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martedì 17 aprile 2018

Cratere. Non reale, ma inverosimile plausibile










Roberto Silvestri

Un vero manifesto teorico, forse troppo esplicito e gridato (l'intenzione sembra buona: indicare un sentiero per uscire dalla morsa “verismo, naturalismo, realismo, neo-neo realismo e cinema del reale” che paralizza il nostro immaginario) era stato scelto dalla gang della Settimana della critica per aprire provocatoriamente la sezione di frontiera della Mostra di Venezia. E in questi giorni esce nelle sale italiane questo Ufo, Il cratere. Usiamo in senso affettuoso il termine "Gang" per definire gli esperti raccolti da Giona Nazzaro, come l'avrebbe detto Nagisa Oshima. Ricordate quando il cineasta giapponese mai riconciliato affermava che fare un film è sempre “compiere un atto criminale”? Si riferiva anche a una industria chiusa a riccio intollerante a tutto ciò che la mette in discussione. E non parliano poi di farne la critica. Cosa c'è di più criminale che fiancheggiare un crimine con  una argomentazione retorica (e dunque ingannevole)?    
Il cratere (niente a che fare con il Vesuvio, come sembrerebbe) è opera di coppia, diretta, prodotta e scritta con straordinaria strafottenza narrativa e spettacolare, anche nel rapporto tra finzione e documentario, da Silvia Luzi & Luca Bellino.  


Girata in digitale nei veri luoghi dell'azione (suburbi poveri di Napoli e Senigallia), è la radiografia implacabile, a camera sfacciatamente intrusiva, di un rapporto di coppia estremamente strano. Tra un padre che vende alle fiere pupazzetti in lotteria e la figlia adolescente, talento canoro naturale, una Maria Nazionale in erba, che potrebbe essere la soluzione di ogni problema finanziario ed esistenziale (se non psicotico). Sharon, sempre perseguitata dal padre, come Jerry Lewis in Quel fenomeno di mio figlio, tratta però il suo dono come qualcosa di giocoso non di professionale, vista la sua giovane età. Incide dischi, va in tv, certo, ma qualcosa non funziona ancora. La ragazza è troppo distaccata, non mette tutta se stessa nell'interpretazione, non arriva al cuore delle persone. Bisognerà addestrarla. Si distrae troppo. E allora. Niente amiche. Niente gioco con le palle. Va seguita. Va addirittura controllata con quattro telecamere.... A questo punto dovrà diventare invisibile, proprio come Cratere (che è una costellazione che, propio a causa della sua esagerata luminosità, svanisce alla vista) per sfuggire alla prigione edipica in cui lei e lui sono invischiati...


Padre e figlia sono gli stessi interpreti, Rosario Caroccia e Sharon Caroccia, indivisibili, inseparabili. Ma in maniera differente dal film, più convenzionale nello sviluppo narrativo, e molto meno perverso, che fu bocciato a Venezia due anni fa ma poi fece indigestione di premi perché le gemelle siamesi erano mozzafiato. 
Già la prima scena di Il cratere, infatti, svela tutto. Sharon, allo specchio, ripassa, ma danzando come fosse in uno show tv, la lezione di italiano e di francese: cos'è il verismo? cos'è il realismo? 
Verga e Flaubert (e Balzac, Zola, Courbet, Grosz, Stroheim, De Sica, Visconti... 
L'oggettività della raffigurazione, il non prendere posizione, da una parte, privilegiando la marginalità, la povertà e l'oppressione (che se non ci fosse bisognerebbe inventarla). Palazzeschi direbbe la "bellezza del derelitto".  E, dall'altra, lo scavo psicologico del personaggio tipico, che ci introduce fin nelle parti più intime della sua interiorità o spiritualità e invita a prendere posizione. E nel fuori campo uno pensa già alla contrapposizione tra tipi sociali, alla lotta di razza e di classe, ai cambiamenti epocali reali, ovvero al cinema “europeo” che gira sempre attorno al concetto di realismo (da Aristarco a Lars Von Treir, passando per Bazin), contrapposto al cinema dei Miti, dei modelli ideali, che, dall'antica Grecia, Hollywood classica ha saputo così bene riciclare in più generi, fino ai Marvel, per affermare, back to the future, alcuni concetti trascendenti, ereditati dalla cristianità, per esempio i valori irrinunciabili ed eterni della libertà (anche di sfruttare) o della sacra proprietà privata (da difendere armi in pugno)..
Che il mondo immaginario dell'arte possa produrre un forte effetto di realtà è l'obiettivo delle numerose tendenze realiste (o che ne subiscono l'egemonia, astrattismo compreso), tutte, contraddittoriamente, tese all'idealità (il rispetto per ciò che si “sfrutta”, la non-manipolazione visiva, la tensione problematica, la serietà oggettiva, il fastidio per l'intrusione degli elementi comici e satirici alla Michael Moore...) per dire qualcosa sulla realtà non solo momentanea (ed ecco il “realismo socialista” e il “realismo poetico”) e non solo “umanistica”. 
Insomma mi pare che Cratere prende di petto sia il cinema della trasparenza, estremizzazione realistica che inneggia al piano sequenza e al “montaggio proibito”, perché trufferebbe il senso di realtà - il cinema del reale in realtà, se è fuori norma, è solo quello nel quale il regista guarda guardarsi, e ci mette lo sguardo, in maniera che lo spettatore possa giudicarne la moralità -  sia quello di chi afferma che il mondo ha la virtù di parlare da sé (il cinema diretto). 
Dunque non siamo solo dentro un labirintico intrigo di editing, ma anche in pieno “regime cristallino”. Se si rompe il tempo cronologico, se non è il movimento senso-motorio che fa andare avanti la storia, ma “situazioni sonore ottiche” esplorano il tempo e lo rendono visibile, ecco apparire il carattere, almeno duplice, del presente, che è sempre passato nel momento in cui sembra “just in time”. L'immagine-cristallo è la metafora di questa coincidenza tra reale e virtuale. Trattare tutto questo con umorismo partenopeo e serietà Farocki è fecondo.


martedì 3 aprile 2018

“Charley Thompson” e il suo cavallo oltre i cancelli del cielo




Il film, passato in concorso a Venezia, esce nelle sale italiane giovedì 5 aprile

Mariuccia Ciotta

L'obiettivo è puntato sulla geografia emozionale dell'attore Charlie Plummer, protagonista del romanzo di Willy Vlautin, ballata di un quindicenne in viaggio reale e interiore da Portland, Oregon, a Laramie, Wyoming, piccola città celebrata da Anthony Mann con James Stewart in sella, mentre qui Charley non sale mai in groppa al suo amato stallone da corsa Lean on Pete. In concorso alla Mostra di Venezia 2017, il film scambia il nome del cavallo (titolo originale) con quello del protagonista, Charley Thompson, una specie di Huckleberry Finn destinato a perdere uno dopo l'altro gli adulti, buoni e cattivi, che lo circondano. Parlerà di sé - madre volubile e assente, padre viveur - solo a un cavallo da corsa destinato al macello in Messico, e rubato a Steve Buscemi, amabile e cinico allenatore, in tandem con la fantina disillusa interpretata da Chloé Sevigny.
Il regista britannico Andrew Haigh ha distillato sensibilità speciali nello scandagliare sentimenti estremi in Weekend e in 45 anni, e qui sprofonda dentro lo sguardo annuvolato del quindicenne, presenza fantasmatica sullo sfondo dei paesaggi americani. Essere soli. Il vagare di Charley senza soldi, senza benzina (Lean on Pete non ce la fa più), affamato vira da “romanzo di formazione” a dimensione esistenziale. Il diritto di sopravvivere, di prendersi quel che ti spetta, scorre nel viaggio alla ricerca di un approdo. L'orfano e il cavallo persi in una dimensione di abbandono, immersi in un'aura di santità. Invisibili a tutti, tanto che sarà facile impadronirsi del necessario. Una mappa rubata in uno store per trovare la strada giusta per il Wyoming, un giro di lavatrice in una casa vuota, quasi fossimo dentro un'ossessione di Kim Ki Duk, una bottiglia d'acqua, un doppio cheesecake... E se Charley sarà spogliato di ogni cosa, sotto la t-shirt mantiene sempre un'altra chance, il riflesso dei campi verdeggianti e del deserto, un percorso attraverso stagioni e stati fino al touch-dawn (era ottimo cornerback del liceo), alla simbolica Public Library, la biblioteca pubblica di Laramie. Qualcuno l'aspetta.
In Charley Thompson soffia il vento di altre praterie e di un altro cinema, l'epopea di Steinbeck tutta nello sguardo del teenager scolpito nel cielo, la linea dell'orizzonte bassa, lo schermo inondato di luce. Accolto con entusiasmo dalla critica internazionale a Venezia (dove Plummer ha vinto la coppa Mastroianni), il film, distribuito dalla Teodora, è tra le uscite imperdibili di questa primavera.