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giovedì 1 giugno 2017

La kamikaze di Hamburg. Fatih Akin, regista turco-tedesco, dice sull'Europa cose che non vorremmo vedere

Diana Kruger in "In the fade" di Fatih Akim



Roberto Silvestri (*) 
Cannes

Io li odio i “nazisti dell'Illinois”. Ma quando Robert Aldrich (La sporca dozzina) e Quentin Tarantino (Inglorious Basterds) fanno saltare in aria, tramite bombe immaginarie, i loro adorati maestri con tanto di divise da gerarchi SS e mogli e figli al fianco, non c'è troppo da obiettare. Azioni di guerra, collettive e organizzate. Dolorose, necessarie. Copiando via Rasella. Bisogna fare in fretta. Distruggere Lipsia e Ulm. I campi di sterminio vanno liberati al più presto. Non ci fossero state Nagasaki e Hiroshima, il disegno progressista del trio Churchill-Stalin-Roosevelt sarebbe stato un gioiello di antifascismo coordinato e affiatato (a guastarlo fu Truman). 



Diverso il caso del vendicatore solitario di oggi. Di chi si fa giustizia da sé privatizzando perfino le vittime del terrorismo o delle nuove guerre di rapina (Iraq, Siria, Libia). Dello psicopatico occidentale che copiando gli psicopatici orientali (o viceversa) ne fotocopia l'immoralità e diventa abietto quanto il suo nemico. Eppure un film radiografa proprio questo tragitto, che l'arte dovrebbe criticare e combattere.



La bionda e ariana Katya (la star internazionale Diana Kruger, Inglorious Basterds) ha sposato Nuri Sekerci (l'attore Numan Akar), ex trafficante di droga turco, forse curdo, adesso consulente fiscale, e dolcissimo papà del piccolo Rocco. Una bomba di misteriosa origine, scoppiata di fronte al suo ufficio di Amburgo – città-stato, libera e anseatica – però polverizza (inspiegabilmente) entrambi i maschi, il piccolo e il grande. Il referto medico anatomicamente spietato sulla morte dei due, letto in aula, spiega da solo l'urgenza, la necessità del film. Bombe ormai scoppiano ovunque e tutti i giorni.



Katya, che ha un tatuaggio gigantesco da samurai sul fianco, una casa da sogno di misteriosa origine, poliziotti sospettosi e un po' razzisti attorno a indagare e quasi colpevolizzare il morto, molto traumatizzata, senza ausilio psicologico statale, si fa di coca, cerca il suicidio, ma poi novella Charles Bronson passa al contrattacco. E quando il tribunale, nonostante l'evidenza, assolve senza troppo scandalo mediatico e furore nell'opinione pubblica, i due neonazisti indagati, troverà un modo, per quanto agghiacciante, di farsi giustizia da sé. L'avvocato (di origine italiana dal cognome) è bravo ma non le basta la sua spavalda sicurezza nell'appello (Denis Moschitto interpreta l'avvocato Danilo Fava). 



Basterà farsi un viaggetto dalle parti di Alba Dorata. Già. Sono stati i nazisti aiutati dai nazisti. Non si capisce perché. Come mai Nuri era un nemico particolarmente odioso. Forse non sono stati nemmeno loro... Non si dà la parola ai nazi. Sappiamo cosa dicono. Sappiamo soprattutto come agiscono. Ma il loro avvocato difensore ha ritmo, occhi di ghiaccio e fanatismo degni di Goebbels e di Perry Mason insieme.
Che il film sia una sorta di esplicito Una sposa in nero antifascista fin dai primi secondi, da quando i due ragazzi si sposano in carcere esibendo anelli nuziali dark e tatuati, giustifica lo spoiler.


Fatih Akim (a sinistra), Diana Kruger e Nuri Sekerci
Aus dem nichs, In the fade (In dissolvenza), in concorso, è un film sulla Germania di oggi, i suoi incubi, il suo inconscio collettivo, i rimossi, i traumi del terrorismo, i sensi di colpa per aver martirizzato la Grecia di Siryza, il vicino appuntamento elettorale, il pericoloso partito neonazista sovranista Nsu che agisce, e non parla solo, più come Alba dorata che come Salvini o Le Pen. Nove morti finora, tutti immigrati. Senza che, ci dice il film, attonito, le istituzioni sappiano o vogliano fermarlo. I tedeschi come popolo perennemente vendicativo pronto a ricominciare la guerra? Il film da questo punto di vista è davvero inquietante. Agghiacciante. 



Ha diretto In dissolvenza, con la rigidità inusuale di un lavoro tv (anche mal montato, forse per la fretta) e scritto, con Hark Bohm, in forma di poliziesco e dramma processuale troppo schematico, Fatih Akin, regista turco di Amburgo e finora sempre sincero democratico. E la sua filmografia è lì a mostrarlo. La sensualità orientale, musiche, odori e spari compresi, ha contaminato grazie a lui profondamente il cinema tedesco, un po' come è migliorato il cinema italiano, più speziato dopo Ozpetek. Ma non basta la prima performance a tutto tondo della diva internazionale Diana Kruger a salvare il film, diviso in capitoli come un libro, come si usa adesso, dalle critiche che abbiamo mosso. Gli stereotipi a manetta. Il matrimonio misto come qualcosa di velenoso che fa diventare perfino una donna occidentale una talebana drastica. Coproduzione franco-tedesca, più Warner bros Germania.

(*) pubblicato su Alfabeta2