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domenica 12 novembre 2017

Mahraganat per l'Egitto. Sinestesia Cairo '13, il film di Maged el Madhi sulle due rivoluzioni di piazza Tahrir

Maghed el Madhi

La primavera di piazza Tahrir, la prima e la seconda insurrezione di popolo che hanno deposto prima il militare Mubarack e poi il laico Morsi che stava attentando alla Costituzione e ai diritti delle minoranze religiose (capoti) e delle maggioranze sociali (le donne), spingendo verso la sharia. La guerra al terrorismo islamista dell'esercito, fino alla paranoia dei servizi segreti e all'uccisione dello studente italiano, ancora rimasta senza responsabili plausibili. Una nuova (e coraggiosa) generazione di registi mostra sul grande schermo sogni e delusioni di un Paese che sembra ripiombato nell’incubo. Come il cineasta egiziano che vive in Italia da tempo Maged el Madhi e il suo ultimo film, Sinestesia-Cairo ‘13 che dopo 4 anni di difficilissima produzione e post produzione (nonostante il costo quasi zero del film, 22 mila euro) esce finalmente in prima mondiale questa sera, 12 novembre, a Roma, al cinema Savoy 2 nell'ambito del Med Film Festival 2017.
 

ROBERTO SILVESTRI


Il torturatore compie il suo dovere, scrupolosamente, smembrando un giovane sovversivo che lo Stato ha catturato. Intanto i figlioletti del carnefice giocano tranquilli nella stanza accanto. È Brasil, un frammento barocco dal film indignato di Terry Gilliam dedicato nel 1985 ai desaparecidos sudamericani. Una sequenza simile, profeticamente agghiacciante, compare ne L’inverno che passò (El Shetta Elly Fat), un potente film egiziano sulla rivoluzione del 25 gennaio 2011, dal titolo non casuale. Sotto i ferri sapienti dell’ufficiale di polizia al di sopra di ogni sospetto, verrà massacrato questa volta un attivista dei diritti civili, di professione informatico, che non vuole tradire i compagni.
La tragedia, nonostante cellulari, internet e schermi di tutti i tipi che informano in tempo reale sugli abusi polizieschi, è che la moglie del militante scodella nel suo programma tv, mentre l’amato è sotto torchio, la verità ufficiale di al-Sisi: senza leggi speciali e una costituzione autoritaria non si batte il terrorismo.  
Gira i festival internazionali di tutto il mondo questa opera coraggiosa di Ibrahim El Batout, che in perturbante stile heavy metal (in Ain Shamps, nome di un quartiere popolare del Cairo, 2008) aveva già anticipato assieme a Heliopolis e Microfono di Ahmed Abdallah i motivi profondi della insurrezione di piazza che cacciò Mubarak.
Quando i temi che si affrontano sono pericolosi o per decenni addirittura tabù, ecco che si impongono forme nuove di racconto. Il genere più malleabile e incontrollabile è il documentario di profondità, il cosidetto cinema del reale, perché non imbalsama le immagini, come fa la propaganda o il catechismo del realismo doc, infastidito dal dettaglio pazzo che sfugge all'analisi sociologica. Non che qui non ci sia, a monte, una sostanza conoscitiva densa. Non che non si diano risposte. Anzi, le esplicita anche di più, perché di solito il documentarista indipendente narra in prima persona, entra in campo, ci mette la sua faccia, il suo sguardo, le sue orecchie e il suo naso. Se il reale è complesso bisogna sviluppare una appercezione multisensoriale. Il metodo è quello di scompaginare le carte, cambiare le prospettive e i paesaggi. Trovare segni altrimenti decifrabili, sensuali più che visivi solamente, rischiando il nonsense. Come si fa a rendere con parole e immagini le sensazioni di meraviglia per una rivoluzione di strada imprevista o il non sentirsi al sicuro nel Paese riconquistato dall’Esercito che assicura l'ordine e il rispetto della Legge? Bisogna fare ricorso a tutti i sensi quando tutti i sensi sono in pericolo.


È quel che prova a fare un giovane cineasta egiziano che vive da anni a Roma, Maged el Madhi, con il suo nuovo lavoro Sinestesia-Cairo ‘13. La libertà assoluta costa, pochi gli aiuti dati dai produttori italiani, anche off off, sordi alla transculturalità. «Trovare i 18 mila euro di budget per girare è stato difficilissimo E me ne servono ancora 4 mila». Ora è al montaggio sonoro del film girato al Cairo tra il 2013 e il 2015. Maged è tornato in piazza Tahir nei giorni della seconda insurrezione, tra giugno e luglio 2013: quella che portò all’arresto di Morsi. Ed è rientrato nei mesi scorsi per capire, anche attraverso interviste a studiosi e gente della strada, com’è l’Egitto del generale al-Sisi, che ha messo sì fuori legge i Fratelli Musulmani, ma sta ritoccando, anche lui in senso autoritario, la Costituzione.
Nel frattempo il turismo è crollato, come l’economia. E, assicura un cammelliere della necropoli di Giza, «la Sfinge piange», perché senza visitatori «non abbiamo i soldi per restaurargli il collo, il più eroso ogni anno dagli agenti climatici. Guadagnavo 800 lire egiziane al giorno, oggi niente». E Morsi? Il primo presidente non militare eletto? Un tassista che lo ha votato è furioso e appoggia il ritorno del movimento in piazza Tahrir. «È un incapace, fa finta di essere un vero musulmano ma in realtà opprime le donne e abbassa i salari». C’è nostalgia di Nasser: «Almeno ci ha dato le pensioni». Già, ma la sua riforma agraria fu una presa per i fondelli... 
Le manifestazioni indette dal partito al potere, e finanziate dal Qatar,  vengono represse. Maghed le riprende a distanza. «Sono rientrato al Cairo due ore prima del coprifuoco. Ho girato in camera car, perché la polizia del Cairo aveva proibito le riprese e per evitare problemi con i manifestanti e i lacrimogeni… Il mio accento egiziano, modificato dal soggiorno italiano, li rendeva diffidenti e, a parte gli amici, tutti mi credevano una spia e la situazione era estremamente tesa. Sono stato fermato dalla polizia due volte mentre riprendevo con il videotelefonino. Mi è andata bene». La psicosi della spia. Qualcosa che ci ricorda Regeni.
La situazione precipita. Nello scontro a fuoco di Kerdasa restano uccisi 50 fratelli musulmani e 11 soldati. Morsi non è più presidente. L’esercito assicura che il suo ruolo sarà solo quello di garante della Costituzione, al di sopra delle parti. Ma la felicità per la fine dell’incubo fondamentalista dura il tempo di una notte di gioia e di fuochi d’artificio. Non sarà più permesso alle bambine di 9 anni di diventare mogli, e la sharia (per ora) non passa, ma il capo dell’opposizione democratica, Baradei, dopo un tentativo di mediazione politica con Morsi lascia il Paese per l’ennesimo esilio. Considera l’arrivo di al-Sisi al potere, nonostante la richiesta di una piazza imbufalita, un colpo di Stato. Quarantuno mila saranno gli arresti successivi, e non tutti di militanti dei Fratelli musulmani. Dodici mila sono tuttora in galera. Amnesty protesta per le condizioni di detenzione e parla di torture. Gli scomparsi negli ultimi due mesi sono 340, scrive il Middle East Monitor. Poi Giulio Regeni.

In una sola immagine Maged el Madhi cerca di sintetizzare il senso del film. Gli uccelli svolazzano liberi nel cielo, ma ecco che vengono minacciati da un gigantesco aereo militare. L’uccellaccio meccanico che, nella metafora, li sovrasta e controlla. Eppure quel segno del cielo è anche di vitalità. Segno, non prodigio: semeion, non teraton, era nel Vangelo secondo Giovanni la parola scelta per dire “miracolo”
Ricominciano le manifestazioni, sempre più represse. «Perché il sangue dei martiri del 25 gennaio vale così poco?», si chiede una donna. Intervengono anche diversi artisti egiziani. Lo scrittore Sonallah Ibrahim, nonostante un sonoro imperfetto (ma diceva Edgar Morin che la tecnica vacillante nel cinema diretto è un senso in più, perché immedesima lo spettatore nella drammaticità di una situazione incandescente) a ribadire l’impronta laica, operaia e giovanile del movimento. Il pittore Mohammed Ablak, che nei suoi quadri multicormatici alla Miyazaki, giustappone le casupole sbilenche del centro storico di una volta alla gentrificazione imposta dalle multinazionali che controllano il paese e il suo esercito. E il musicista (Moustapha Rizk), che guida il ritmo danzante della telecamera curiosa di el Madhi puntata su una popolazione (di 90 milioni) attenta e laboriosa, ironica e coraggiosa. Pronta a esplodere nuovamente.

Il cineasta italo-egiziano ha vinto il festival di Torino nel 2012, con l’opera prima Io non parlo bene, danzo meglio, originale racconto in diretta della moltitudine organizzata e combattente di piazza Tahir e dell’orrendo stato socio-sanitario di un Paese che conta 12 milioni di cittadini, soprattutto giovani, malati di epatite C. Pronti a gettarsi contro i carri armati di al-Sisi da un momento all’altro. A povertà e violenza di stato crescente, corruzione, tangenti, elezioni farsa, acqua e cibo avvelenati, sindacati autonomi cancellati, arte umiliata, fogne pestilenziali, la scuola realista egiziana degli anni Ottanta poteva solo accennare. 
Ma Abdallah, El Batout e cineaste come Kamla Abu Zekri e documentaristi di profondità come Maged el Madhi, sono i gioielli di una generazione di artisti che ha imposto sullo schermo, in stile scandalosamente moderno anche altri argomenti scottanti: aids, ateismo, omosessualità, molestie sessuali, fascismo integralista, mercato degli organi umani e desaparecidos, con la grinta etica e la passione politica dell’amata maestra Attiat el Abnoubi e dell'adorato maestro del cinema arabo moderno, Yussef Chahine. Parlando, proprio come lui, il lessico della strada. Che nel frattempo è cambiato. Graffiti, comics, rap, hard rock hanno dato ritmo e velocità da social media a film in forma di Mahraghanat, la sbeffeggiante moda musicale dei quartieri proletari che sono scesi in piazza, proprio come un secolo prima (nel 1919), e sanno reagire anche questa volta, alla seconda sconfitta.