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venerdì 2 giugno 2017

La stanza delle meraviglie, Wonderstruck



Mariuccia Ciotta

Il “magazzino delle curiosità” è come una libreria, di quelle con le scalette di legno e il ballatoio e i volumi accatastati con le copertine lucenti, quelle che hanno chiuso in metà mondo e riaperto dietro l'angolo, basta cercarle. E' qui che si aggira il film di Todd Haynes, Wonderstruck (concorso), nome di un padiglione segreto del Museo di storia naturale di Manhattan, affollato di oggetti e miniature, collezioni di scarabei e conchiglie, stampe e scheletri, vetrine di rarità come una zanzara gigante, presa forse dalla mostra mostruosa di Guillermo Del Toro, e un'infilata di fantasmi che pedinano il presente. Si sente subito profumo di Hugo Cabret, il bambino di Scorsese rifugiato nella stazione ferroviaria e “allievo” di Méliès. E' sempre lui, infatti, a disegnare l'universo in bilico tra il paese delle meraviglie e il cinema muto, Brian Selznick, scrittore e illustratore (qui anche sceneggiatore), seguace di Maurice Sendak (Nel paese dei mostri selvaggi).
Il regista di Carol, attratto da metamorfosi organiche e di gender, ispirandosi a un suo romanzo del 2011, si spinge in una doppia avventura, montaggio parallelo, due epoche lontane, anni Venti (la Grande crisi del '29) e anni Settanta (il blackout di New York durante il quale la città si riprese con il saccheggio le specie sociali tagliate dal governo federale). Bianco e nero da cinema muto/e technicolor da cinema sonoro in stile Seventies. Un film di sperimentalismo estremo per bambini. Non è un paradosso. Todd Haynes interpreta il lavoro di Selznick come la ricerca di un nuovo linguaggio, sinestesia immagini-parole, e ne forza la scelta. Nel libro la storia anni Venti è raccontata per sole illustrazioni mentre il film è fatto di visioni incrociate e in dissolvenza, sovrapposte, condensate e ritmate da musiche dissonanti - sound design magnifico con un David Bowie riarrangiato - e dal silenzio profondo. I due protagonisti dodicenni, Ben e Rose, sono sordi.
Nel 1977 vive Ben (Oakes Fegley, Pete's Dragon) e un fulmine lo assorda; nel 1927 la coetanea Rose, priva di udito dalla nascita (come l'attrice Millicent Simmonds) sulla pista di una star del cinema muto, l'unico a farla sentire uguale agli altri.
Wonderstruck è tutto un andirivieni di segnaletiche, scritte sul taccuino e black out sonori che fanno il paio con il black out elettrico del luglio '77 quando l'intera area metropolitana della Big Apple piombò nel buio. Salvo un “angolo” di Queens, dove brillano le stelle di Wonderstruck che ci conduce dietro un altro ”doppio”, Julianne Moore, diva di silent-movie e creatrice di modellini urbanistici, esposti nel museo del “borgo” dove un'immensa maquette in gesso distesa sul pavimento riproduce New York, un po' all'Alighiero Boetti.

Le intersezioni costanti di Ben e Rose attraverso il tempo creano continui salti estetici, Haynes gira su due set contemporaneamente, sventaglia la macchina da presa per le strade di New York e scatta istantanee etniche, african-american e latino-american come Jamie (Jaden Michael), flessuoso pre-adolescente, amico di Ben, che salverà dalla strada - è venuto in città dalla provincia del Minnesota per cercare il padre – e lo inizierà ai segreti del passato.
E' una specie di entanglement a inglobare Wonderstruck e a provocare l'incontro fantasmatico di due generazioni, tornate entrambe bambine. Nonna e nipote, a distanza, sfiorano la stessa meteorite esposta al museo che affaccia sul Central Park, e fissano spaventati gli stessi lupi feroci trasfigurati nel diorama. Realtà congelata in scala ridotta come i ricordi.
“Acid trip for kids” lo definisce il regista, ed è così anche per i maggiori di dodici anni, catapultati all'indietro quando i sensi si adattavano a salti di luce, colore e rumore, e, Ben insegna, colpivano come coup de foudre. Il film esce in Italia il 15 novembre.