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giovedì 1 giugno 2017

Cannes 70. Vince The Square un festival "square"




The Square di Ruben Ostlund, Palma d'oro 2017

di Roberto Silvestri 


Semaine, Quinzaine e Camera d’or alla Francia. Ma il concorso principale lo ha vinto The square, dello svedese Ruben Ostlund (che già fece scalpore nel 2014 con Forza maggiore, scoperto in Italia da Teodora). Un film ossimoro già nel titolo: l’antieroe è un conservatore che dirige un museo di arte contemporanea di cui si evidenzierà via via la nascosta grettezza.
Ma è una metafora “provocatoria” e perfida, come si è scritto, della crisi del “pensiero unico” al potere? Forse. Però.
Non è ipocrita criticare l’ipocrisia della borghesia colta, che predica bene e razzola male, visto che il mondo è retto da reticoli di interessi e ancora più impresentabili (cioè predicano e razzolano male) dei collezionisti di opere di Beuys, Basquiat e Schifano?
O, dopo l’exploit di Trump, è in fondo una nobile battaglia popolare la satira dell’arte contemporanea, degno specchio degli orrori della Casta dominante? È peggiore Franceschini o chi gli ha sciovinisticamente bocciato nomine poco patrie?

Ruben Ostlund, sul set di Forza Maggiore 

La giuria di Cannes 70 guidata dall’ex enfant terrible Pedro Almodovar deve aver visto nel film, come diceva Ginsberg, un contributo artistico «a modificare le leggi che governano i cosiddetti paesi civili di oggi: leggi che hanno coperto la Terra di polizia segreta, campi di concentramento, oppressione, schiavitù, guerra, morte». Bene. E in questa direzione apprezziamo anche i premi a Sofia Coppola per la regia di The Beguiled, il gran premio a Robin Campillo per 120 battiti al minuto, il premio alla sceneggiatura a Lynne Ramsay e quello per l’interpretazione maschile a Joaquim Phoenix per You were never really here, e il super premio del settantesimo a Nicole Kidman che qui ha salito le scale rosse per ben 4 volte. Davvero una fuori classe.
Anche se, a proposito di beat generation, Jack Kerouac, per spiegare perché un branco di giovani babbei terrorizzati dalla bomba atomica disertavano, scrivevano come dei traditori zen e rinnegavano la tradizione occidentale, replicava: «È stato un fuorilegge il padre della nostra patria? Sì. È stato un fuorilegge Galileo per aver detto che il mondo è rotondo? Io dico che il mondo è rotondo! Non è square». Hipster contro square, era tanti anni fa la lotta, il confronto, la contraddizione. E.


Il mondo a venire non è square. La linea di Cannes invece diventata un po' troppo dritta. E temiamo porti dritto dritto verso un baratro, nonostante il crescente successo di pubblico e di critica anche di questa edizione (che non ha nascosto, però, gravi problemi logistici e artistici al di là dell’obbligatorio stato d’emergenza). Venezia è ancora quarta nella classifica generale dei megaraduni filmici, dopo Cannes, Sundance e Toronto. Ma ha buone chance di recupero nonostante o forse grazie all’esilità della nostra industria che non deve esibirsi e premiarsi a tutti i costi. Un esempio? Il Mercato. Aumentano i compratori (soprattutto asiatici). Ma non si vedono più grandi exploit nei generi di punta (come nei decenni scorsi è accaduto via via per i softporno, gli hard porno, gli horror, i fantasy, i rock-punk-musical, i queer mood moovie, gli ultraviolent...), capaci di distrarre dalle selezioni ufficiale i cinefili estremi più curiosi. Però Troma è tornata sulla Croisette, per una sua prima mondiale. Il passaggio di mano in mano dei copioni che dovranno essere prodotti se funzionano e piacciono a almeno quattro-sei compagnie è il cuore del Market cannoise. Ma ormai quei copioni (che arrivano agli interessati solo due settimane prima di vedersi a Cannes e stringere patti) sono già stati formattati per gli appetiti immaginari e ludici degli appositi responsabili acquisti (che in Italia poi sono Rai, Mediaset, Ciccutto, Bim, De Paolis, Petrillo/Razzini, Occhipinti...). E una certa omologazione del prodotto artistico di qualità europea (che poi passa la filiera Sundance-Berlino-Cannes-Venezia-Toronto-Telluride-etc.) si sente, sempre più pesantemente. La curva del desiderio schermico è stata già disegnata dall'algoritmo che a Cannes trova i collaudatori privilegiati.  E torniamo a The Square.


Il titolo del film che porta a casa una Palma d’oro del valore di 20 mila dollari, adornata da quasi 200 diamantini, è dunque emblematico di questa edizione 70 (in realtà 68, perché per due anni è saltato) del festival. L'edizione più revisionista a memoria d’uomo. Non solo per alcune rigidità della macchina organizzativa subite da tutti; e per scelte o esclusioni di cartellone innaturali (Polanski no e Hazanavicius sì, Carpignano e Garrel no, Akin sì) ma per alcuni innesti estetici in stile ogm preoccupanti. Diane Kruger, eroina tarantiniana è eccellente, ma il film che la trasforma in euro-kamikaze (In the fade), anche qui di produzione franco-tedesca, è preoccupante per lo stato mentale del cinema sovvenzionato dall’Europa (ovunque si realizzi). Il senso di colpa,  la confessione dei peccati e la ricerca di espiazione per i guai commessi dal 1880 in tutto in mondo dal nostro continente famelico sta diventando il motorino di avviamento di ogni racconto autorizzato. E il militante isis sta diventando un oggetto d'affezione e d'imitazione sconcertante e neanche più opaco e nascosto. Prima le barbone copiate dai millennial, con la loro richiesta patetica di virilità visibile e riconfermata. Adesso l'estasi del martirio.     
La Quinzaine sessantottina così ha risposto alla provocazione isolandosi, premiando Garrel padre e Claire Denis e invitando Gitai e Dumont che si mettono sempre ben fuori dal coro.
Più che un’indicazione di tendenza verso un cinema povero e trascendentale alla Ingmar Bergman, comunque, questo The Square sembra infatti appoggiare una tendenza contaminativa del cinema europeo di coproduzione (Svezia, Danimarca, Francia e Germania) capace di sedurre anche il mercato nordamericano (quinto coproduttore). E questo sarebbe vitale se si sganciasse dall’ossessione dell’equilibrio politico-culturale medio possibilmente né di destra né di sinistra.


Che un’opera abbia successo commerciale (o di giuria) non significa che sia davvero eccellente, bella o buona. Indica solo che vale come bella o come buona nella misura espressa da una media statistica. Woody Allen e Steven Spielberg hanno ragione quando dichiarano che si può gareggiare tra film solo partendo da uno stesso soggetto. E Keynes, quando usa la metafora del concorso di bellezza (indovinare chi sarà ritenuta la miss più bella), sembra che parli proprio di Cannes (e di chi ha avuto esperienze di giuria). I cui film vengono scelti, affidati a una certa giuria (sempre meno artisti non cinematografici, teorici e critici di cinema, scrittori, sempre più attori e registi, colleghi, copiando gli Oscar e non i Globes) e premiati non perché sono i più belli o perché una opinione media ritenga che lo siano, ma perché bisognerà indovinare come l’opinione media immagina che sia fatta l’opinione media medesima. Così si scelgono i soggetti da produrre. Così si chiamano a raccolta qui i produttori di tutto il mondo (ben contenti di mangiare ostriche da Astoux e di bere vino rosé Ott al sole, quest'anno particolarmente generoso perché le date si sono sposatate in vanti). 
Così in questi giorni abbiamo visto le opere scritte, pensate, finanziate quattro cinque anni fa, affinché piacciano tra qualche tempo al più grande pubblico possibile, educato ai valori estetici del Festival du Film de Cannes e del suo Marché.

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