dall'interno. E' per  questo che il cinema italiano mainstream fatica a celebrarlo. E poi, l'argomento!
I gitani. Sono anarchici, on the road, contro il mondo, losers. Preferiscono l'oro ai soldi.... Rubano. O meglio, come si dice in epoca neoliberista, fanno circolare le merci un po' più a lungo del solito.
I razzisti, i nazifascisti, i socialdemocratici, i liberali, i comunisti duri e puri di tutta Europa sono tutti, esplicitamente o implicitamente, infastiditi a pelle da gitani, sinti, rom o zingari (e magari anche i rumeni tutti, per colpa di Veltroni che in geografia doveva essere una pippa). Non li sanno o non li vogliono comprendere.

Non ci fosse stato il Vaticano, almeno da Giovanni Paolo II a Francesco, a proteggerli, dopo l'orrendo olocausto che tentò di cancellarli dalla terra occidentale, avrebbero avuto solo il sostegno dei fan del circo, di Emir Kusturica e di Guy Debord, il cui regista preferito fu sempre Tony Gatlif (che presenta il suo nuovo rom-movie proprio qui a Cannes). Se ci pensate non esistono molti film sui gitani. In Italia poi se ne sono occupati, senza paternalismi di sorta, solo Carolos Zonars (greco, ex esule a Roma) e Alberto Grifi, negli ultimi mesi della sua vita, visto che nelle periferie si preparavano piccoli grandi pogrom, come leggiamo sui quotidiani. Ma a Hollywood i gitani, da Douglas Fairbanks a Marlene Dietrich, sono sempre simpatici, e non solo per istinti antinazi. Non si può dire che abbiano mire rifeudalizzanti. Dunque si ammirano per il loro astio nei confronti dei padroni e delle rendite. Ed è di particolare interesse un film che l'attore Robert Duvall girò come regista dentro una comunità gipsy, Angelo my love, anno 1983. Quel loro modo di vivere, in quegli anni di ipermodernità, diventava più consono alla cultura dominante fatta non di fatti ma di ipotesi, di previsioni, di potenzialità. Di lettura, nella mano, dei giochi futuri.




(*)Pubblicato il   su Alfabeta2