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domenica 27 agosto 2017

Non aprite questo file. E' morto Tobe Hooper





Roberto Silvestri 



Al Adamson, Dan O’Bannon, George Romero... E adesso perdiamo anche Tobe Hooper che con Jerry Lewis condivideva la poca passione per i decenni 80, 90, 2000 e 2010 (che lo confinarono nella produzione seriale televisiva più narcoptizzata) e la poca passione dei padroni del cinema per lui.
Hitchcock del gore, estremista dell’esperienza visiva a 360°  e a grana larga e colori sudici, Hooper divenne celebre per aver inventato (ma sono 36 le sue regie, l'ultima Dijin, del 2013) uno dei personaggi horror più mitici, il pazzo della motosega con la maschera di pelle umana di Non aprite quella porta, rispettato, lui e la sua famiglia degenerata davvero, da un occhio documentaristico che anticipa e sorpassa ogni cinema del real orrore (Jonathan Demme del Silenzio degli innocenti gli deve molto). 


Insegnò defintivamente, quel film, in parallelo con le lezioni all’Ecole Normale Superieure di Michel Foucault, che una cosa sono i rarissimi (perfino in Texas) comportamenti patologici da isolare e curare con estrema attenzione e un’altra la repressione subita a livello industriale dalle moltitudini di adolescenti ribelli, trattati da preti, famiglie e società tutta come mostri prioritari da disciplinare e molto strettamente legare.
Così indimenticabili gli altri affettuosi omaggi ai teenagers:  l’insostenibile Eaten Alive,  1977, con Neville Brand, pazzo e mugugnante proprietario del motel vicino alla palude circondato da un famelico coccodrillo bayou che dovrà pur mangiare; il Tunnel dell’orrore (The Funhouse), 1981, trucchi di Craig Reandon, che è una sorta di corso universitario sul cinema  (era proprio un ex professore universitario Hooper), capace di abbracciare non solo tutto il patrimonio storico Universal (che produce) ma anche gli arcipelaghi appena emersi del brivido, da Phenomena a It’s alive di Larry Cohen. Però a forza di prendere in contropiede il pubblico dei fan li getta nell’atroce esperienza della crisi di astinenza. E come esperienza paurosa non è male. E ancora. Il quasi cronenberghiano Poltergeist che realizzò nel 1982, anche grazie all’amico Friedkin che lo fece entrare nel giro grosso, con Spielberg, col quale poi si azzuffò, per divergenze artistiche e con un budget di lusso. Film che ha comunque provocato una profonda modifica nel design dei televisori e anticipato l’incenzione di cellulari e pc, perché se restavano così i piccoli schermi, inquietanti come in quel film, nessuno li avrebbe più comprati.  Lifeforce (Space Vampires), 1985, con l’aliena succhiasangue Mathilde May (prodotto dalla Cannon che lo voleva popolare di ogni effetto pauroso: zombies cannibali, apocalissi, fenomeni e sesso paranormali…) e il remake  da William Cameron Menzies Invaders from Mars  (1986) scritto da Dan O’Bannon, scomparso nel 2009. 

Tobe Hooper
Ma, si dice, Hooper è il regista di un film solo. Il cui remake con Dennis Hopper del 1986 non dispiace (due teschi e mezzo, Terminator tre e mezzo)  all’Horror Handbook di Chas Balun e al critico nordamericano Chris Gilpin, soprattutto per il lavoro di Tom Savini al make up e la decisione Cannon di non  assumere nessuno del vecchio cast, a parte il cuoco, Jim Siedow (nessuna collaborazione, invece, al terzo e quarto remake).
E in realtà il primo Texas Chainsaw Massacre, diretto nel 1974, ci incantò. Ha innalzato l’asticella della paura sostenibile di parecchi centimetri. Solo Le colline hanno gli occhi di Wes Craven, ma tre anni dopo, ha scavalcato la stessa asticella. Cominciammo a memorizzare e amare anche quel nome. Tobe Hooper.


Era un periodo elettrizzante (‘74-‘77) caratterizzato dalle continue e scandalose esplorazioni dentro le parti meno conosciute del nostro cervello, del nostro mondo, delle nostre istituzioni (molti gli uffici militari e politici che saltarono in aria, perché gestiti da signori Stranamore - e senza lasciare vittime in carne ed ossa - e non solo in Usa e in Europa: ma bisognava scoprire cosa c’era dentro). Si cercava, tutto il movimento cercava, qualcosa di speciale. Per esempio tenere testa agli incubi più insostenibili (come perdere la guerra contro un popolo di contadini armati solo di fede, noi dalla parte della civiltà occidentale). Le nostre zone dark, come dice Dario Argento, altro esimio esploratore, erano da esibire, da osservare bene negli occhi e da condividere su alta scala. Basta con le confessioni repressive e da single. Horror, hanno detto per semplificare. Cinema scientifico-sperimentale, direi, che fa a fette l’immaginario collettivo consentito, squarcia, sega, massacra, amputa il buon senso criminale. Scienza slasher. Ricerca gore. Piacere fantasmatico contro iperviolenza sociale.

Il primo film di Tobe Hooper, che ci ha lasciato improvvisamente ieri, e di cui certamente scriveranno presto cose meravigliose Tim Lucas e i redattori di Video Watchblog - più che una rivista il nostro partito di riferimento, perché vi collaborano i comunisti del cinema libertario -   è un oggetto da art house, Eggshells, e racconta la vita hippies di una comune rivoluzionaria verso la fine dell’aggressione al Vietnam. Tipo Ice di Robert Kramer. Lo conoscete? No? Bè, neanche Eggshells. Il film non ebbe più di 50 proiezioni. Un fiasco. “Non era né carne né pesce” disse l’autore, che sottovalutava la fluidità narrativa quasi automatica che può incorporare inconsciamente un cinefilo come lui, fan del genere d’avventura e azione, e dei Dracula della Hammer Films.  Visto che il padre era proprietario di una sala cinematografica a Austin, e poi in altre città del Texas e della Louisiana nell’era d’oro del consumo di massa. “Ancora prima di pensare mi formai un ricco vocabolario filmico e il cinema divenne il mio maestro di vita, il mio modo di osservare le cose”. Proprio come uno dei più prestigiosi critici statunitensi, Jonathan Rosenbaum. Fortunati, no? Oggi che abbiamo tutti i film a disposizione della storia in rete, potremmo diventare Hooper e Rosenbaum. 


Così, proprio da quell’esperimento fallito nacque Texas Chainsaw. Realismo? Non più. Ma una catena di Shock audiovisivi da congegnare assieme ai suoi studenti di corso e con budget zero. Politica spiegata? Non più. Rivoluzione dell’incoscio in azione. Insomma da allora Hooper realizzò solo film che non sarebbero passati inosservati. Il passaggio tra cinema ombelicale didattico e esperienza integrale radicale.  Poco televisivo nonostante la committenza fu anche Salem’s Lot da Stephen King (1979), anche se poi nella parte finale della sua carriera Tobe Hooper (come tutta la generazione dell’iperhorror) ha accettato compromessi tv o è sparito (Henenlotter)  o è emigrato all’estero (Brian Yuzna). Tra le cose tv da rintracciare: I’m dangerous tonight (mostro azteco), Spontaneous Combustion (sui poteri incendiari, sconsigliabile di questi tempi) e soprattutto l’odiatissimo (dallo spagnolo Diego Curubeto) Z Tobe Hooper ‘s Night terrors  con Robert Englund (Nightmares on Elm Street) che è un marchese De Sade redivivo che si vendica dei discendenti dei suoi nemici (spero anche i wahabiti).  Sempre con Englund da vedere The Mangler, da Stephen King (1995).
Per finire. Austin, Texas. Lì era nato Tobe Hopper, 74 anni fa. E proprio lì è rinato negli ultimi anni il cinema Usa indipendente. Richard Linklater, Roberto Rodriguez, Joshua Oppenheimer, Forrest Whiteker, Wes Anderson, Tommy Lee Jones, Tom Ford, Ethan Hawke, John Cameron Mitchell, Billy Woodberry, eredi dei vari Kong Vidor, Terrence Malick, Tex Avery, Joshua Logan, Jack Hill, Julian Schnabel, Jack Starrett e chissà quanti altri ancora.  E non dobbiamo dimenticare il grande omaggio reso a Tobe Hooper dal festival di Cannes nel 2014. La Quinzaine come grande evento non ebbe Whiplash, ma la versione restaurata in 4K di Non aprite quella porta già proiettata al Festival di Austin SXSW in occasione dei 40 anni del film, con il regista presente alla proiezione.

giovedì 24 agosto 2017

Max Rose, uno degli ultimi film di Jerry Lewis. E la diffidenza coriacea della critica americana





Nel maggio del 2013 a Cannes ho ripreso con l'i-phone l'arrivo di Jerry Lewis nella sala del Sessantesimo in occasione della proiezione di "Max Rose". Enrico Ghezzi e Lorenzo Esposito, in attesa dell'arrivo del Chief. Ma non sono sicuro che queste immagini appariranno mai......



Roberto Silvestri



Domanda:     “Le piacerebbe fare un film senza gag?



Jerry Lewis:  “No”



Non ho mai incontrato Dean Martin che con Jerry Lewis faceva un duo esplosivo. Erano come l'acqua e l'olio. Perfetti. Diversi.
Ma. La quarta e ultima volta che ho visto la demoniaca energia di Jerry Lewis dal vivo è stato a Cannes nel 2013 quando, nel finale del festival, ha presentato uno dei suoi ultimi film da attore, Max Rose, di Daniel Noah, nel quale interpreta il ruolo di un anziano pianista di jazz. Saranno solo due i film successivi, Finché sorte non ci separi 2 di Roberto Santucci (2013) e I corrotti di A. e B. Brewer (2016). 
Però ho avuto la fortuna di conoscere Jerry Lewis nel 1982 grazie alla collega del Corriere della sera Giovanna Grassi che mi ha aiutato ad intervistarlo, sempre a Cannes (anche se è arrivata in ritardo perché non voleva perdersi le ultime sequenze di Et, innervosendolo non poco perché io non parlavo allora una parola di inglese, e adesso sì). Re per una notte, il grande fiasco di Scorsese, era in concorso quell'anno. Lewis era comunque anche in grande attività registica. Dopo Bentornato Picchiatello stava lavorando a Qua la mano Picchiatello e il copione, sul suo tavolo del Carlton Hotel era ben visibile e pieno di correzioni, segni e disegni. L'ordine disordinato, appunto. Un cagnolino piccolo e odioso come un topo gironzolava inquietantemente nella stanza dove ogni tanto faceva capolino la sua nuova moglie, Sam Dee Piknik, appena sposata da poche settimane dopo il divorzio con Patti Lewis. Alla fine dell'intervista, non priva di acrobazie, follie alla Marx bros. e performance da show man del super divo, tanta era l'emozione che ho preso in grande velocità il registratore. Ma era il suo, non il mio. Per evitare problemi registrava sempre le sue interviste.
E l'ho rivisto di persona, dopo Cannes 1983, a Londra nel 1997 (trionfale performance nel musical Damn Yankees, in platea anche Vieri Razzini e il critico di Cinema Nuovo Maurizio Del Ministro, che di Jerry Lewis era il sosia ancor più di Celentano) e a Venezia 1999 - quando Muller gli ha reso un meritatissimo omaggio consegnandogli il Leone d'oro alla carriera - come si vede da queste foto e immagini che ho scattato nella Sala del Sessantesimo. Un grande ingegno, Jerry Lewis - The Chief (come era scritto sulla porta del suo ufficio), prima ancora di essere quel comico irresistibile adorato da Orson Welles stupefatto dalle cose pazze che succedevano nei night club, con Dean e Jerry che mettevano tutto a soqqadro, saltavano sui tavoli, mangiavano nei piatti dei clienti, tagliavano le loro cravatte e li facevano letteralmente "pisciare addosso dal ridere". I film del duetto, quelli di Tashlin a parte, non erano all'altezza dell'anarchia devastante degli show live, ma tutti gli isotopi lì sparsi vennero poi riorganizzati e potenziati nelle opere di Jerry "regista più rivoluzionario d’America", come scriveva Godard, oltre che "uno dei suoi uomini più sexy" (Marilyn Monroe). Lui, che considera, con modestia cristallina, Burt Reynolds e Cary Grant "le migliori commedianti femminili di tutti i tempi". E non si tratta di una boutade.
Gemma radiosa della comicità transmaschile e transfemminile Jerry (ricordate la sua imitazione di Carmen Miranda?) è al di là e al di qua dei generi sessuali, cosa che mette in estremo imbarazzo i tanti reazionari e khomeinisti dell’immaginario, dentro e fuori gli schermi, che siano contrari o favorevoli al ‘matrimonio per tutti’: è il non matrimonio a destabilizzarli, il danzare indeciso tra i sessi e oltre…E poi l'artista non ha sesso, può interpretarli tutti. E'un corpo totalmente mutante, direbbe Alessandro Cappabianca.
La cosa infastidisce molto i giornali e l'opinione pubblica americana media. Misteriosamente. Pochi e tardivi i premi artistici ricevuti in patria. L'oscar solo onorario e per meriti umanitari. Il Golden Globe sfiorato solo decenni fa per Boeing Boeing, la commedia d'ambientazione areonautica nella quale Jerry voleva sostituire Dean con Tony Curtis senza riuscirci ma creando un cocktail originale di sensualità e anarchia. Ma la diffidenza critici-Lewis ha antiche origini, nonostante gli sforzi di Peter Bogdanovich e pochi altri.  



Prendiamo il Los Angeles Times che dalla Croisette 2013 in un pezzo rovente firmato da John Horn* (è proprio il suo Little Big Horn) contro di lui e contro i francesi che lo hanno sempre adorato (acutamente, straordinariamente a ragione), ricorda che "Jerry non fa davvero più ridere nessuno da quando Eisenhower fu eletto presidente". Il che può essere anche vero. E dovrebbe un po vergognarsi di questo, mister Horn. Che per fortuna non ha scritto il necrologio di questo genio scomparso della commedia slapstick perché perfino il Los Angeles Times non esagera in autolesionismo. C’è infatti molto poco da ridere in e di un’America che inizia a fare guerre ingiuste, rinnegando Roosevelt. Corea e Vietnam, Iraq e Afghanistan sono una escalation di orrori da far smettere di girare film qualunque cineasta dotato di coscienza, cosa che Jerry Lewis ha fatto. C’è qualcosa di ‘oltre la risata’ che Jerry tocca, uno spazio artaudiano di crudeltà subumana mai scoperto prima, che Jerry scardina, sovrumanamente.
E’ una risata egemonica che tanti altri critici anglofoni non hanno il coraggio di provare. Andrebbero in mille pezzi. Esploderebbe la loro coscienza. In fondo quando fu eletto presidente Eisenhower ci fu un’altra cosa strana e indefinita che nacque assieme alla risata ad ultrasuoni di Jerry. Il rock. Vi dice niente? Che sia il migliore comico maschile e il migliore comico femminile e il migliore comico ibrido di tutti i tempi, Jerry, non c’è dubbio.  Astronauta dello sconosciuto, Lewis è il feddayn dell’autoanalisi americana. Yiddish e arabo nello stesso tempo. Mai ortodosso. Troppo coraggioso per tutti, dunque.
Lo scopriranno i critici Usa primo o poi? Per ora sono troppo lenti. Teleguidati da Andrew Sarris che neanche lo nomina nella sua bibbia gerarchica sui registi di serie A, B, C, D...., American Film. Speriamo che siano diventati rock il giorno del necrologio... 
E cosa dire all'amico e ex collega di Hollywood Party David Rooney, l'aussie che scrive (su Variety) di meravigliarsi di trovare Max Rose in competizione ufficiale a Cannes (come se chissà quale perle ci fossero), aggiungendo perfido cose velenose sulla vecchiaia di Jerry: “ a staggeringly artless geriatric soap that sinks its dentures into every trite platitude about aging, mortality, regret and surrender, only to regurgitate them again and again. Starring as a jazz pianist, Lewis says of one particular gig, 'I was playing simplistically and way too melodramatic.' Sadly, he could be talking about any aspect of this sub-Hallmark Channel schmaltz”. Cosa rispondere se non che ‘semplicità’ e ‘melodramma estremo’ sono gli ingredienti alchemici di un grande cinema non consolatorio e non adagiato sul sì, non alla vita, ma allo stato di cose criminali vigente? Sono gli ingredienti bastardi e avulsi  di L’Idolo delle donne, giustamente riproposto sulla Croisette, e di Le folli notti del dottor Jerryl di cui Max Rose è la versione  soft, da classe differenziata per critici. Strano che un collega australiano così prestigioso, ma per anni in Italia ed esposto alla scienza della farsa, come Rooney, non li apprezzi. Complessità e melodramma borghese sono l’estasi per Rooney?
In Max Rose Jerry è un pianista di jazz che prima di essere schiaffato in una costosissima e orribile casa di riposto di vecchie glorie della performance (compreso un coriaceo sindacalista di sinistra) e di morire a sua volta, scopre che la moglie defunta, amata senza tradimenti per 65 anni, ha avuto una storia obliqua con un divo del cinema (che poi si scoprirà, essere Dean Stockwell in persona, come darle torto?) con il quale Jerry fa un duetto che trasforma quelli bergmaniani tra Max von Sydow e Gunner Bjornstrand in un confronto alla Ferilli/Servillo. Il cattivo umore, l’antipatia, la durezza di atteggiamento rispetto alla vita (non solo americana) il voler mettere tutto a soqqaudro, la voglia di rivoluzione totale che Jerry ha trasmesso a tutti i ragazzi del mondo, equivalenza cinematografica del grande affondo involontario di Elvis, delle spalle date al pubblico da Miles, del ghigno di Cybulsky e Brando nei Selvaggi, si stemperà appunto in un nietzschiano Yes, I hope. Come ai tempi di Buddy Love. Cannes 66 è poco degno di Jerry.




* Lo stesso Horn si è divertito un mondo nello scrivere, sempre da Cannes 2013, che Jerry Lewis considerava il suo film inedito (che vedremo solo nel 2025) The Day the Clown Cried bad, bad, bad scambiando un giudizio etico per una critica estetica. E aggiungeva: "Si tratta di uno dei più grandi fiaschi della storia del cinema, paragonabile a Il cancello del cielo, Isthar e Howard the Duck". Strana considerazione per un film mai uscito sul mercato.





 
Jerry Lewis in Abruzzo, dai parenrti della prima moglie

Jerry Lewis cos'è l'arte per lei? chiede Peter Bogdanovich. "L'arte? Un uomo col pennello, con una storia, con una canzone, una donna che grida. La marionetta. Un cucciolo. Qualcosa di tenero. Una donna è l'arte....Il desiderio di un uomo per lei è perfino più artistico...E quando la cosa è reciproca siamo all'apoteosi artistica



It boy. Elogio di Jerry Lewis







Roberto Silvestri







the it boy è morto pochi giorni fa a Las Vegas. Che strano posto aveva scelto per vivere, il Nevada dei casinò e del super sfruttamento del lavoro "giocoso". Lewis negli ultimi anni di vita, forse, voleva dimostrare di non aver paura di lottare, nella società dello spettacolo, proprio al fronte, contro il suo cuore più splendente e mafioso. Anche se non poteva più fare, da decenni, il suo cinema, Jerry Lewis è stato sulla scena sempre, fino all'ultimo respiro.

La prima immagine che viene in mente, infatti, pensando a Lewis è la sequenza del gangster gigantesco che, nel camerino del Copacabana Club, gli spiaccica in bocca un sigaro finto cubano e vero dominicano verde. Gli attori, i cantanti, i ballerini, gli acrobati, i clown, bisogni controllarli. E non solo per pagarli meno. Sono bombe atomiche d'immensa potenza distruttiva, se non stanno in riga. 

Ribellarsi è giusto scriveva Mao. E Jerry è stato la sua guardia rossa più fedele. Indisciplinati di tutto il mondo unitevi! Se la disciplina è quella imposta dalla guerra fredda e dalla paura atomica, dalla cacciata di Chaplin il rosso il 6 settembre 1952, dai processi a Henry Miller, Lenny Bruce e Allan Ginsberg per oscenità, dal razzismo e dal sessismo come valori chic e dal bene privatizzato che schiaccia il bene comune, studiamola, conosciamola, seduciamola, proprio come faceva Warhol con i gioielli della società dei consumi, questa disciplina dei corpi, e poi colpiamola a morte. Con il rock'n'roll. I teddy boys. Le riot girls. La controcultura. Le droghe che dilatano la coscienza. Con il cinema cool e hard di Lewis giovane, in coppia con Dean, e di Lewis solitario, regista adulto nei due decenni 70 e 80. Già. Non è più tempo di guardie rosse proprio da quando Jerry Lewis è stato espulso dai set che decostruivano e criticavano tutto quel che Hollywood produceva. Con l'arma della risata che seppellisce. Della risata che allungata troppo (come solo Lewis, come un Tarkowski picchiatello, sapeva fare) diventava emozione acida, indigesta, quasi esiziale. La parodia fa ridere, ma la satira fa infuriare e può uccidere. Prima si ride sopra un po' poi ci si incazza a lungo. E' roba serissima la satira. Godard lo diceva. Solo Lewis fa cinema rivoluzionario negli States.  

Prima di scegliere Las Vegas pargolo ebreo del New Jersey, nello spettacolo fin da cucciolo,  Lewis aveva vissuto, con la sua moglie italiana, di tradizionalissimi valori, a San Diego. La rottura coniugale avvenne dopo Le folli notti del dottor Jerryl, quando Lewis prese in giro Dean Martin e sua moglie trovò quel fatto e quel Buddy Love sciupafemmine, profondamente immorali. E siccome la moglie controllava i suoi script e consigliava tagli e finish (fino ad allora con intuito impeccabile) i due si lasciarono: "Ogni suo consiglio mi è stato prezioso". Ma Le folli notti sarà il suo film che incasserà di più, 30 milioni di dollari.  Il mondo cambiava.  Il Vietnam avrebbe capovolto vita e storia, comportamenti e nevrosi. Molte disgrazie familiari e fisiche lo avrebbero allontanato dai set. E dal trionfale decennio Reagan/Bush che già anticipava l'orrore Trump. Non un osso di Jerry Lewis era intatto, nella tomba. Si dava completamente alla gente. Aveva sposato la lezione di Groucho Marx.

Un suo vicino di casa a San Diego incontrato sul treno negli anni settanta mi disse: "che magnifica persona è Jerry Lewis!" Si riferiva alle sue innumerevoli attività benefiche? Non  solo. Ma i cronisti ignoranti, i critici saccenti e gli intellettuali snob della Manhattan bene che lui non mancava di mangiar vivi costruirono l'immagine mediaticamente inaffondabile del guitto che si dà arie colte, del parvenù autonominatosi maestro del pensiero, capace di sedurre solo la rive droite e la rive gauche per aver insegnato all'università della California come essere un total filmmaker. Tra gli allievi Lucas e Spielberg che, come lui, sono un po' scomparsi dai propri film. Pensate a una cosa tipo Ferrara che "impone", grazie a troppi media compiacenti, il luogo comune di Benigni trasformatosi da buffo comico in presuntuoso, insopportabile, saccente, e perfino buonista "nemico del popolo". I metodi zdanoviani sono quelli della modernità liberista, si sa. Eppure. Lewis era "tra i dieci uomini più sexy d'America" nella classifica erotica privata di Marilyn Monroe. E da allora molti critici invidiosi e molti uomini tromboni cominciarono a odiare lui ("perché prende in giro e sfutta commercialmente gli handicappati") e i suoi film (futili, sciocchi, noiosi, ripetitivi). Maurizio Liverani, mio compagno di classe alla terza C del liceo Augusto di Roma, intelligente più che secchione, oggi si direbbe un moderato vincente e moderno, non capiva l'entusiasmo per un cinema così stupidino, "alla ciccio e franco". Futile. Al liceo non si insegnava Lacan. Futile. Parola latina che ha a che fare con la fuoriuscita di liquido dal vaso, spiegò Lacan in un corso. Uscire fuori dal vaso, verso la libertà, è possibile. Era il messaggio che i bravi della classe non volevano proprio capire. La gerarchia vigente gli dava ragione. La meritocrazia è stata il nemico pubblico n.1 di Jerry. Il semplice autista della ricca bimba ereditiera sconfiggerà, perché anima bella, in I sette magnifici Jerry tutti i suoi zii presuntuosi: il gangster professionista, il capitano di vascello avventuroso, il pilota d'aereo eccentrico, il clown cinico, il fotografo alla moda, il detective astuto......

Ci sono due categorie di cineasti, scriveva il sommo critico francese Bernard Eisenschitz.  Quelli sani come un pesce, vere forze della natura, come Hawks o Walsh e quelli i cui film nascono nella febbre, come Jean Vigo e Nicholas Ray. Boris Barnet e Jerry Lewis appartengo invece a tutte e due le categorie. Peccato che i film diretti da Lewis nel periodo di "notte dell'anima" li possiamo solo immaginare. Sarebbero stati belli e feroci come quelli di Stuart Rosenberg, John Frankenheimer, Billy Wilder e come quelli di Arthur Penn, che era stato un suo assistente alla regia, e il motivo per cui non si sono fatti e che Jerry Lewis non avrebbe tollerato neanche un minimo compromesso, cosa che invece....


Negli ultimi anni si sono ripetute le manifestazioni di rasarcimento artistico, in tutto il mondo. Non solo parigi. Venezia, grazie a Marco Mueller e a Giulia D'Agnolo Vallan, il Moma,  e Vienna, in occasione di una cui retrospettiva molto ampia abbiamo scritto, nel 2013, questo articolo.   









Cento minuti di risate e divertimento sono già di per se’ un messaggio” (Jerry Lewis – “Scusi dov’è il set”)

Tutti a Vienna dal 18 ottobre al 24 novembre 2013. L’occasione è speciale, una retrospettiva – sottotitoli tedeschi - dedicata dalla Viennale (quest’anno interessata anche al cinema etnografico, asiatico e allo spagnolo Gonzalo Garcia Pelayo, www.Viennale.at) a Jerry Lewis, l’unico artista americano che piace soprattutto ai critici marxistien francesi (che sono i migliori). Vedremo oltre 30 lungometraggi, produzioni televisive e una serie di documentari. Grazie a Hans Hurch, il direttore della Viennale. 
A Truffaut, Godard, Robert Benayoun, Noel Simpsolo, Serge Daney, Giuseppe Turroni, Ungari&Aprà, etc... non sfuggiva la profondità e la efficacia artistica di ogni sua gag… erano gli studiosi che hanno sempre contrattaccato le opinioni della critica più conformista e addormentata.

Odiato infatti ancora da gran parte della critica statunitense mainstream, nonostante una carriera di successo cinematografica, televisiva, teatrale e musicale, in coppia e da single, come attore, come fenomeno e come regista, mai un insuccesso, mai un flop, da Bell boy a Telethon, cose che nell’ America per bene contano quasi come un giudizio di dio, eppure Jerry Lewis, nato in New Jersey 87 anni fa,  dovrebbe essere invece disprezzato o almeno frainteso o incompreso, soprattutto dalla cultura europea, spesso spassosamente trombona. Anche perché il comico si vanta da sempre di essere un operaio, un fabbro dell’intrattenimento estremamente particolare, specializzato  nel ‘far scemenze’. Si può essere auteur anche in questo ambito futile. Questione di stile, aroma, dettagli, “mondo” unico. 

Lo afferma lui stesso delle sue performance, anche se non in senso dispregiativo (e aggiunge: “non c’è niente di più drammatico, infatti, della comicità”). Sempre dalla parte del torto, degli ‘ultimi’, dei diseredati, degli idioti, dei bambini, degli infelici, dei travestiti tristi, dei Keaton, dei distrofici muscolari di Telethon, delle minoranze, dei perdenti, degli spettatori-massa, dei diversamente abili... Perché? Avete mai visto un ricco che fa il comico? Impossibile. La comicità è per i poveracci, per gli ebrei, per i neri d’America e oggi per gli arabi e per i palestinesi (Elia Souleiman)… Nella tradizione teatrale popolare araba la coppia formata dallo stolto buono e dall'amico finto erudito è millenaria. Ciccio e Franco, Gianni e Pinotto e Jerry & Dean ne sono impeccabili eredi.


Forse perché il principio della comicità, ciò che fa ridere, e molto, è l’uomo drammaticamente inguaiato che butta palle di neve contro il ricco col cilindro. Il più piccolo contro il più grosso… ‘Quando recito ho sempre nove anni e a quell’età è possibile ferire, ma non si raggiunge mai la bassezza morale’. C’è violenza e violenza, come cerca di spiegarci molto più rozzamente perfino Romanzo di una strage (Marco Tullio Giordana fa la parodia di Rumor-Restivo alla caccia di Valpreda).  Noi siamo per la violenza più efficace, quella dei comici, vero teatro della crudeltà. 

”Come quando W.C. Fields spaventa a morte l’odioso ragazzino in banca: “Ti strozzerei con le mie stesse mani, se tu avessi il collo pulito”. O come Clifton Webb, quando, con un gesto di eccelso charme didattico,  rovescia la tazza piena di fiocchi d’avena al pargoletto che ha ‘in cura’ o Chaplin quando pesta il piede malato di un passante con la gotta  (The Cure, 1917) e fa precipitare da una collina un uomo con la carrozzella, o prende a pedate la signora grassa dopo aver dato da mangiare al cagnolino di lei il suo ultimo pezzo di sandwich… E tutto Stan Laurel. Che prima di lavorare con Oliver hardy fu plasmato nella band di Charlot. E restano i punti di riferimento artistici di Jerry.



Ma Jerry è un Chaplin o un Laurel - che erano ‘molto più duttili degli altri perché si occupavano sia di cose serie che di sciocchezze’ - nato nell’epoca del flipper e dei teddy boys e cresciuto durante la fine della Hollywood classica, quando si assiste al ricambio generazionale dello studio system e al reclutamento di attori a basso costo post-maccartisti, di quella chiamata alla leva per le guerre in Corea e nel nord est asiatico;  svezzato nella coloratissima e sorprendente, buffa e luccicante cultura pop. 

E che trova nello ‘sguardo sconfitto’ una bellezza e luccicanza speciale, e in technicolor fiammeggiante degno di di Arthur Freed. La potenza costituente di un mondo a venire ‘altro’, capace di rovesciare le gerarchie e non irridere chi è schiacciato ma di ridere con lui, essere contemporaneamente lo ‘schlemiel’ e lo ‘schlimazel’: chi rovescia la coca cola e i pop corn perché inetto e chi se li ritrova addosso perché sfigato.

E che pratica - negli anni ruggenti degli hippies, di Led Zeppelin e del Black Panther Party - la soggettività desiderante, obiettivo: un mondo capace ‘di non reprimere ciò che ti fa venire la pelle d’oca, i sogni, le stelle cadenti, i desideri, i soldi nella fontana, le utopie’. 
E tutto questo a forza di risate a crepapelle, di ruzzoloni clowneschi da spaccare la schiena - bomba atomica d’immensa potenza spirituale -  che hanno modificato davvero in meglio i rapporti di forze tra i prepotenti e gli indignados. Nascondendo sempre il messaggio, però, l’osservazione a carattere sociale. Ma prestandosi, qualche volta, a un feroce gioco di allusioni, prima durante e dopo la gag.
Per esempio. L’egualitarismo sul set. Con un capovolgimento sottolineato (anche troppo comicamente) dell’assetto gerarchico della troupe e dei modi di produzione. Alberto Grifi imparerà.


E’ celebre la presenza negli studi dove si girava un film di Lewis di una tribunetta per far assistere ai bambini alcune riprese; e di un tavolo con 150 tazze da caffè, ciascuna ‘personalizzata’ con i nomi di battesimo di tutti i componenti tecnico-artistici-operai dei film. 
E l’ossessione del ‘lavoro’, analizzato nel celebre saggio di Dana Polan Working Hard, Hardly working (2002), che ripercorre un po’ tutti i personaggi-lavoratori ‘nel presente’ dei film diretti da Lewis stesso o da Tashlin: “The Bellboy”, “The Nutty professor”, “The errand boy” e cioè l’impiegato d’albergo, l’insegnante, il cartellonista, e poi ancora il porta mazze da golf, il pilota d’aerei, il clown, il fotografo, il disegnatore a fumetti, il gangster, il detective, il disoccupato che diventa factotum, il porta cani d’hotel, il cameriere, il postino, l’infermiere, l'autista… 

A differenza di Scorsese o Eastwood, Lewis non predilige l’affondo storico di profondità o l’analisi del passato attraverso i suoi protagonisti più illustri (Scusi dov’è il fronte, stravagante satira dell’hitlerismo, e l’invisibile - fino al 2025 - The day the clown cried sui campi di sterminio nazisti, a parte). Ma affronta sempre il presente del lavoro alienato degli umili e lo scontro tra avidità e arroganza dei padroni e corpo indocile a qualunque disciplina e ritmica obbligatoria da stupefacente scienziato della lotta. La prova? Un uso strepitoso della la tecnica dello ‘slow burn’, del lento esplodere della rivolta, dal dentro al fuori, o almeno di un moto di indignazione furibonda, nel suo personaggio, rispetto alla situazione di sfruttamento subita sempre meno indocilmente. What if? diceva Danny De Vito insegnante di sceneggiatura del film di Todd Solondz The Wiener Dog (2015). E aveva davanti (fuori campo) le immagini delle metamorfosi di quell'attore comico straordinario chiamato Jerry Lewis. Ovvio che i suoi allievi lo prendessero in giro.
Sono invece più di 50 i gradi intermedi di passaggio tra un cuore colpito e un corpo che reagisce al sopruso esistenziale, alla disciplina della famiglia e alla sorveglianza del biopotere. Jerry, che di Michel Foucault è l'involontaria, istintiva, mascotte, li interpreta tutti. E quando il volto supera, in tecnica, ogni variazione Guinness (Alec), arriva il corpo a contorcersi distorcersi, allungarsi, trovare la posa innaturale che solo decenni di avanguardia figurativa e di cartoonist dineyani e eretici hanno immaginato possibili. E quando il corpo non basta ecco il paesaggio intero a reagire, commuoversi, infuriarsi: a jerrylewisarsi. E così tutto il reparto di elettrodomestici esplode. E il set dello Studio cinematografico. E lo studio del maestro di musica. E la stanza d'ospedale, paziente totalmente ingessato compreso.... 

E poi. Il coautore della sceneggiatura di Jumping Jacks* (1952), in Italia Il caporale Sam, il sesto film di Dean Martin & Jerry Lewis, è Robert Lees, un black listed. E un altro scrittore comunista Alfred Lewis Lewitt, collaborò con Jerry Davis, il battutista di Jerry Lewis a Las Vegas negli anni più bui dello spettacolo Usa quando, come si evince da molti sketches lewisiani, la mafia ormai poteva mettere le sue manacce sporche sull’affare show business, per tenere più bassi possibili i salari dei performer, perché i sindacati di classe erano stati sconfitti definitivamente, e non senza colpe strategiche dei loro leader come Sorrel, dopo lo sciopero Warner del 1947.  
Inoltre. Se la scatenatissima ‘it girl’ degli anni dieci e venti aveva modificato per sempre l’identità della donna americana (e non solo), scaraventandone il corpo fuori dal puritanesimo vittoriano e sciogliendola da ogni legaccio e da ogni ‘busto’, materiale e immateriale, che ne impedivano i movimenti liberi e autonomi, la stessa sublime cosa avvenne nel secondo dopoguerra, e oltre, anche per il maschietto, wasp o meno, grazie soprattutto alle performance comiche eccezionalmente, irresistibilmente divertenti ed ‘en travestì’ di questa grande icona pop, di una ‘Clara Bow dai capelli a zero’, di quel pericoloso ventenne longilineo di Newark, suffragetta incontenibile, e sosia di Carmen Miranda, che utilizzò il night club, la radio, la televisione, il cinema, un partner eccezionalmente usato e adorato, il comics, il musical e la canzonetta per compiere un’operazione di iconoclastia iconofila radicale, sofisticata, colta e complessa, anticipando la rivoluzione copernicana dei transistor, degli ‘acidi lisergici’ (The Nutty Professor) e del sesso polifunzionale. 

Prima della controcultura, del ‘camp’, di Timoty Leary e di Elvis c’era solo Jerry a dilatare la coscienza e a svitare i corpi slegandoli da ogni comportamento ‘automatico’ e dogmatico. Senza di lui avremmo difficoltà a comprendere l’America traumatizzata dalla morte di F.D.Roosevelt e che passa, in un continuum horror, da Truman a Nixon, dalla Corea alla Cambogia al Cile,
dalla bomba atomica fatta esplodere per sadismo geopolitico sul Giappone già sconfitto ai due Kennedy, Malcolm X e Martin Luther King assassinati, dal maccartismo a Jules Feiffer, dal Borsalino obbligatorio per tutti alla fine definitiva del ‘cappello da uomo’ e forse perfino del ‘maschio’ come lo conoscevamo dall’antica Roma…Buon lettore di Adorno e Horckheimer, e ben prima di Barthes, Jerry Lewis ha messo a soqquadro tutti i miti consumistici californiani decostruendoli con furia catastrofica e apocalittica, non senza deviazioni feticistiche e concessioni alla qualità del design, dall’automobile dalle lunghe ali al frigorifero panciuto e color pastello, dal football alla piscina, da Hollywood al materasso d’acqua, dagli astronauti al baseball, dalle carte di credito al drive-in, dal mall al cocktail bar, dal boeing al country&western, alla televisione a colori e alla cosmesi estrema.
Che l’uomo ‘più sexy di Hollywood’ (Marilyn Monroe) sia anche stato – finché è riuscito a girare e mostrare i suoi film a tutti - il cineasta ‘più rivoluzionario d’America’ (Jean Luc Godard), e non solo per l’uso sperimentale delle tecnologie d’avanguardia come il nagra e il monitor tv sul set,  non fa che traghettare una stessa definizione bifronte (il rivoluzionario festivo e sexy) che ben si addice a Lewis, attore, total film-maker e intellettuale mai riconciliato, dagli anni 50, quando si covava negli Stati Uniti la rivolta, dei costumi, dei linguaggi, delle forme estetiche e dei valori, agli anni 60, quando i tumulti totali divamparono davvero ovunque e furono così devastanti da ben meritare la repressione più svitata e picchiatella: prigione e morte ai most wanted, la devastazione sociale per tutti i ceti deboli, la fine del welfare, dell’assistenza, dell’istruzione, della televisione e della sanità pubblica, l’orrore dei ghetti e degli slums,  la droga pesante capillarmente introdotta per ordini superiori…Un paesaggio difficile da percorrere per chi era abituato alla delizia, seppur apartheid, dei burbs infiocchettati. E invece.

Il Vietnam, l’orrore di una invasione ingiusta, esito però di quasi cento anni di massacri, sfruttamenti e crimini interni, e il ‘Vietnam domestico’, quando il crash razziale divenne il campo di battaglia per una soluzione finale capace di ottimizzare i profitti delle ipercompany. Lewis rispetto a quel mondo cambiato, fin dagli anni 80, da Reagan e Bush sr., ha compiuto un tragitto di esodo e di fuga. Dal 1965 al 1978 ha sofferto di dipendenza da psicofarmaci dopo una frattura alla spina dorsale e anche per tragedie familiari legate alla morte di un figlio in guerra (su est asiatico appunto).  Come Jesse Owens 30, 40 anni dopo l’alloro di Berlino certo non si muoveva più agile e ‘tagliente’, pesce nell’acqua, come allora.  
Jerry Lewis a Cannes 2013
         
 A Lewis piaceva molto una gag di Harpo Marx, che sta appoggiato a un edificio di dieci piani. “Che fai lo tieni su?” gli dice il poliziotto. Harpo annuisce. Il poliziotto dice: “Togliti di lì”, Harpo se ne va e l’edificio crolla. E’ vero. E’ l’ America che fa crollare i suoi stessi edifici e monumenti più giganteschi… Tutta la carriera di Jerry Lewis è il racconto dell’ auto distruzione catastrofica di questa America.

* Jumping Jack è il salto a gambe aperte che si fa quando si fa ginnastica, in particolare durante la naja